Una famiglia

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238_bbPartirono all’alba, quando il cielo era ancora tinto di quell’azzurro cupo che si schiarisce  col lento e nascosto sorgere del sole. Si portarono sulla strada principale per le viuzze strette del paese. Là li attendeva il boscaiolo che gli avrebbe tagliato quel vecchio cerro che cresceva sul ciglio della strada. Il trattore annunciò il suo arrivo con il rombo pesante e le luci dei fari che penetravano l’aria bluastra dell’alba. Salirono tutti e due appoggiandosi alle scalette laterali e il trattore si avviò. Il padre e il boscaiolo chiacchieravano ad alta voce, a causa del rumore che faceva il motore. Poi incontrarono la strada sterrata che saliva in alto, per i boschetti che circondavano le ultime case e i campi ormai quasi tutti incolti; per i pascoli ormai invasi da rovi, su cui il bosco si espandeva, quando la ghianda attecchiva alla terra, e dai germogli spuntavano i nuovi alberelli. Per quei pascoli dove ancora si vedeva qualche vecchio pastore col suo cappello a falde strette e la giacca di velluto infestata dai tafani dell’estate, con la faccia bruciata dal sole e il corpo nodoso come le radici degli alberi. Si udiva il suo richiamo, i versi di quella lingua che solo il pastore e il suo gregge comprendono; e c’era l’abbaiare dei cani che minacciosi si dirigevano verso gli sconosciuti che passavano  accanto al gregge, percorrendo i sentieri scavati dagli animali; poi il pastore si alzava dal posto fresco che si era scelto all’ombra della quercia e si avvicinava per richiamare i cani e scambiare quattro chiacchiere.  “U’ valano”, era detto così il pastore delle mucche e “ ’u picuraro”, il pastore di pecore e capre che ancora viveva la transumanza e si incontrava d’estate, col gregge che pascolava finalmente all’aria fresca della montagna. Ma i sentieri si stavano riempendo di erbacce, quelli che un tempo erano campi coltivati  adesso erano terreni messi a semina dalla natura stessa. Il mondo civile cambiava velocemente mentre la natura ritornava lentamente ad espandere la vita secondo le sue leggi.

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Era ancora buio quando i fari del trattore abbagliarono una lepre in mezzo alla strada. Se ne stava là, ferma, stupita e impaurita da quella luce improvvisa che spuntava come nulla dalle tenebre. Sarebbe potuta sparire con un balzo, saltando al lato della strada, trovando riparo tra i cespugli, invece se ne stava ancora là, ipnotizzata dalla luce. Alla fine lentamente si decise ad abbandonare la strada e si buttò nei rovi sparendo nell’oscurità bluastra che lentamente si dissolveva. Il sole sorgeva e boschi e pascoli si riempivano della luce tersa del giorno, quella luce allegra e vivida che mette sempre armonia nei propri pensieri.

Arrivarono al vecchio rudere dell’ovile circondato da grossi cerri. Il ragazzo amava quegli alberi. Non ne erano rimasti tanti ormai dei vecchi giganti secolari. Le moderne motoseghe li avevano abbattuti e la loro alta chioma non si ergeva più sul bosco come un tempo. “E’ stato distrutto tutto”, si lasciò sfuggire il padre un giorno con un’aria che lasciava trasparire malinconia.

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Arrivarono ai boschetti di loro proprietà e si portarono nel punto in cui sorgeva il grande cerro da abbattere, vicino al vecchio pagliaro. Era un albero dal tronco scuro e molto grosso e ai sui piedi c’era una strana segatura. Dava l’idea di un albero cavo. “Quando questo vecchio albero sarà abbattuto gli altri potranno crescere”, disse il padre. E aggiunse che l’albero era  grosso quasi come adesso, quand’era ragazzo.

