Allarmismi

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L’autorevole Il Sole 24 Ore, insieme ad altri quotidiani, sta conducendo da qualche settimana una campagna di allarme mediatico per metterci in guardia da una eventuale uscita dall’Euro.

Premettendo che ad oggi non esiste una valutazione dettagliata sulle conseguenze derivanti dalla fine dell’Euro, i punti su cui concentrerò la mia attenzione sono i seguenti:

  • L’Euro così com’è non funziona. Non garantisce l’interesse di tutti gli stati;
  • Una possibile soluzione sarebbe fare un “balzo” in avanti verso l’Unione Politica;
  • L’uscita programmata non può essere un’apocalisse.

Il primo punto non avrebbe bisogno di molti commenti; i principali difensori dell’Euro riconoscono che non funziona e si lambiccano il cervello per capire come migliorarlo.

La risposta? Sempre la stessa.

La Germania non deve comandare, tutti devono avere la possibilità di gestire con maggiore elasticità la politica fiscale.

Pensare che non ci debbano essere regole solo perché gli italiani, i francesi, i portoghesi e qualche altro non ne vorrebbero, non fa che acuire i dubbi dei tedeschi sulla nostra affidabilità e li spinge ad irrigidirsi.

Più chiediamo libertà di movimento, più stringono i cordoni.

La conseguenza della crisi del 2011 è stato il fiscal compact, un vero mostro di rigidità fiscale.

Non più il 3% di deficit, ma tendenza al pareggio di bilancio e dimezzamento del debito in 20 anni. Attuarlo oggi equivarrebbe al suicidio.

Eppure l’hanno firmato i nostri governanti non più di due anni fa.

La sera firmano e il giorno dopo dicono che è un contratto capestro.

Follia!

La soluzione ideale, dicono i sostenitori dell’Euro, sarebbe l’unione politica europea.

Intento nobile.

Così, dicono, costruiremo un futuro di pace e benessere.

Quante probabilità abbiamo di realizzare questo obiettivo nei prossimi 10 anni?

Siamo onesti: nessuna.

L’argomento non è all’ordine del giorno in nessun paese europeo, è una nostra fantasia.

Germania & Co non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla loro sovranità politica.

Quanto a noi, siamo sicuri di volere come capo del governo un francese o un tedesco?

Parlando lingue diverse, su quali elementi si baserebbe la nostra scelta: il fascino, la presenza, l’abbigliamento?

Suvvia, il progetto forse potrà anche realizzarsi, ma non appartiene a questa generazione.

Riepilogando, l’Euro così com’è non funziona per ammissione dei suoi stessi sostenitori.

Le soluzioni da loro proposte (modificare le regole, da poco “rifirmate”, più rigide delle originarie e l’unione politica) sono entrambe, palesemente, impraticabili.

A questo punto, perché è anti storico o addirittura reazionario ipotizzare il ritorno alle monete nazionali e alla piena sovranità dei singoli stati?

Se fate una società, i primi anni mettete in conto perdite o assenza di guadagni; ma se dopo 15 anni non arrivano profitti (nel nostro caso si parla di perdite), uscite; uscite e basta, perché sareste autolesionisti, non umani, se operaste in evidente contrasto dei vostri interessi.

Dicono che uscendo dall’Euro opereremmo contro l’interesse dei nostri figli! Sarebbe il ritorno agli stati nazionali in perenne conflitto.

Anche queste affermazioni hanno poco senso per due ragioni:

  • Rinunciare all’Euro oggi non significa rinunciare al progetto, di lungo periodo, dell’unione politica; se questa un giorno si realizzerà, la moneta unica sarà una conseguenza naturale. Non dicono, o lo dicono a denti stretti, che nella storia degli Stati c’è sempre stata corrispondenza tra stato e moneta. Non si era mai vista (prima dell’Euro) una moneta senza uno stato.
  • Si opera contro la pace e la solidarietà tra i popoli europei rimanendo nell’Euro. I tedeschi continuano a dire di noi (ma anche di Spagna, Portogallo, ecc) che siamo inaffidabili e che dobbiamo essere strettamente controllati; noi diciamo dei teutonici che sono egoisti e che non hanno alcun senso europeista. E questo vi sembra un processo di coesione? non vi sembra invece che sia in atto una vera disgregazione e distruzione di quel po’ di senso di appartenenza, che in passato c’era, al progetto europeo?

E arriviamo al terzo punto.

L’uscita programmata non può essere un’apocalisse.

Così come nulla sarebbe successo se non fossimo entrati 15 anni fa (vedi la Gran Bretagna che vive serenamente, senza alcuna difficoltà), così non cadrà il mondo se usciremo.

download (1)Invece ascoltiamo paragoni impropri con la crisi valutaria del ’92, con Cipro e Argentina.

Nella crisi del ’92 siamo stati “buttati” fuori dallo SME; oggi saremmo noi a decidere di uscire.

Nei tempi necessari, non certo in un fine settimana; proprio come avvenne con la nascita dell’Euro.

Accostare l’Italia, la seconda manifattura d’Europa, a Cipro e all’Argentina é invece la dimostrazione che il dibattito sta acquisendo connotati ideologici, di bandiera.

Ci dicono, inoltre, che i titoli di stato non saranno più comprati, che la nuova moneta si svaluterà e che perderemo tanti soldi.

Sul primo punto, non si capisce perché gli investitori esteri non dovrebbero più comprare i nostri BTP (fino al 2001 li acquistavano, perché non dovrebbero farlo in futuro è un mistero), ma soprattutto noi abbiamo la liquidità necessaria per comprare tutti i titoli di stato in circolazione.

Il problema non esiste, è inventato.

Il Giappone ha un debito pubblico doppio rispetto al nostro, ma non ha nessun problema a gestirlo perché i titoli di stato sono di proprietà dei giapponesi.

Seconda obiezione: la moneta si svaluterà.

Di quanto? Naturalmente non lo sanno, ma tirano ad indovinare.

Del 30% ipotizza qualcuno, aggiungendo che perderemo il 30% di ricchezza, visto che i titoli di stato ora in Euro saranno convertiti in Lire.

In realtà, il peggio che potrà capitare, se la Lira si svaluterà del 30% rispetto a Euro e Dollaro, sarà un aumento dei prezzi espressi in Euro e in Dollari, con conseguente aumento dell’inflazione; cosa quanto mai gradita in questa fase di imminente deflazione.

Le svalutazioni hanno fatto la fortuna della manifattura italiana nei decenni scorsi e, soprattutto, sono ricercate e volute, oggi, da Giappone e USA.

Lo Yen si è svalutato verso il dollaro e l’euro del 30% in un anno.

Avete notizie di cataclismi nel paese del sol levante?

No, anzi l’economia giapponese è tornata a crescere come mai negli ultimi 20 anni.

Il dollaro si è svalutato nei confronti dell’euro del 60% tra il 2003 e il 2008 ed è opinione diffusa che ancora oggi sia svalutato di circa il 20%.

Americani e giapponesi vogliono una moneta debole e noi stiamo facendo di tutto per accontentarli andando contro i nostri interessi.

Gli allarmismi mediatici hanno il potere di condizionare le nostre vite e di paralizzare le nostre menti.

Ecco perché mi sovviene una frase di Roosvelt: l’unica cosa di cui bisogna aver paura è la paura.

 

 

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