La vendemmia

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la-vendemmia2Ottobre è il mese della vendemmia per antonomasia. Lo percepiamo dalla televisione, dalle riviste. Questo avvenimento però non lo viviamo più: resta nella nostra mente solamente come un ricordo. I piu’ giovani lo ignorano completamente. (Non è colpa loro!).

Antonio De Minco nel suo racconto ce lo fa rivivere intensamente .

Francavilla nel passato era un discreto produttore di uva e quindi di vino. Oggi proprio perchè sono cambiate le condizioni socio-economiche non produce molta uva. Perciò i nostri concittadini che amano il buon bicchiere di vino comprano l’uva che proviene dai paesi viciniori (Senise, Policoro, Metaponto, e forse anche dalla Puglia). E’ un vero peccato vedere le fertili e soleggiate colline di San Domenico, Cesinale, Aia della Chiesa, Palombara, incolte, mentre prima erano ricoperte di filari e filari di viti.

Potremmo riprendere la coltivazione della vite con i vitigni autoctoni per offrire ai turisti occasioni di svago e benessere nella raccolta dell’uva e poi  delle castagne, sorbe, giuggiole, corbezzole, noci. Questi ultimi sono I cosiddetti frutti dimenticati che molti ricordano per il loro gusto particolare e qualità nutrizionali, ma che tanti non conoscono affatto.

Potrebbe essere un’altra attrazione per i turisti amanti della natura. Oltre naturalmente a riprendere una peculiarità di Francavilla: la produzione del vino crudo, che si ottiene dalla fermentazione del mosto in assenza di vinacce. Si pigia l’uva e si mette direttamente il mosto nelle botti. Il vino che si ottiene è molto leggero in termini di tannini, coloranti delle bucce , ma è molto profumato e di un colore rosso chiaro chiaro. Molte volte, sia per la gradazione alcolica bassa e sia per una non corretta manutenzione delle botti, alla fine in cantina si trova una grande sorpresa: il vino è quasi aceto. Comunque, si consuma ugualmente, perché lo abbiamo fatto con le nostre mani, è genuino (sic!).

 

Dal libro di Antonio De Minco

“La vendemmia”

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Rumor di tini, rivisitazione delle botti, odor di mosto, inebriamento, esaltazione dei sensi!

La preparazione della vendemmia arrivava tra mille e tutte ferventi attività: la preparazione dei tini, delle botti, il rassettamento della cantina, la disposizione delle bottiglie ancora piene di vino, il contattare dei vetturali per il trasporto dell’uva dal vigneto, l’invito da rivolgere a donne parenti per la raccolta dell’uva, la ricerca dell’uomo che procedeva alla pigiatura e così via.

Le operazioni che precedevano la fase finale, connesse alla crescita e allo sviluppo dei grappoli, perché questi assumessero un ottimo aspetto fisico e resa chimica, richiedevano lavori di vario ordine e grado. Si incominciava con la zappatura del terreno: molti uomini venivano impiegati per tale sommovimento (questi uomini, braccianti, partecipavano a quei lavori con impegno ed anche gratitudine, perché oltre “la giornata” (paga), ricevevano per l’intera giornata, il vitto). Erano quelli, tempi molto duri: molti di quegli uomini, quotidianamente si alimentava di pane e cipolle. Perciò, in quelle occasioni, perché non trovavano lavoro tutti i giorni, essi mangiavano con gusto e bevevano col sorriso in cuore, che era poi, il ringraziamento al Buon Dio, per aver soddisfatto quella primaria esigenza. Altre cure particolari venivano dedicate al vigneto: sostituzione di pali rotti, spargimento di solfate di rame, zolfo, spampinatura… .

Il vigneto richiede molto impegno e spese varie. Tuttavia il prodotto che se ne ricava è inebriante, dal punto di vista dell’effetto, e altamente redditizio dal punto di vista economico.

Guardare un grappolo di uva, frutto succulento, meraviglioso, profumato, cristallino, quegli acini aggrgati l’uno vicino all’altro con armonica solidarietà con il raspo e quei piccoli vinaccioli che ne formano la struttura interna, si rimane a bocca aperta. Bocca aperta come espressione di meraviglia; bocca aperta per la degustazione.

La vendemmia, fase culminativa di tanta alacrità e laboriosità, assumeva una ritualità gioiosa ed allegra.

la-vendemmiaLe donne, assaporando qualche chicco di uva, tranciavano quei grossi grappoli dalla pianta.

Il canto che sgorgava dal loro essere, faceva compagnia a quella allegra brigata, che rimirando tra le mani quell’uva dorata e nera, vibrava di gioia sotto l’influsso di quel grande dono della natura.

Chi sa quanti pensieri, quanti sogni vagavano per le teste di tutti i partecipanti, mentre erano sottoposti a quella meravigliosa esperienza. L’occasione era propizia e l’animo, certamente, in quelle ore piacevoli di compagnia, vibrava con ritmo e modalità che, necessariamente, dovevano differire dalla monotonia della quotidianità.

Soverchiare certi livelli e certi limiti della umana esistenza, è il sogno sognato dell’uomo. Ogni occasione è sempre buona per realizzare stati d’animo sereni e felici. In quella realtà sociale, in verità, le occasioni erano molto limitate. Qualsiasi causa sommoveva quello stato permanente, riusciva a innestare una marcia in più e sentirsi anche felici. E l’uomo transeunte compiva ancora un passo avanti, verso quella direzione ignota fatta sempre di speranza e di sogni.

 

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