Il boscaiolo scaricò gli attrezzi dal trattore: la motosega, l’accetta, la mazza e i cunei; la benzina e la lima per affilare la catena. Accese il motore e cominciò a varie riprese a creare la tacca sull’albero, poi levò quella che somigliava ad una fetta d’anguria. Il padre disse al ragazzo che dovevano allontanarsi. Il boscaiolo fece penetrare la lama dall’altro lato del tronco; l’albero cominciò a sussultare, poi perse l’equilibrio… e si sentì il rumore del legno che si rompe e così stramazzò al suolo con uno schiaffo rumoroso alla strada sterrata; si spezzò qualche ramo e qualcun altro volava, e cadendo l’albero investiva una giovane pianta destinata a rinsecchirsi, mentre le altre vicine avrebbero finalmente visto la luce e sarebbero cresciute dritte.

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Adesso bisognava cominciare a segare l’albero, dividendolo in tronchetti e partendo dal ceppo. Il tronco era cavo. Quando arrivò a segare il secondo ceppo dalla cavità spuntò una coda. Nel tronco c’era un nido di ghiri. Madre, padre e figli. Una famiglia. La motosega aveva sfiorato gli animali per pochi centimetri. La coppia uscì fuori, erano spaventati e disorientati. Uno si portò sul tronco. Il ragazzo lo afferrò subito con la mano destra, quasi d’istinto. L’animale si liberò subito dalla  debole stretta del ragazzo e con un salto di quattro metri scomparve tra i cespugli. Il padre rimproverò il ragazzo. “Non avresti dovuto farlo. Poteva staccarti un dito!”. L’altro ghiro si arrampicò quasi che lo avesse preso per un albero, sui pantaloni del padre, che si divincolò goffamente da quell’assalto. Quella scena fece sorridere il ragazzo.

 

Il boscaiolo continuò a segare l’albero, quasi ignaro di quello che avevano combinato. I piccoli erano rimasti all’interno del nido, e quando il ceppo fu spaccato in due caddero a terra, dimenandosi ciechi in quel mondo oscuro, alla ricerca di quel calore materno che era stato, fino a quel momento,  l’unica sicurezza della loro breve vita. Non sarebbero durati a lungo là per terra. Uno dei tronchetti era rotolato e ne aveva schiacciato uno, che ancora si muoveva con le sue minuscole budella di fuori, tinte di sangue. Il ragazzo smise di aiutare il padre e il boscaiolo nello spaccare la legna e cercò di mettere in salvo i cuccioli di ghiro. Ne prese uno in mano e si stupì della capacità che aveva di avvinghiarsi ai suoi guanti di pezza. Il ragazzo si arrampicò sul lato destro della strada e trovò una buca naturale per terra, tra i cespugli. Tirò il piccolo essere che era rimasto aggrappato al guanto della sua mano destra: non voleva mollare la presa e dovette tirare con forza per staccare le sue unghia dalla stoffa. Dopo averne riposto uno andò a prendere gli altri.  Ce n’erano altri quattro oltre a quello morto; un altro si muoveva ancora, ma forse era ferito perché urtato anch’esso dai ceppi. Il padre esortò il ragazzo a lasciar perdere i cuccioli e a ritornare a lavorare.  Dopo averli messi tutti nella buca si rimise anche lui al lavoro. Quando finirono il padre spiegò al ragazzo che non doveva preoccuparsi, perché la madre avrebbe recuperato i cuccioli e li avrebbe portati da qualche altra parte, in un luogo sicuro tra gli alberi.

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Il giorno dopo il ragazzo trovò la scusa di farsi un giro per funghi e ritornò a piedi alla buca, nel bosco dove aveva riposto quelle piccole creature. Nella buca era rimasto solo un cucciolo, ed era morto. Era quello ferito, e che lui aveva riposto lo stesso nella buca, assieme agli altri. Un fratello sfortunato che il Caos del mondo aveva rispedito indietro nei labirinti del Nulla. Se i cuccioli fossero stati divorati da qualche volpe il cucciolo morto non sarebbe rimasto là. Era la prova che era stata  la madre a prenderli. La madre, che conosceva per istinto la presenza della morte, lo aveva lasciato là, recuperando gli altri cuccioli e portandoli su un altro albero. Lì, forse, la famiglia avrebbe ritrovato una nuova casa nella pace del bosco…

 

fonte: http://www.sanseverinolucano.com

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