L’eredità di una generazione

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FALO Nella mia memoria, sono rimasti volti scavati dal sole, appartenenti ad una generazione ormai perduta, nata nel primo decennio del 1900, che ogni persona della mia età, ricorda con grande rispetto.

Ricordo che ogni volta che mi capitava di buttare una mela mangiata a metà o un biscotto, risuonava la voce di qualcuno di questi anziani: “nu nù jttà iè piccatu”, non lo buttare è peccato!. La parola “peccato” è molto diffusa nella nostra lingua. E’ peccato invidiare, fare del male agli altri, trattare male una persona, buttare via qualcosa che potrebbe tornare utile. Dal peccato può scaturire una pena per chi lo commette .
Dio cristiano, tra quelle persone, era l’Essere che guidava le proprie vite, I’Essere che designava il destino di ognuno e al quale era vano opporsi: “Dio ha voluto così”, “Si vò Dio”, “Sa fa Dio” (lascia fare Dio); queste espressioni descrivono la consapevolezza di una vita predestinata. Inutile cercare di cambiare le cose: “quello che deve essere lo sa Dio”. Credo che se quelle persone abbiano sopportato sofferenze e dolori è stato grazie a questo Dio che regalava loro la rassegnazione che non porta mai alla disperazione. Persino la morte per quanto violenta e prematura fosse, era 1a chiamata del Creatore, è quindi vano struggersi.
Quegli anziani vissero la loro infanzia e la loro giovinezza tra gli stenti, in uno dei tanti sperduti paesini del Sud, abbandonato a sé stesso.
Si moriva per malattie infettive o si moriva e basta senza sapere di cosa. Quando qualcuno moriva all’improvviso si diceva: “a Tizio ha pigghiata a guccia”, la maggior parte delle volte si trattava di un ictus o di un infarto. Questa frase, è ancora in uso nel nostro dialetto, per indicare un momento di terribile sgomento. Ci si curava con intrugli e decotti d’erbe. Il medico era a San Severino e si recava dai pazienti delle frazioni vicine con l’asino. Per alcuni malanni non ci si rivolgeva solo al medico: c’era chi non conosceva nulla di anatomia ma curava le slogature, le contusioni, fratture, aveva capacità che si consolidavano con l’esperienza.
Nelle malattie,come contro l’imprevedibilità della natura, in tutto ciò in cui l’uomo, con le sue sole forze, si sentiva impotente, ci si rivolgeva alla preghiera e a riti magici . Quando il cielo era attraversato da fulmini, si “spaccava la tempesta”. Dimenando una falce e recitando dei versi, si allontanava la tempesta, scongiurando la caduta di fulmini che spesso facevano vittime di uomini e bestie. La mia bisnonna, quando si scatenavano nel cielo fulmini e saette s’inginocchiava, si faceva il segno della croce e,con gli occhi rivolti al cielo iniziava così a recitare:

Quanti trona e lampa datti à rrassa
Santu Jassu e Santu Sammunu
Iata a casa di nostru Signuru
Nostru Signuru e tutti li Santi
Iati a casa du Spirdu Santi
Santa Barbara nun ddaddurmì
Ca tri fulmini ana vinì
Unu Lampu
Natu truonu
E natu chiù bruttu i tutti
Fa u cadì nda na valla scura
E nun ci fa patì nisciuna criatura.

