Don Roberto Sardelli prete di frontiera — Per una nuova politica che privilegi i deboli

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don sardelliC’è un tempo per ogni cosa ! Nel lontano del 1968 a Roma un giovane prete decise di andare a vivere nelle baracche vicino all’acquedotto felice. Il suo obiettivo era quello di condividere una esperienza umana di vita accanto alle fasce sociali più deboli. Era quella la Roma amata da Pier Paolo Pasolini, fatta di gente umile ma dignitosa: operai, manovali, disoccupati con molte speranze nel cuore. Oggi in quei luoghi se non ci fossero palazzi, troveremmo, forse, dei cittadini extracomunitari, immigrati e cittadini romani che sopravvivevano in abitazioni che erano baracche, quelle stesse baracche che, affollavano le borgate della periferia romana, quel giovane sacerdote si chiama Roberto Sardelli che con altri giovani del posto, fondò “la scuola 725” il cui scopo era quello di invitare i giovani a rivendicare con coraggio e orgoglio le  loro umili origini per affermare con forza la loro dignità. Don Roberto cercava di insegnare ai ragazzi a lottare   e  a ”non tacere” per redimersi dalle loro condizioni. Questo messaggio fu presto recepito. Un bel giorno i ragazzi della scuola 725 tirarono fuori il loro coraggio e scrissero una lettera aperta al sindaco Clelio Darida per denunciare la grave situazione abitativa per la quale la loro comunità soffriva da troppo tempo con l’affermazione  che “la politica deve essere fatta dal popolo.” Roberto Sardelli divenne un personaggio scomodo di quella stagione di lotte sociali da suscitare preoccupazioni negli ambienti ecclesiastici e anche politici. Infatti, da quella “lettera al sindaco” prese le mosse “la lettera dei 13 preti” che si univano alla denuncia. Il vicariato, preoccupato che la situazione della periferia potesse sfuggire dalle mani perchè avanzava  la consapevolezza che superava la tradizionale beneficenza, nel 1974 convocò a Roma il cosiddetto “convegno sui mali di Roma”.  L’accusa che vi si levò fu unanime e di lì a qualche anno la base cattolica che fino allora aveva sostenuto l’asse democristiano, orientò le sue attenzioni verso la sinistra che nel ‘76 avrebbe conquistato il governo della città. L’esperienza molto drammatica e sofferta di quell’impegno, don Sardelli l’avrebbe raccontata in un libro del 1980 non più ristampato, ma che ora in questi giorni, la kurumuny edizioni (info@kurumuni.it) ha nuovamente pubblicato. Dopo 37 anni, nel 2007, gli alunni e gli autori della prima “lettera al sindaco” si sono nuovamente incontrati e dopo un anno di lavoro hanno scritto una seconda lettera al sindaco dell’epoca Walter Veltroni, per esporgli  in modo allarmato e preoccupato la gravità delle nuove emergenze della politica  e della città. In particolare, essi parlano della disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, delle istituzioni, della democrazia, del moltiplicarsi delle situazioni di disagio dei senza  casa, ma soprattutto, del predominio dei poteri forti dell’economia che di fatto condizionano le scelte della vita amministrativa. La  lettera “per continuare a non tacere“ ricca di riflessioni acute e senza peli sulla lingua, rileva la mancanza  di alcun progresso nonostante i 37 anni trascorsi dalla prima lettera. In essa si denuncia l’individualismo e il corporativismo dilagante in un sistema partitico non più rappresentativo dei reali bisogni delle persone. La “lettera” fu presentata nella sede del X° municipio e in un consiglio municipale del VI° dove don Sardelli mise in rilievo l’oppio della città spettacolo, della città degli effetti speciali e delle “notti bianche” che copre la verità delle disuguaglianze. Tra le prime emergenze la “lettera” colloca quella dei migranti “sono quelli che noi fummo”. In definitiva da quel documento epocale si evince  una lucida analisi della situazione ed un messaggio  di profetico rinnovamento dei tempi che noi stiamo attraversando.

 

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