La partenza

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RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO QUESTO RACCONTO, DI GIACINTO GRIMALDI RACCOLTO IN TERRA ARGENTINA.immigrazione2_thumb

Da qualche tempo ho intavolato con Peppe una conversazione “epistolar-elettonica” su FrancavillaInforma e su quanto, questo spazio, sia utile  per mantenere un legame con le origini per chi, per forza o per scelta,  è dovuto andar via. Ed è proprio riflettendo sul per forza o per scelta ho pensato  a chi, diversamente da me,  è dovuto, in anni molto più grami di quelli che viviamo, andar via perché non aveva altra scelta. In realtà il tema della migrazione postbellica verso l’America, per me, è quasi una fissazione: mia moglie che è figlia di questo fenomeno mi accusa di sentirlo mio quasi l’avessi vissuto sulla mia pelle. Ma non posso fare a meno di  pensare a cosa si potesse provare nel vendere il poco che si aveva, nel  mettere il catenaccio alla porta di casa e nel lasciarsi tutto alle spalle. Per sempre. Ho provato ad immaginare quale fosse la scintilla che  faceva  nascere la spinta ad andare via e quali fossero le emozioni della partenza. Il breve racconto che, spero,  leggerete di seguito è quanto ha partorito la mia fantasia. Ovviamente le motivazioni e le emozioni sono molto più profonde e, a volte, tristi rispetto a quanto ho  scritto.  Ma ho voluto, consciamente, dare al racconto una connotazione più leggera.   Per le espressioni dialettali  ho fatto riferimento all’opera di Luigi Viceconte  Dizionario dialettale di Francavilla sul Sinni,   prezioso strumento di conservazione e trasmissione del nostro dialetto.

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Nu mjénzë tùmmënë dë térrë  era tutto quello che mi aveva lasciato mio padre che aveva diviso  quel poco che aveva tra me ed i miei fratelli. A me la sorte – ogni fratello aveva estratto dal cappello della festa di tæ’të un pezzo di carta su cui era scritto cosa gli spettava – aveva  assegnato  na tìmbë  a due ore di ciùccë dal paese. Terra difficile. Da raggiungere e da lavorare. Ero stato, comunque, fortunato:  fatica tanta, ma qualcosa da portare a casa riuscivo a raccoglierlo. Poi era venuta la guerra, il fronte, il campo di prigionia.  Me l’ero cavata. Il giorno di Sànd’Andónjë del quarantacinque  tornavo in una casa più povera e più vuota di quella che avevo lasciato. La terra era stata lasciata a se stessa, u ciùccë l’avevano requisito i tedeschi in rotta. I miei figli, tre femmine ed un maschio, in compenso,  erano cresciuti. Si poteva ricominciare. E ricominciammo: tanta fatìghë e raccolti che bastavano appena a sfamarci. Fu nel dicembre del quarantasei che Primo l’americano venne a veranear.  “ A  passare l’estate”  diceva  lui. “Statìjë ? A quæ’ fæ’ nu friddë ca ‘on cë avastæ Caràmëlë pë në scarfæ’ ” gli rispondevamo. “Ciùccë! In America ora è estate”. Primo l’americano era un lontano parente che era andato in America nel ventiquattro  per “fuggire dal fascismo che avrebbe fatto tanti danni a tutti noi” diceva lui. In piazza,  si raccontava che aveva preso la via dell’ America per scappare da un marito geloso, fascista solo il sabato, che gli  avrebbe fatto tanti danni se fosse riuscito a mettergli le mani addosso. Per la verità la sua parlata americana era diversa da quella degli americani che avevo conosciuto nel campo di prigionia. Glielo dissi.  Mi rispose  che ero più ciùccë del ciùccë che si erano portato via i tedeschi: lui veniva da un’America diversa che si chiamava Argentina. Comunque, America o Argentina, Primo si era fatto un gran signore: il vestito, la cravatta, il cappello, il bastone, la sigaretta sempre in bocca  e, soprattutto, le scarpe: Fine e lucenti. Primo, nella cantina in cui ci riunivamo la sera con gli amici, ci raccontava che aveva imparato il mestiere di sarto e che ora aveva una buona clientela. Mascolina y  femenina .  Così diceva. E quando diceva  femenina, lo diceva con una faccia che, nelle sue intenzioni, voleva significare   “ non me ne faccio scappare una” . E raccontava dell’una, dell’altra e dell’altra ancora con abbondanza di dettagli.   Quando non parlava delle sue clienti, Primo ci raccontava di quanto fosse ricca l’Argentina: ” a Buenos Aires c’è  terra per tutti. Il governo la regala. Non ci sono muratori che bastino per costruire case e strade e ponti  e ferrovie. E i falegnami ? Ammacardìjë ci fossero i màstrë che ci sono qui. E se uno non tiene un mestiere, lì se lo può imparare e si può fare ricco. Guardate me”.  Una sera in cui il vino mi aveva dato alla testa, gli dissi: “ Vabbè!, Primo, che devo fare per venirmene là?”   In meno di un mese vendetti la terra e con quello che ci ricavai ci comprai un biglietto Napoli – Buenos Aires  –  “ Prima devi venire solo tu. Poi, quando avrai un lavoro e una casa, potrai chiamarti la moglie e i figli” –  e un vestito usato per il viaggio. Alle tre della mattina del venerdì santo del quarantasette, il noleggiatore, pagato dall’americano,  caricò i bagagli – “ma quandë ‘ha? ” – di  Primo e la mia casscèttë del fronte e si accese una sigaretta aspettando che  tutti i parenti, in lacrime, mi avessero salutato. Salimmo sulla vecchia balilla con gli occhi rossi e  il cappello in mano. L’ultima voce che sentii fu quella di mia madre: “Jæ’më a fatëgæ’ ca ‘on è muórtë nëssciùnë”.

     GIACINTO GRIMALDI

 

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