I contadini lucani: miseria, lotte e riscatto

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DSC06478-1-dragged Le rivolte contadine degli anni ’40 contro la grande proprietà latifondista e contro la rassegnazione per condizioni di vita disumane portarono, nel 1950, all’approvazione da parte del Parlamento della cosiddetta Riforma agraria. L’evento rappresenta una delle pagine più affascinanti della storia lucana del XX secolo.

I contadini, che all’inizio del ‘900 avevano ottenuto dai governi liberali qualche riconoscimento alle loro richieste, erano stati duramente penalizzati dal governo fascista, manifestamente schierato a favore dei grandi proprietari latifondisti.

Negli anni trenta, la vita contadina era diventata insopportabile: orari di lavoro estenuanti, su terreni paludosi con conseguente e frequente rischio di malaria, e paghe miserevoli e inadeguate al sostentamento delle famiglie.

I primi moti di rivolta, che si verificarono agli inizi degli anni ’40 in vari comuni lucani, furono una combinazione di antifascismo e lotte contadine: da un lato vi era il desiderio di ottenere un “pezzo di terra” da coltivare, dall’altro l’azione di tanti piccoli e grandi antifascisti lucani, nonché di quegli antifascisti spediti al confino ( Carlo Levi, Camilla Ravera, Franco Venturi, ecc.), stimolò una più viva coscienza democratica.

Le proteste iniziarono, come detto, nei primi anni ’40 e portarono all’occupazione delle terre demaniali e dei grandi latifondi.

Nel ’44 venne emanato il decreto Gullo che introdusse nelle campagne elementi di significativa novità e creò aspettative nelle popolazioni dopo anni di totale soggezione agli agrari.

Non fu sufficiente! I contadini chiedevano altro: radicali cambiamenti dei rapporti sociali, delle condizioni di lavoro e, soprattutto, l’abbattimento del latifondo, pietra miliare per arrivare al pieno controllo dei mezzi di produzione.

Sul finire degli anni ’40, il movimento contadino riprese vigore; in tutto il Mezzogiorno la protesta e le occupazioni divennero sempre più frequenti e meglio organizzate.

I contadini che occupavano il latifondo attaccavano alle loro bandiere una copia della Costituzione italiana, di cui avevano imparato a memoria l’art 42: “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i limiti allo scopo di assicurare la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

In questa fase, cambiò, diventando straordinariamente incisivo, il ruolo delle donne. Incoraggiarono gli uomini, superando la visione fatalistica tipica delle masse meridionali, e si misero a capo delle rivolte, come avvenne a Montescaglioso nell’occupazione del feudo dei Lacava.

Quest’ultimo episodio fu, insieme all’eccidio di Melissa, cruciale.

672586731La reazione degli agrari e delle forze di polizia non si fece attendere: il paese venne circondato e i capi della rivolta arrestati; un contadino, Giuseppe Novello, venne ucciso dalla polizia.

Il poeta Rocco Scotellaro lo eleverà a simbolo della rivolta contadina.

Ma il processo era ormai irreversibile.

Nel maggio del 1950 venne approvata la “Legge Sila” che avviò la riforma in Calabria; nell’ottobre dello stesso anno venne approvata la “Legge stralcio” che estese la riforma alle altre regioni del meridione.

In Basilicata vennero espropriati e assegnati 44 mila ettari di terreno; l’esproprio venne attuato per le proprietà superiori a trecento ettari, escludendo le aziende modello, ovverosia quelle in cui il lavoro era fortemente meccanizzato e la produttività molto elevata.

La riforma è stata considerata la legge più innovativa del secondo dopoguerra, e fu realizzata grazie all’inedita alleanza tra le masse contadine, guidate dalla sinistra, il riformismo democristiano, determinante per l’approvazione della legge, e le forze industriali.

Sul piano sociale gli effetti furono enormi; scomparve la grande proprietà latifondista e si avviò il graduale riavvicinamento delle varie classi sociali, profondamente divise tra loro; quest’ultimo fenomeno venne lucidamente fotografato e denunciato da Rossi-Doria, il quale arrivò ad affermare: “non c’è nessuna società al mondo in cui questo distacco fra classi rurali è così spaventoso”.

Sul piano economico gli effetti furono meno significativi, ma comunque importanti; infatti, le condizioni di lavoro migliorarono e la produttività aumentò.

Il superamento dei rapporti feudali che gravavano sull’agricoltura e lo stravolgimento delle gerarchie sociali aprirono la strada al coinvolgimento delle masse meridionali nel processo di sviluppo della democrazia italiana.

Ma non fu sufficiente! Solo un terzo delle grandi proprietà fu realmente intaccato, molti contadini non riuscirono a ottenere il loro pezzo di terra, tanti subirono le ritorsioni dei proprietari danneggiati.

La riforma avrebbe dovuto accompagnarsi all’ammodernamento dell’agricoltura, alle opere di bonifica e all’apertura del mondo contadino al resto della società.

L’eccessivo frazionamento delle terre, l’assenza di spirito cooperativistico e di nuovi fermenti culturali e tecnici, uniti alla notevole dispersione di risorse economiche che presero la via del Nord Italia per l’acquisto di macchine agricole vanificarono gli sforzi, le lotte, i sacrifici e le conquiste ottenute.

La proletarizzazione delle campagne che ne derivò aprì le porte all’immane, e per tanti inevitabile e benefico, movimento migratorio verso le città del triangolo industriale.

Si concludeva, tra luci e ombre, una straordinaria storia di uomini e donne che, stanchi della loro miseria, scrissero la parola fine a secoli di soggezione ed esclusione sociale, aprendo se stessi e le future generazioni alla civiltà democratica contemporanea.

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