Surrealismo

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surrealismoLa Treccani dà la seguente definizione del surrealismo: Movimento culturale, letterario e artistico, sorto in Francia (soprattutto per opera di L. Aragon, A. Breton e P. Éluard) e affermatosi poi in Europa tra la prima e la seconda guerra mondiale, fondato sulla rivalutazione dellinconscio, dellimmaginazione, del meraviglioso e del magico, come vera realtà e verità umana, contro la logica, il razionalismo e gli stessi valori estetici e morali tradizionali. A mio avviso oggi il dibattito politico sta assumendo sempre più questi connotati. Come 10 anni fa, quando la Germania non rispettò il parametro del 3% di deficit, noi italiani stiamo riproponendo le seguenti ragioni per giustificare la richiesta di NON rispettare i parametri di Maastricht: Non è l’Europa dei popoli;

  • È l’Europa dei burocrati e dei tecnocrati;
  • I parametri sono stupidi (come affermò dieci anni fa Prodi).

imagesLa prima affermazione è inconfutabile. L’Europa è un insieme di popoli con culture, tradizioni, lingue, ecc. molto diversi tra loro. Il popolo europeo non è mai esistito. Quindi perché si sarebbe dovuta costruire l’Europa dei popoli, se i popoli degli stati europei non sentono questa necessità. Infatti tutta la costruzione europea è opera delle istituzioni nazionali, non dei popoli. Quando uno Stato (Francia) ha pensato di ricorrere al referendum, per avere il sostegno popolare per la costruzione europea, quella vera, costituzionale, ha perso. Secondo punto: è l’Europa dei burocrati e dei tecnocrati. Vero, verissimo. Era l’unica Europa possibile, in assenza di una confederazione di stati. Poiché non si vuole dar vita alla confederazione, gli stati nazionali, nel tempo, hanno inventato degli organi burocratici, di loro diretta emanazione,  per controllare loro stessi. Pertanto la Commissione (l’unica ad avere poteri reali, oltre al Consiglio) controlla o dovrebbe controllare i suoi azionisti di riferimento. E’ evidente che il meccanismo non funziona, soprattutto perché tra gli azionisti ce n’è sempre uno più uguale degli altri o semplicemente più grande degli altri. Così quando la Germania violò il trattato, la Commissione mugugnò, si dimenò, ma alla fine non accadde nulla. E arriviamo al terzo e decisivo punto: i parametri sono stupidi. E qui non sono d’accordo. Spiego perché. L’Euro nacque per volontà di Mitterand, come contropartita dell’unificazione tedesca del 1990. Mitterand accetto’ l’unificazione a condizione che i tedeschi rinunciassero al Marco in favore di una nuova moneta europea (nord-europea, almeno nelle intenzioni iniziali). Da questo episodio nacque Maastricht, la cui logica è presto spiegata. La Germania Ovest, nata dopo il conflitto bellico, sancì in Costituzione il principio della stabilità monetaria. Era convinzione comune che il Nazismo fosse fiorito a causa della violenta inflazione che negli anni ’20 ridusse il Marco a carta straccia. Un evento simile non avrebbe mai dovuto ripetersi, mai! Nel ’91, viste le forti pressioni francesi e inglesi, la Germania accettò l’idea di una moneta comune, ma solo se avesse avuto la stessa stabilità e solidità del marco. Quindi, si sarebbe trattato di un Marco con un nome diverso. E, aggiunsero i tedeschi, noi rinunciamo al Marco, anzi lo condividiamo con voi, a condizione, imprescindibile, che gli stati aderenti rispettino nel tempo determinati parametri (i famigerati di Maastricht) necessari a garantire stabilità e solidità alla nuova moneta. Il patto era chiaro, molto chiaro. Provo a spiegarmi meglio. Un (grande) imprenditore ha una grande azienda, sana, ricca, con un marchio riconosciuto e apprezzato dalla  clientela. Dieci amici, tutti titolari di altrettante aziende, gli chiedono di fare una fusione di tutte le società sotto un unico marchio; la gestione delle singole società rimarrà però di competenza dei titolari. Di questi dieci amici, sei hanno aziende un po’ più piccole, ma solide e sane (Benelux, Francia, Austria e Finlandia). Quattro invece hanno aziende più piccole e molto indebitate (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia); inoltre il loro marchio, in alcuni casi, non è molto apprezzato. Fingiamo che il nostro (grande) imprenditore sia obbligato a fare la società, ma poiché è il più forte (la società nasce perché lui aderisce. Angela MerkelSenza il Marco, l’Euro non sarebbe mai nato) detta le sue condizioni. Così dice ai quattro soci “deboli”: potete aderite a condizione di ridurre il vostro indebitamento e di porre in essere le azioni necessarie a migliorare l’apprezzamento del marchio.  