I buoni esempi

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downloadOscar Farinetti, diventato famoso per Eataly, una catena di punti vendita di generi alimentari italiani di qualità, qualche giorno fa ha detto: bisogna fare del Sud una grande Sharm El Sheikh. Proposta poco originale; già Prodi nel ’96 aveva pensato al Sud come alla Florida d’Europa. Cambia il luogo geografico di riferimento, ma non la sostanza; e cioè al Sud si può fare solo turismo, il turismo può essere l’unico volano di sviluppo. È vero che si tratta di un business da cui poter trarre di più, visto che negli ultimi 50 anni ha registrato un boom clamoroso a livello planetario e che né l’Italia né il Sud hanno saputo approfittarne. Ma rappresenta solo il 10% del prodotto meridionale, con ricavi pari a 20 miliardi di euro.

Pur riuscendo a raddoppiare nei prossimi dieci anni le entrate turistiche (obiettivo ambizioso), non avremmo risolto né il problema del lavoro né quello del prodotto. Evitiamo di ascoltare le solite sirene che cercano di incantarci; il Sud ha il potenziale, ma senza riforme straordinarie non riuscirà mai a sfruttarlo, in ogni ambito, anche quello turistico. Ecco perché bisognerebbe seguire i buoni esempi di coloro che ce l’hanno fatta, partendo da condizioni molto simili alle nostre. Gli irlandesi 30 anni fa erano tra i più poveri d’Europa; hanno capito che l’unico modo per crescere era attrarre investimenti esteri. Gli investimenti esteri hanno il merito di attivare una crescita strutturale, perché consentono di “importare” competenze straordinarie (in tutti settori, anche quello turistico) che diversamente sul territorio sarebbe impossibile conseguire. Così i bravi San-Valentino-in-Irlandairlandesi hanno rivoluzionato il sistema fiscale, riducendo le tasse alle imprese al 12% (da noi siamo al 27% + il 4% di Irap), hanno semplificato notevolmente le procedure burocratiche di avvio di un’impresa, hanno reso flessibile il lavoro in uscita, hanno accelerato le vertenze civili, hanno investito sull’educazione terziaria (oggi il 53% degli irlandesi ha una laurea), hanno ridotto il costo del lavoro; hanno attirato investimenti esteri come nessuno in Europa e hanno raddoppiato il prodotto nazionale in 15 anni. Poi hanno fatto i loro errori e li hanno pagati, ma chi era andato lì negli anni ’90 c’è rimasto, portando lavoro, professionalità, know-how e innovazione. Oggi circa il 90% degli investimenti esteri che arrivano in Italia si ferma sopra il Rubicone, soprattutto in Lombardia. Le aziende, in assenza di differenze fiscali e contrattuali, preferiscono investire dove c’è più know how. Convincerle a scendere più a Sud comporta scelte difficili.

  • riformare il fisco per consentire a chi investe al Sud, italiano o straniero che sia, di pagare meno della metà delle tasse che si pagano nel resto del paese.
  • accettare retribuzioni più basse (di fatto è già così) rispetto al resto del paese e condizioni di maggiore precarietà (di fatto già è così).
  • riformare il processo civile, stabilendo tempi certi nelle vertenze  “per non tramandarle con  l’eredità”.
  • investire sull’educazione terziaria per avere università di buona qualità con corsi di studio adeguati alle esigenze del mercato.

Spetta a chi governa i territori decidere se continuare a chiedere soldi con il cappello in mano oppure proporre i buoni esempi.

 

 

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