malocchio_1-216x300Di quel mondo fatto di riti e credenze tra il religioso e il magico resiste “l’affascina”. Consiste nel recitare una serie di preghiere da fare alla presenza della persona “affascinata”, oppure si può fare in assenza basti che si abbia un suo oggetto.
La persona “affascinata lamenta un brutto mal di testa. Se il praticante inizia a sbadigliare significa che c’è “l’affascina”, qualcuno ha provato invidia nei suoi confronti o semplicemente è stata oggetto di un complimento. L’unico modo per non “affascinare” è dire “abbinidica” o “fora affascina”a chi si sta lusingando. Insieme all’affascina, fino a qualche decennio fa, si praticava ancora il rito spettrale contro il fuoco di Sant’Antonio. Si accendevano dei ceri intorno al malato e si iniziano a recitare misteriose frasi. Del tutto scomparso, invece, il rito contro il male dell’arco. Si pensava che il colorito giallo,causato probabilmente da malattie del fegato, fosse il risultato dell’incauto gesto di urinare vicino all’arcobaleno. Scomparso anche il rito per eliminare i vermi dalla pancia, dovuti evidentemente all’ingestione di carne di pecore morte che allora venivano comunemente mangiate per risparmiare quelle vive, impiegate nella produzione di latte.
L’uomo dalla natura trae i suoi vantaggi e l’uomo teme la natura incontrollabile, selvaggia e se ne difende con scaramanzie, miste a credenze religiose. Tutto ciò che è selvaggio, ostile, è controllato o dichiarato inutile.
I Pini Loricati, oggi considerati monumenti naturali viventi e dalla bellezza unica, si chiamavano quasi con disprezzo “Pìoche”. Il loro legname pieno di resina era inutilizzabile e dunque sottovalutato. Si uccidevano falchi e lupi, rivali predatori di pastori e cacciatori. Dalla travagliata storia del lupo del Pollino che ha rischiato l’estinzione ne deriva un detto:” và campenni ca pedda du lupo”. Non so in quale periodo storico ma so che chi ammazzava un lupo ne riceveva un compenso economico ma i lupi, per la loro natura schiva e solitaria, difficilmente incontravano l’uomo e così chi campava con la taglia del lupo era in realtà un illuso .Una leggenda popolare afferma che il lupo fu bastonato da San Silvestro e che per questa ragione ha più forza nelle gambe anteriori che in quelle posteriori. E’ per questa ragione il lupo dice:
” Si tineru lu miu cucone come tengu lu miu spaddone mi tireru nu paricchiu cu tuttu u patrone”
Anche i serpenti erano un pericolo sempre in agguato.Il Santo che proteggeva l’uomo dai serpenti era San Paolo e perciò quando si camminava tra l’erba fitta, si allontanavano i serpenti con la frase: Sciù Santu Paulu”, oppure con queste parole:

Santi Paulu miu giragulu
attuppa a quissi ca i’ mi mbauru
attuppallu forti forti e
fa u murì i mala morti’
San Paolo mio girovago afferra questo (il serpente) che io ho paura
Afferralo forte forte e fallo morire di brutta morte

maialeC’era Dio buono, consolatore e fonte di bene e i Santi protettori e c’era il male cagionato dal Demonio.. Era vietato fare il suo nome di notte e davanti la sacralità di una tavola imbandita, era come ridestarlo dagli inferi. Ancora oggi, le massaie, prima d’infornare il pane, per proteggerlo, disegnano una croce su di esso e pronunciano: “buona crescita”.”. Quest’alimento era indispensabile nell’alimentazione, era impensabile buttarne anche un solo pezzetto. Quando diventava troppo duro si cuoceva con acqua, pomodoro, prezzemolo, sugna ottenendo il “pane quott”‘. Nulla veniva sprecato, basti pensare all’uso che se ne faceva del maiale del quale si buttavano solo le unghia, gli occhi e i denti; i peli erano dati ai calzolai che ne realizzavano punte per lo spago. Non conoscevano il superfluo, tutto ciò che avevano, era guadagnato, sudato con il duro lavoro .
Tra quegli anziani, era uso comprarsi tutto l’occorrente per la dipartita, dalla sottoveste alla coroncina del rosario. Queste persone, possedevano il senso della morte, vista come ricongiungimento al Creatore e ai cari estinti; per loro, era naturale prepararsi al giorno della partenza per il cielo.
Furono testimoni delle due guerre mondiali e dell’Italia del boom economico.
Io li ricordo molto anziani, ricchi di saggezza e umiltà, spettatori indifesi di una società che cambiava e che, con difficoltà, facevano fatica a capire.

fonte: sanseverinolucano.com

 

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