L’ultimo treno, la ferrovia turistica.

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ferrovia 2Se si guarda la Basilicata di quasi cento anni fa, con nostra somma sorpresa rispetto alla situazione attuale, la troveremo ricca di linee ferroviarie, quali ordinarie, quali a scartamento ridotto, quali solo in progetto, ma in ogni caso – almeno all’apparenza – ben collegata.

Il grande progetto che investì tutto il meridione agli inizi del ‘900 prevedeva una fitta rete di connessioni su rotaie che percorreva l’entroterra campano, lucano, calabro, pugliese e metteva in comunicazione questi luoghi con le linee principali.

Molte di queste linee, anche se con estrema lentezza e difficoltà, vennero realizzate ma furono penalizzate dalla scelta dello scartamento ridotto che le classificava come ferrovie di serie B, lente e non adatte – anche per la loro collocazione spesso lontana dai centri abitati – ad un trasporto passeggeri ma più ad un trasporto merci.

La poca utenza e i problemi strutturali che portarono alla chiusura progressiva di piccoli pezzi e non ultimo la diffusione del trasporto su gomma in un’Italia in pieno boom economico, che si stava velocizzando, portò alla chiusura tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’80 di molte tratte.

Uno di questi rami ferroviari, che ormai da quasi 40 anni è divenuto un ramo secco, è la Lagonegro-Spezzano Albanese. Questa linea ferroviaria si snoda per circa 104 km a cavallo tra il nostro territorio e l’adiacente territorio calabro ed è detta anche ‘la ferrovia del Pollino’.

Il tracciato ferroviario si inerpica tra le montagne del Parco Nazionale del Pollino attraversando paesaggi di rara bellezza naturale. La ferrovia rappresentava l’arrivo di un progresso che avrebbe tolto dall’isolamento – dovuto anche ad un territorio difficile da conquistare e gestire, con numerosi piccoli centri – e dato il via ad una crescita economica ed ad una serie di scambi.

La ferrovia si presenta oggi, ai nostri occhi, come un patrimonio di archeologia industriale integrato nel territorio, che è entrato a far parte del nostro paesaggio.

L’archeologia ferroviaria è costituita in prima parte dai tracciati e poi dai fabbricati e dalle infrastrutture. Il tragitto, nonostante il tempo e gli sforzi per cancellarlo, tra cui l’eliminazione – in un’ottica poco lungimirante – di tutti i binari,  si vede ancora chiaramente sia dalle foto satellitari sia percorrendolo a piedi.

La natura si è ripresa il suo spazio, ma si lascia ancora attraversare da quella linea che un tempo costituiva la ferrovia.

Le stazioni, alcune “fortunatamente” riutilizzate come abitazioni private, altre abbandonate, altre purtroppo crollate, segnano il territorio e l’identificazione toponomastica del luogo.

I ponti, alcuni di grande rilievo ingegneristico e le gallerie (tra cui ricordiamo la galleria elicoidale che collega Castelluccio Sup. a Castelluccio Inf.) sono ancora attraversabili.

Il percorso, in generale, attraversa diversi tipi di paesaggi: da quello urbano a quello rurale, da quello campestre a quello industriale, costeggiando laghi, fiumi, passando per boschi, montagne: tutte aree di indubbio interesse culturale e naturale.

La chiave di lettura giusta di quel che ci rimane della ferrovia è la sua rivalutazione come cerniera dei diversi territori comunali e come porta verso quello che è il più grande parco naturale d’Italia.

La ferrovia che non esiste più, in realtà, può ancora darci degli input per lo sviluppo del territorio. Pensare ad un progetto di riconversione dell’ex-strada ferrata inpercorso ciclo-pedonale, equino o percorribile con mezzi di trasporto alternativo, e logicamente legarlo alle attività del luogo.

Integrando questa trasformazione con le dovute infrastrutture ricettive non è impossibile, non è fantasia e non è puro ottimismo. Piuttosto è credere e vedere nuove possibilità per la propria terra, grazie alla conoscenza della straordinaria bellezza di cui siamo custodi.

Si può così indirizzare lo sviluppo del territorio verso un turismo sano e un’economia verde.

Sulla scia di numerosi esempi europei – via Verdas in Spagna, progetto Ravel in Belgio, etc. – oltreoceano – progetto Rail-to-trails negli U.S.A., RailTrails Australia –  e anche italiani – Area24 recupero ex ferrovia Ospedaletti-San lorenzo come pista ciclabile costiera a Genova.

Il “bisogno di deragliare” è uscire fuori da determinati schemi che ci presentano le opportunità, la bellezza, il progresso solo altrove. Significa cambiare e ampliare il nostro punto di vista, trasformarlo pur rimanendo lì, sullo stesso binario, sullo stesso tracciato di una ferrovia su cui forse sta passando “l’ultimo treno”. L’ultima possibilità di mantenerla in qualche modo ancora in vita.

Fonte: L’arrotinomagazine

 

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