Per fare questo dovete subito ridurre il vostro deficit annuale, meglio se con misure valide nel tempo (non una tantum). Sappiate, infine, che non potrete mai indebitarvi oltre la soglia stabilita, perché con la fusione i vostri debiti minerebbero la stabilità della mia azienda. I quattro soci deboli vanno dai dipendenti e dicono: vi chiediamo un piccolo sacrificio, ma in cambio entreremo in società con il più grande imprenditore della zona e, vedrete, staremo tutti meglio. I dipendenti mugugnano, ma accettano (il contributo di solidarietà del governo Prodi). Non sanno però che le loro aziende non solo hanno chiesto un contributo straordinario, ma hanno dovuto alzare i prezzi dei propri prodotti per allinearli a quelli del grande imprenditore (tradotto, la rivalutazione della lira di fine anni ’90), rendendone più difficile la vendita. Nel contempo il grande imprenditore ha, di fatto, diminuito i suoi prezzi. Cosi si arriva al seguente paradosso. All’impresa del grande imprenditore non conviene più rifornirsi dalle aziende dei soci, mentre a questi ultimi conviene, tanto, comprare i prodotti del grande imprenditore, perché costano di meno. images (1)Il grande imprenditore fa dei propri soci i migliori clienti, mentre lui, che una volta era il miglior cliente dei soci, ora ha meno convenienza a comprare da loro e spesso si rivolge altrove. Dopo qualche anno, i piccoli e zoppicanti soci vanno dal grande imprenditore per lamentarsi. Le cose non vanno bene, non vendiamo come prima, abbiamo minori entrate, con l’allineamento dei prezzi ci hai “rubato” tanti clienti, non riusciamo a pagare gli stipendi e soprattutto non riusciamo ad investire. Abbiamo bisogno di ricorrere alle banche per nuovi prestiti altrimenti soffochiamo. Il grande imprenditore risponde: io ero stato chiaro, le condizioni erano chiare. Non ho alcuna intenzione di mettere a repentaglio la stabilità della mia società e ancor meno voglio perdere la reputazione. Fate in modo di rispettare i patti. Allora i piccoli soci escono e iniziano a dire in giro che il grande imprenditore non è corretto, li tratta da dipendenti e ha imposto delle condizioni stupide per la nascita della società.  Così facendo, i piccoli e zoppicanti soci, non sapendo a che santo votarsi, ricorrono al surrealismo, trasformando le proprie immaginazioni e fantasie nella realtà. Potrebbero uscire dalla società, visto che, e siamo al secondo paradosso, la fusione è stata dannosa per loro che la proposero, e vantaggiosa per il grande imprenditore, all’inizio renitente. Potrebbero tornare a gestire in autonomia le proprie aziende; potrebbero decidere se e per quanto indebitarsi e quali prezzi applicare. In sintesi, potrebbero tornare ad essere arbitri del proprio destino (sovranità). Ma non vogliono farlo. Non sanno perché, ma temono che staccarsi dal grande imprenditore sarebbe un rimedio peggiore del male. Nella realtà, anche noi, come i piccoli e zoppicanti soci, non sapendo a che santo votarci, chiamiamo stupidi quei patti che volontariamente abbiamo sottoscritto, entusiasti, 17 anni fa. Anche noi, come i piccoli e zoppicanti soci, dimentichiamo che il limite del deficit è stato imposto per evitare che gli errori di qualcuno ricadessero sulle spalle degli altri (vedi il caso Grecia). Infine, anche noi potremmo tornare ad essere arbitri del nostro destino.  Invece, senza spiegare perché, continuano a dirci che uscire dall’Euro sarebbe un rimedio peggiore del male. Il finale di questa storia, la nostra storia, è ignoto. Ma è evidente che o la nostra classe dirigente abbandona il surrealismo oppure il rischio di farci male, molto male, aumenterà ogni giorno di più.

 

Vincenzo De Paola

 

 

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