C’era una volta il Sud

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SENATO: QUARTA VOTAZIONE ALLE 16.30L’antica questione meridionale non esiste più.

Qualcuno pensa sia una fortuna, visti i risultati delle politiche meridionaliste adottate nel secolo scorso.

Per altri versi, con l’inizio del terzo millennio, la questione è stata rovesciata dalle urla leghiste che hanno portato a galla la questione “settentrionale”.

Lo stesso Renzi, subito dopo il giuramento, ha affermato con orgoglio che per la prima volta un governo non dava risalto al problema del mezzogiorno, non perchè inesistente, ma perché, per come era stato sempre posto in passato, finiva col ghettizzare il Sud a luogo di arretratezza e di malcostume.

A tutto ciò si aggiunge una crisi economica e identitaria che avvolge tutto il paese, e che ha finito per porre in secondo piano gli atavici ritardi di una sua porzione di territorio.

Una cosa è certa: oggi il meridione è sotto rappresentato, non esprime più una classe dirigente di qualità o comunque gli uomini del sud non occupano più posti nevralgici nel governo, nell’economia, nella medicina, nella cultura, ecc.

Negli anni ’50 il Governatore della Banca D’Italia era un foggiano, negli anni ’60 Moro era Capo del Governo (per 5 anni) e Colombo ministro del Tesoro (per 7 anni).

Nella DC, all’epoca dominus della politica italiana, la classe dirigente meridionale contava, incideva nelle scelte politiche, faceva opinione.

Colombo era il leader dei cosiddetti monetaristi, Moro era il leader dei dorotei, Andreotti, di casa negli ambienti vaticani, era il leader dell’area cattolica più legata alla tradizione.

Insomma il Sud c’era, e c’era anche la questione meridionale, e c’era lo sforzo intellettuale, ma anche fattuale, di accorciare quanto più possibile le distanze rispetto al resto del paese.

Si potrebbe obiettare che gran parte di quegli sforzi non hanno dato i risultati sperati, ma nessuno può negare che, dopo il grande flusso degli anni ’50 e ’60, l’emigrazione diminuì notevolmente negli anni ’70 e ’80, in corrispondenza di un incremento senza precedenti del tenore di vita.

Se pensiamo al nostro piccolo paese, ricordiamo che proprio in quegli anni si consolidarono o nacquero figure imprenditoriali degne di nota, come Policarpo Abitante, Egidio Abitante, Carmelo Pangaro, Luigi Ciani e Franco Cupparo; si sviluppò l’artigianato del legno, dell’edilizia e, soprattutto, il commercio; il paese ebbe un notevole sviluppo urbano (lo so, lo abbiamo definito più volte disordinato), chi aveva conseguito un diploma (all’epoca un titolo di studio di valore) riusciva il più delle volte a trovare un buon lavoro nel suo paese o in zona.

Molto dipese dall’intervento dello Stato che aumentò la spesa pubblica, consentendo la proliferazione di posti pubblici (scuole, ospedali, uffici delle tasse, poste), ma l’effervescenza non mancò.

aldo-moro20E’ vero, tanti errori furono commessi proprio in quella fase; dopo la prima ondata di benessere che si registrò negli anni ’70, gli anni ’80 avrebbero dovuto sancire il salto verso una crescita strutturale; invece abbiamo usato il terremoto (intendo il Sud, non solo Francavilla) per distribuire altri soldi senza scopo, mentre altrove costruivano aeroporti, potenziavano porti, autostrade e ferrovie; abbiamo preferito l’uovo alla gallina.

Oggi?

Risale a qualche giorno fa la notizia di un investimento in Puglia, nella zona del Salento, per circa 70 milioni di Euro (un resort a 5 stelle), bloccato dalla burocrazia.

Gli investitori (inglesi) attendono da 6 anni le autorizzazioni per procedere con i lavori!

Attrarre gli investimenti esteri o italiani provenienti da altre aree del territorio nazionale è l’unica chance per uno sviluppo duraturo.

Sperare ancora nella spesa pubblica, nel contentino, nell’ovetto kinder non è più possibile; servirebbero proposte coraggiose e innovative sulla tassazione delle nuove imprese, sulla flessibilità di contratti e retribuzioni, sulla rapidità delle scelte amministrative.

Ma il silenzio è assordante.

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