Spezzare le catene

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foto (3)La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni 5 anni non ha precedenti nella storia repubblicana sia per durata sia per intensità. Dal 2008 al 2012 il PIL italiano è calato del 7%; ciò vuol dire che la ricchezza prodotta nel 2012 è del 7% inferiore a quella del 2008 (non ho considerato il 2013 perché manca il dato ufficiale definitivo, ma siamo vicini al -1,8%!).

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 La caduta verticale ha fatto seguito a 7 anni (2001/2007) di crescita modesta o prossima allo zero. Pertanto, la ricchezza prodotta oggi è pari a quella del 2000. Il dato è netto, duro e non lascia spazio a nessun tipo di contestazione. Se si passa invece all’interpretazione del dato, come sempre le opinioni sono molto diverse. Approfitto dello spazio di questo sito per esprimere la mia, per quanto modesta. Parto da lontano, dal 1980. L’italia, anzi direi l’Occidente, dopo gli anni dello shock petrolifero e della conseguente iper inflazione (che aveva eroso un po’ di ricchezza accumulata negli anni ’60), stentava a  ripartire. Due eventi politici smossero le acque: l’elezione della Thatcher in Gran Bretagna e quella di Reagan negli Usa. Le loro scelte marcatamente liberiste causarono un periodo di profonde tensioni sociali, ma piegarono l’inflazione e posero le basi per un periodo di crescita duratura. L’italia, anche se in ritardo, non rimase immune dal vento di cambiamento. Con il decreto di San Valentino, il governo Craxi taglio’ la scala mobile (non entro nei dettagli di ogni singola vicenda, perché l’arco temporale analizzato è troppo ampio).

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Il calo dell’inflazione che ne seguì fu evidente e consentì maggiore stabilità al nostro paese. Iniziarono così i famosi anni ’80, quelli dell’ultimo vero boom economico. In 10 anni, la ricchezza netta crebbe del 25%. Quali furono i fattori? Sicuramente ci favorì il contesto internazionale (tutti i paesi occidentali ebbero uno sprint simile), ma il calo dell’inflazione e il ricorso alla spesa pubblica ebbero un ruolo determinante. Il rapporto deficit annuale sul Pil arrivò al 12% annuo (oggi ci preoccupiamo se superiamo il 2%!) Di conseguenza, anche il debito iniziò la sua scalata che culmino’ con il superamento del 120% all’inizio degli anni ’90. Di seguito i grafici con l’andamento dei due parametri di indebitamento, sempre nella serie storica 1980-2012.

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4Ricordiamo che nel ’79 entrò in vigore lo SME (Sistema Monetario Europeo) che limitava l’oscillazione delle monete nazionali. Di fatto eravamo in un sistema di cambi rigidi, in ambito europeo. Le monete però potevano oscillare liberamente in ambito mondiale, con il dollaro moneta superstar. In circa otto anni la moneta USA raddoppiò il suo valore rispetto alla lira. La forte crescita economica di quel decennio fu pertanto dovuta, se guardiamo alle evidenze statistiche, sul fronte interno al mix di modesta inflazione e maggior   e spesa pubblica; mentre sul fronte esterno alla svalutazione della lira nei confronti delle monete dell’area dollaro. Il primo fattore favorì la ripresa dei consumi e degli investimenti. Il secondo fattore provocò notevoli benefici all’export nazionale. All’inizio degli anni ’90 alcuni nodi arrivarono al pettine. L’accumulo di deficit e debito pubblico, la convinzione che il sistema non potesse reggere a lungo convinsero i mercati ad attaccare la lira (e altre monete, tra le quali la sterlina). L’attacco provoco’ una prima difesa di Bankitalia, ma di fronte all’onda poderosa fu necessario attuare interventi di politica fiscale molto severi (tutti ricordiamo la manovra Amato) e abbandonare lo SME. L’uscita dallo SME e il ripristino dei cambi flessibili in ambito europeo provocarono una sensibile svalutazione della lira nei confronti del marco (e di tutti paesi di area tedesca).

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Dopo un anno di descrescita del PIL (1993), la svalutazione del cambio favorì una rapida ripresa nel ’94 e nel ’95 (primo grafico). Il deficit pubblico continuo’ il suo percorso di rientro verso percentuali più consone ad un’economia sana. In assenza di altre variabili macro economiche rilevanti, in quel momento la svalutazione nei confronti del marco ha avuto il merito di ridare respiro al paese e di attivare un percorso di crescita più che soddisfacente. A proposito, sempre nel 1995, lo spread btp-bund superò la soglia di 600 punti base e il rendimento del BTP arrivò al 12%, ma nessuno se ne ricorda. Nel novembre 2011 lo spread arrivò a 580 pb, il rendimento del BTP al 7,5% e sembravamo prossimi al finimondo. Strano, direi! Tornando al nostro discorso, dal 1996, con la decisione italiana e spagnola di forzare la mano e di aderire  all’Euro (ricordiamo che nel ’94 Kohl e Mitterand avevano deciso che la moneta unica sarebbe nata senza i paesi del Sud Europa), i rendimenti iniziarono ad allinearsi. Il famigerato spread iniziò a calare, calò l’inflazione, calò il deficit pubblico e la lira si apprezzò sul marco. La crescita del pil però passò dal +2.86 del ’95 al modesto +1,1% del ’96. Dal 96 fino al ’99 la crescita rimase fiacca, sotto il 2% (magari riuscissimo a farla oggi!) e magicamente risalì, purtroppo per l’ultima volta fino ad oggi, nel 2000. In coincidenza di quale fattore? La svalutazione della lira verso il dollaro (ricordiamo che l’Italia ha una struttura produttiva fortemente vocata all’export).

