Storia di un brigante – Antonio Franco -‘ Ndonejafràngha (Rivalutando la storia degli antenati si riscoprono le nostre vere radici)

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Sappiamo davvero comunicare ? Questo l’interrogativo che sorge leggendo la  “Storia di un brigante” a cura di Filippo Di Giacomo, insegnante elementare in pensione, nato a Francavilla in Sinni. Con abilità metodologica, l’autore, tuttavia, accompagna il lettore nel percorso di conoscenza di una storia intrisa di fatti tra  verità e leggenda in cui Giuseppe  Antonio FRANCO, nato a Francavilla sul Sinni,

svolgeva attività brigantesca. Il brigantaggio ebbe inizio storicamente all’indomani della partenza per l’ esilio di Re Francesco II di Borbone nel 1861. Successivamente si ebbero le prime sollevazioni e chiunque si ribellava veniva marchiato con la parola di “ brigante “ che stava per “delinquente” ovvero” bandito”. La Basilicata, ha visto briganti a volte arruolati con i Garibaldini, altre volte a strumento dei legittimisti restauratori dei Borbone.  Una conferma è individuata da Filippo Di Giacomo, ricostruita sulla falsariga dei ricordi, in  vernacolo francavillese e in lingua italiana, in cui narra la storia di Antonio Franco “brigante” di Francavilla sul  Sinni.  Il banditismo non è che non esistesse prima: era endemico e le cause erano antiche e profonde, provocate dalla miseria. I briganti impersonavano in molti casi la rivolta alle ingiustizie subìte da conterranei poveri e disperati. Filippo Di Giacomo, nel suo Pamphlet, narra le vicende del soldato sbandato di Antonio Franco, il quale dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico aveva tentato di regolarizzare la sua posizione con il completamento del servizio di leva. Per ottenere qualche possibilità si rivolge al Sindaco del paese Nicola Grimaldi affinché gli scrivesse una lettera di raccomandazione per il Sottoprefetto di Lagonegro. Nella lettera di presentazione, affidata allo stesso Franco ritenuto analfabeta, mentre, invece, sotto il servizio militare aveva imparato a leggere, scopre la scorrettezza traditrice del Grimaldi che diede informazioni sfavorevoli, tali da provocarne l’arresto. Animato da propositi di vendetta, Di Giacomo racconta che il brigante catturò con un agguato il Grimaldi e lo uccise  nel bosco dopo indicibili torture, appeso ad un albero a gambe divaricate, testa in giù e braccia penzoloni, bruciato vivo con l’aiuto dei suoi scagnozzi. Da allora, quei furfanti diventarono un manipolo di briganti ferocissimi. A sentire solo il nome di Antonio Franco, la gente rabbrividiva e si segnava con la croce. Una sera, mentre si ingozzava, chiamò a sé la sua donna Serafina  Ciminelli e posato la mano sulla pancia disse : “Amici, dentro questa botticella c’è Pietruzzo : riempite gli orciuoli e brindiamo”. Questo figlio morì nei disagi della fuga e all’età di 21 anni morì anch’essa  e prima di morire Antonio Franco le gridava: “Serafì, l’amore che ho per Te vince pure la morte. Regalami un bel sorriso da sopportare meglio l’inferno.   

 

Roma, 13 Aprile 2014

 

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