Per un pane

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soldato-tedesco-prigionieroUn tedesco vero quelli del paese non l’avevano mai visto.

Quando nel settembre del ’43 ci fu l’armistizio se ne ritiravano ancora tanti lungo la vallata: alti, biondi… e incattiviti.

Alcuni di essi, simili ai lupi d’inverno, s’avvicinavano alle case. Se avevano soldi, quello che prendevano lo pagavano; a volte lo barattavano con delle sigarette, spesso se lo pigliavano e basta.

S’erano accampati sul greto del fiume e stavano tutto il giorno nell’acqua. Nudi come vermi, tant’è che le donne dovettero fare a meno di andare a lavare i panni durante quei giorni.

Imposero per prima cosa il coprifuoco.

I pochi anziani contadini rimasti, che si non potevano più partire di notte per recarsi a zappare, formarono una delegazione e andarono a protestare: vennero rispediti indietro a calci e sghignazzate. Il podestà, contadino benestante, ma pur sempre contadino, si fece coraggiosamente carico delle loro lagnanze inascoltate e volle tentare, ma furono risa e scarponate pure per lui.

– Sarà solamente per un paio di giorni, vedrete! – comunicò il primo cittadino al barone.

– Speriamo! – commentò sua Eccellenza, che da parte sua aveva saggiamente rinunciato a far visita ai tedeschi. E gli piangeva il cuore vedendo la fine che faceva la sua uva ormai pronta per la vendemmia.

La seconda sera (ma era ancora chiaro, ché mancavano almeno dieci minuti al tramonto)… dunque, la seconda sera che quei signori s’erano sistemati nel territorio circostante, Toruccio, un ragazzotto al quale cominciava a spuntare la peluria sotto il naso, si dirigeva verso casa fischiettando. Tornava da sua nonna, che quel giorno aveva impastato e infornato. E teneva un pane sotto il braccio, un bel pane ancora caldo che era tutto una fragranza.

Svoltato un angolo si trovò davanti un tedesco col mitra spianato. Si trattava di uno di quei pochi soldati che non stavano con gli altri al fiume, ma che s’erano installati in paese passandovi pure la notte.

Il ragazzo si fermò e smise di fischiettare. Il tedesco vide il pane, ne annusò l’odore, tentò di afferrarlo.

Toruccio oppose resistenza. E siccome il soldato stava per sopraffarlo si mise a sferrare calci negli stinchi e a chiamare aiuto.

Alle grida accorsero i parenti; ma nello stesso momento in cui si precipitavano fuori dalla porta, udirono un crepitìo. Quando giunsero sul posto trovarono il loro Toruccio che si contorceva premendosi le mani sulla pancia e dicendo “mamma… mamma…”.

Il pane stava per terra accanto a lui e le mani gli si stavano arrossando di sangue. La madre si gettò con un urlo sul figlio, gli altri parenti si girarono verso il soldato.

Questi indietreggiò di un passo minacciandoli con l’arma; disse qualcosa nella sua lingua, storpiò la parola “coprifuoco” e si allontanò.

Toruccio ebbe il tempo di mormorare ancora:

– Mi voleva rubare il pane… – Poco dopo smise di invocare la mamma, diventò cereo e mostrò il bianco degli occhi.images

 

I parenti del ragazzo s’erano bene impressa nella mente la faccia del tedesco, e si misero a controllarlo a vista, sperando che non andasse tra i camerati accampati al fiume.

Rimase in paese, e loro, sfidando il coprifuoco, non lo mollarono un attimo neppure di notte, agognando il momento propizio.

Trascorse un altro giorno e Toruccio venne portato al cimitero. Ne passò un altro; i parenti continuavano a tener d’occhio il soldato, ma l’occasione non si presentava. Mai nel posto adatto e sempre con quel mitra a tracolla, pure quando…

Bisognava far presto: erano giunte voci secondo le quali, ancora uno, massimo due giorni, e i tedeschi avrebbero levato il campo. La notizia veniva dal palazzo del barone, c’era da crederci.

Allora i parenti del ragazzo assassinato andarono da Filomena che, sì, era una che faceva la vita da quando il marito emigrato in America a un certo punto non s’era più fatto sentire, ma pure una che teneva il cuore grande e che se poteva aiutare qualcuno non si tirava indietro. E disse di sì, ché dopo quanto era stato fatto a quella creatura, non poteva che essere d’accordo. Anche se il rischio era enorme.

Le indicarono di nascosto il soldato, che proprio là davanti passava almeno venti volte al giorno… e quasi sempre da solo.

Filomena lo aspettò tutta spavalda, seduta di traverso sulla soglia, schiena contro lo stipite, un piede sul gradino, l’altro sul selciato. Gli strizzò un occhio vedendolo arrivare e nel medesimo tempo, allargate le gambe e tirata su la veste, gliela fece vedere.

Il giovane ansimò:

– Ja… ja! – Subito dopo entrò e la donna chiuse la porta col paletto.

Per lui, che veniva dalla strada assolata, nella casa di Filomena c’era buio pesto. Ce n’era invece molto meno per i vendicatori di Toruccio i quali, là dentro da un’ora almeno, lo scrutavano con certi occhi da gatto mentre posava il mitra e, seduto sul letto, mentre cominciava a spogliarsi dopo essersi levato l’elmetto.

Balzati fuori dal loro nascondiglio lo stordirono con un terribile e azzeccato colpo di vanga sul capo, quindi l’imbavagliarono e legarono come una soppressata su una sedia.

Fecero luce con una candela: un rivolo di sangue scendeva sul viso del tedesco: gli avevano spaccato il cranio, ma non era crepato.

Lo zio di Toruccio, invalido di guerra, ma forte come un bue, prese una corda e la passò attorno al collo del soldato, che nel frattempo era rinvenuto; fatto poi un nodo vi infilò il manico della vanga e cominciò a girare, rimanendo alle spalle del condannato.

– L’ho visto fare nella guerra di Spagna: la chiamano “garrota”.

Il sangue sgorgava dalla ferita come un ruscello. Ma pur saldamente legato e con più persone che gli stavano avvinghiate, la vittima cominciò a scalciare e a far traballare la sedia: i colpi sul pavimento potevano benissimo essere uditi da fuori. Filomena tremava col cuore in subbuglio: si aspettava di veder comparire da un momento all’altro una squadra di tedeschi sulla porta.

Quand’ecco che improvvisamente dalla parte del fiume giunse un frastuono assordante: erano i camion e gli altri mezzi motorizzati che si accingevano alla partenza.

Dai vicoli proveniva ogni tanto un rumore di scarponi chiodati e un grido: – Sigmund!… Sigmund!

Poco dopo la stessa voce urlò qualcosaltro, come un’imprecazione. Seguirono dei passi veloci che si perdettero in lontananza.

L’ultima cosa che Sigmund vide, prima che gli si annebbiasse tutto quanto, fu la fotografia di un ragazzino in abito da prima comunione, tenutagli davanti agli occhi da una donna vestita di nero.

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