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Il grafico mostra come con il nuovo millennio il cambio fece un notevole balzo in avanti, per poi ripiegare sul finire del 2001. Bene dal 2001 in poi, il dollaro si è via via svalutato (oggi varrebbe 1.400 lire) e le nostre esportazioni non ne hanno beneficiato. Dal 2001, come abbiamo già detto, non sappiamo più cosa sia la crescita!  Concludo questa lunga carrellata di dati e grafici con qualche considerazione. Negli ultimi trenta anni il nostro paese è cresciuto quando ha usato la leva fiscale e/o quella valutaria. Di fatto, da quando è stato costretto dalle circostanze a contenere la spesa pubblica e ad aumentare la pressione fiscale (che dal ’92 non è mai scesa sotto il 40% del Pil, mentre negli anni ’60 era al 25%!), è riuscito a realizzare tassi di crescita soddisfacenti (superiori al 2%) soltanto in tre anni, ’94, ’95 e 2000, in coincidenza di forti svalutazioni del cambio, nel primo  periodo nei confronti del marco, nel secondo nei confronti del dollaro. Con la nascita dell’Euro abbiamo di fatto rinunciato alla gestione di entrambe le leve. Quella monetaria/valutaria è stata demandata alla BCE (organismo sovranazionale) e quella fiscale è rigidamente vincolata da altri organismi sovranazionali (commissione europea, ecc.). A mio parere la politica economica di uno stato non esiste se non può agire né sulla leva fiscale né su quella monetaria. L’Italia di oggi non è uno stato sovrano; abbiamo ceduto la nostra sovranità senza averne la piena consapevolezza. Concludo con due paragoni. USA: dopo la crisi del 2008, gli USA hanno pesantemente usato tutte e due le leve: hanno dilatato la spesa pubblica (il debito è schizzato oltre il 100% del PIL) e hanno ridotto a 0 i tassi di interesse (la BCE invece nel 2011 li ha rialzati!). Non si sono fermati qui: quando hanno notato che le prime due misure non garantivano una rapida ripresa hanno fatto ricorso a misure “non convenzionali”: hanno stampato dollari. Conseguenza: gli USA non sono tornati ai fasti dei primi anni del millennio, ma stanno avendo tassi di crescita adeguati e disoccupazione in calo. Giappone: dopo venti anni di stagnazione, lo scorso anno il nuovo primo ministro ha incrementato la spesa pubblica e ha imposto alla banca centrale nipponica di svalutare la moneta nazionale. Conseguenza: il Pil è tornato a crescere a tassi vicini al 3% (più che adeguati). Noi invece siamo incatenati al fiscal compact, non possiamo usare la leva fiscale, dobbiamo sopportare un Euro troppo forte e non possiamo attivare misure “non convenzionali”. È come andare in guerra muniti di fucili contro avversari muniti di carri armati. Conseguenza: tutta l’Europa versa in una stagnazione/recessione perenne. Al nuovo governo spetta, a mio parere, il compito di spezzare queste catene e di riaffermare la sovranità nazionale. La vera sfida, la vera rivoluzione parte da qui. Solo dopo potremo parlare di riforme della PA, del mercato del lavoro, della giustizia…

 

Commenti

  1. Sofia Giuseppe ha detto:

    pienamente d’accordo con Vincenzo, colgo l’occasione per salutarlo, ma temo che quanto da Lui auspicato non si realizzerà, una alternativa, altrettanto irrealizzabile, sarebbe, a mio avviso, la definitiva integrazione fra le economie europee con la realizzazione di una unione politica ( in forma di Stato federale) con una politica economica unica, con un unico debito pubblico, una politica estera unitaria ecc.. Io ho sempre creduto nella validità del progetto di uno Stato d’Europa, ma comincio ad avere qualche dubbio sul risultato finale, gli effetti fin qui visti, come ben mostra l’articolo, sono tutt’altro che incoraggianti, il neoliberismo ed il frettoloso abbandono delle politiche keynesiane , come fossero il male assoluto, stanno abbattendo lo Stato Sociale costruito con fatica negli scorsi decenni, l’impoverimento generale è sotto gli occhi di tutti. Non ci resta che sperare in un rinsavimento della classe politica (o dei cittadini votanti), che troppo spesso sembra vivere un’altra realtà.

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