Provincialismi

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L’amplesso mediatico tra Renzi e l’opinione pubblica è segnato dalle seducenti riforme del neo primo ministro. Seducenti e sedicenti riforme. Annunci di riforme.  Senza riforme a casa. Metariforme. Vediamo. Senza pretese esaustive e senza obiettività. Non parlo per decenza dell’italicum. (Rimarrà un parlamento di nominati, concederà un premio di maggioranza amplissimo a partiti e/o coalizioni con suffragi lontanissimi dalla maggioranza

assoluta [le due osservazioni della Corte],non garantirà governabilità [12 deputati di maggioranza non la garantiscono], eliminerà le voci critiche e minoritarie).
Dico solo che è incoerente il disegno generale. Il porcellum non era “efficace” (a detta della vulgata riformista e, quindi, anche renziana) perché al Senato poteva esserci una maggioranza diversa che alla Camera. Nel momento in cui si dice di voler togliere la capacità legislativa alla camera alta, per il principio della semplicità (il rasoio), sarà inutile, o dispendioso, cambiare il porcellum. Basta, da quel punto di vista, togliere la potestà legislativa al senato, come stanno provando a fare, per ottenere lo stesso risultato. E mantenere in vita il porcellum. Ma voglio invece parlare delle province. L’attacco alle province mi  fa venire in mente un aneddoto di vita senisese, che non racconto per igiene. Il cui senso è quello di essere forti con i deboli e deboli con i forti. Tutti sanno che i maggiori scandali, i deficit più vertiginosi, soprattutto nella sanità, la più profonda incapacità a programmare sviluppo e fondi europei, la più insolente voracità burocratica proviene dallo sciagurato regionalismo italiano (peggiorato dalla legge Bassanini e dalla riforma del titolo V del 2001, entrambe perle del riformismo del “mio” centrosinistra). Le provincie costano meno delle regioni, decisamente meno, sono più vicine ai territori (dato il sistema elettorale uninominale) si occupano di scuole e di strade. Allora Renzi, vuoi mettere? Via le regioni e viva le province.

Filippo Gazzaneo

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