La Segheria “Palombaro” a Francavilla in Sinni

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OLYMPUS DIGITAL CAMERADue toponimi a Francavilla in Sinni, via Segheria Palombaro e viale Antonio Palombaro, ricordano l’antico insediamento industriale che portava lo stesso nome, attivo nel nostro comune dai primi anni ’30 fino agli anni ’70, per un quarantennio.

Rincresce che, al di là della memoria e delle testimonianze dei più anziani, non sia rimasto alcunchè di questo pezzo di archeologia industriale che tanto ha inciso nella vita economica e sociale della nostra comunità.

Occorre non dimenticare che, negli anni tristi del secondo conflitto  mondiale, ma anche nel periodo post bellico, la Segheria Palombaro è stata, per Francavilla, l’unica fonte di reddito, a parte i cespiti derivanti dall’agricoltura e dall’artigianato locale (fiorente allora era l’artigianato della lavorazione del legno: barilai, sellai, bastai, bottai, sediai, canestrai, ecc.).

I Palombaro, provenienti da San Venanzo di Terni, in terra d’Umbria,  ove già si dedicavano all’industria boschiva, si  interessarono al ricco patrimonio boschivo della Basilicata e, segnatamente, ai boschi di Caramola e di Avena, ricadenti nel territorio di Francavilla, aggiudicandosi secondo le norme allora in vigore il diritto di tagliare gli alberi opportunamente selezionati e martellati, per poi trasformare il legname ottenuto in manufatti utili per le costruzioni in genere, per le traverse ferroviarie e per i tanti usi in cui venivano impiegati.

Taglio del BoscoE fu così che la ditta Palombaro pensò ad una teleferica che dai boschi trasferisse i tronchi degli alberi tagliati, a più bassa quota,  in zona ”San Biase”, per poi portarli nella segheria che andò via via realizzandosi in zona “Farneta” di Francavilla.

Qui, nel tempo, è stato installato un vero e proprio opificio, fornito di brente a vapore e seghe a nastro, oltre che delle officine per l’affilatura delle lame e per tutto quanto fosse necessario per la lavorazione completa del legname che lì confluiva, in grandi piazzali, dalla teleferica.

Il materiale legnoso semilavorato, veniva poi avviato su gomma ai porti di Taranto, Bari e Brindisi ed alle stazioni ferroviarie di Lagonegro e Nova Siri, da qui raggiungeva le varie industrie ove il ciclo lavorativo della materia prima e dei semilavorati raggiungeva la sua ultima destinazione.

Ovviamente, il materiale di scarto veniva commercializzato per uso riscaldamento.

Sono ancora presenti nella memoria di tanti, come di chi scrive, i gruppi di operaie ed operai che dal centro urbano raggiungevano la ”Farneta” per prestare la loro opera nei  capannoni della segheria palombaro.

Da una testimonianza privilegiata ho appreso che, durante la seconda guerra mondiale, l’opificio venne opportunamente mimetizzato per difenderlo da possibili incursioni aeree.

L’attività della segheria è andata avanti fino agli anni ’70 grazie alla laboriosità dei francavillesi, allo spirito di intraprendenza di diversi  ex dipendenti che hanno voluto onorare fino in fondo questa intuizione industriale dei Palombaro che ha costituito, nel tempo, un vero fiore all’occhiello dell’economia locale.

Sia questo modesto contributo di memoria storica un omaggio alla laboriosità, alla tenacia, allo spirito  di iniziativa dei tanti che hanno contribuito, nel tempo, alla crescita sociale ed economica della nostra ridente cittadina!

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