Mio figlio impiegato a Gallarate

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Scanno_donne_a_passeggio_04Quella mattina d’estate la vecchia madre non aveva provveduto per il pranzo: si vede che qualcosa di grosso stava per accadere.

Era dalle sette che s’agghindava. E Caterina, l’ultima delle figlie, le saltellava attorno, tutta una premura.

– I capelli. Mi raccomando la treccia…

– Se stai ferma…

– … ché non debbo sfigurare.

Caterina le intrecciò i capelli e glieli sistemò con le forcine.

– Guàrdati, adesso. E dimmi se il giorno che ti sei sposata te li hanno acconciati meglio!

La vecchia madre si osservò nello specchio. Di faccia e di profilo. Era soddisfatta.

– Adesso la gonna blu e la camicetta bianca, quella ricamata e coi pizzi! – e indicò l’armadio.

Caterina indicò la pendola: – Oggi non si mangia?

– C’è tempo.

– C’è tempo anche per partire. La macchina viene a prenderci alle cinque. Dài, mamma, ho fame! E poi, se te la metti adesso, la camicetta, c’è il pericolo che ci fai qualche medaglia col sugo.

– Va bene, ma guarda che mi porto pure il panno coi ricami d’oro.

– Sì, certo: te lo porti, il panno. Adesso pensiamo al mangiare.

 

Alle sei erano sul treno.

– Mi vergogno un poco, Caterina.

– Perché?

– Due donne sole…

– Mamma! Sono andati sulla luna, e tu, ancora…

– Sì, scemarella! Credici, tu… che sono arrivati sulla luna. Come sto, piuttosto?

– Una regina – sorrise la giovane.

Spiluccarono quello che s’erano portato da casa e con la scusa di domandare: – favorite? – la vecchia madre attaccò discorso con gli altri viaggiatori. Caterina preferiva leggere: s’era portata una dozzina di “Sogno” e “Grand Hotel”.

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– Andiamo a Gallarate, che sta vicino a Milano… Mio figlio Pietrantonio… Un pezzo di giovane! Fa l’impiegato all’INAM, che sarebbe la cassa mutua… Sposato… no, non con una di là: con Lucietta, una del paese. Sì, tiene due figli, un maschio e una femmina… Eh, non lo vedo che sono due anni, lui, la moglie e i bambini. Sapete, la lontananza, la casa nuova che s’è fatta… E allora ci vado io, a trovarlo, questa volta… Non gli abbiamo scritto: dev’essere una sorpresa. E voi, dov’è che andate?

– Mamma, è tardi, la gente vuole dormire. E pure tu… guarda che il viaggio è lungo assai.

– Ah, va bene. Buonanotte a tutti quanti.

Ma la vecchia madre non dormiva: il pensiero di Pietrantonio.

“Voglio proprio vedere che faccia farà, questo figlio mio, che da quando è andato a stare in alta Italia è diventato tanto selvatico.”

Pietrantonio era l’ultimo dei figli maschi… e quello che le aveva dato più pensieri. A cominciare da quand’era venuto al mondo per i piedi, invece che per la testa: un miracolo della madre del Signore se ne erano usciti vivi tutti e due.

Per cominciare… sì, proprio! Chè poi, tutte le aveva passate e fatte passare a lei, quel benedetto ragazzo. Come quando s’era dirupato con la bicicletta in uma timpa: una gamba, un braccio e un paio di costole rotte.

Due mesi di letto, quella volta. E le bestemmie e i gridi a cagione dei dolori e del doversi stare quasi immobile col caldo che faceva! E tutte quelle complicazioni di febbri, broncopolmoniti e tentazioni del demonio, che peggio non poteva essere andata!

Ma s’era salvato. Perché c’era stata lei a vegliarlo, a curarlo di giorno e di notte… E perché s’era venduto il fondo di San Nicola.

E quando si dovette avvolgerlo in una coperta e portarlo d’urgenza all’ospedale per la peritonite? Ché se tardavano un’altra mezz’ora non avrebbe più veduta la luce del sole? Dio, quante glien’erano capitate, a quel figlio!

La vecchia madre prese a piangere: tanto dormivano tutti, chi se ne sarebbe accorto?

– Ohi mà! Che fai? Invece di dormire piangi? – le sussurrò Caterina.

– E’ che sono contenta. Domani vedo mio figlio nella sua casa.

– Sono contenta anch’io. Felice notte.

Trascorse qualche minuto.

– Caterina…

– Che c’è ancora?

– Tu che dici?, ci farà una buona accoglienza?

– Gesù, che vai a pensare! Perché non dovrebbe accogliere bene madre e sorella?

– Eh, giusto… Perché?

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A Milano le donne dovettero cambiar treno. Suscitava curiosità la vecchia madre nell’abito tradizionale del paese, la gonna pieghettata e lunga sino alle caviglie, la camicetta tutta ricamata, il capo ricoperto dal panno di raso nero con la fodera rosso fuoco. Un tale le fece cenno di mettersi in posa per un’istantanea, ma lei lo fulminò urlandogli che una donna per bene non si fa fotografare dal primo che incontra per la strada. E avrebbe continuato a cantargliene ancora se la figlia non le avesse detto “sbrigati, ché perdiamo il treno per Gallarate”.

E a Gallarate Caterina telefonò al fratello.

– Come come? Alla stazione? Da sole?

– Sìii! io e mamma. Appena arrivate. Pigliamo una macchina?

– No, niente macchina! Non vi muovete per nessuna ragione: arrivo immediatamente.

Pietrantonio andò incontro alle donne, le quali lo riconobbero solo quando l’ebbero a pochi passi: calvo dal tempo del militare, adesso, a quasi trentacinque anni, metteva in mostra una curata e folta chioma marrone con la riga in parte. La vecchia madre fu talmente sorpresa dalla novità che non riuscì a commuoversi durante l’abbraccio.

– Ma che ti sei messo sulla testa, per farti ricrescere i capelli? Quella medicina fatta col grasso di cavallo?

– Ma quale grasso di cavallo! Non vedi che s’è comperato il parrucchino? – rise Caterina.

– Zitta, tu! – la incenerì Pietrantonio arrossendo e osservandosi attorno. E condotta in disparte la sorella con una scusa: – Non potevi dirle di vestirsi normale? … Pure il panno! Ci mancava la “quartara” sottobraccio, ci mancava! Non vedi che tutti si voltano?

– E che ci potevo fare? E poi, lei si veste sempre uguale, col panno. Non te lo ricordi, Pietrantò?

– Parla sottovoce e… in italiano! Ci sta gente che mi conosce. E per piacere, chiamami Piero.

– “Piero”!? E perché ti fai chiamare così?

– Così mi piace e basta! E ti ho detto di parlare piano, ché qua non stiamo al paese. E adesso sentiamo: che intenzioni avete?

Caterina si fece seria al tono adoperato dal fratello; e alle sue parole dure non osava sollevare gli occhi da terra. Guardò per un momento la madre seduta, fiera nella sua compostezza, in sala d’attesa.

– Allora? Voglio sapere che intenzioni avete! – la distolse l’uomo.

– La mamma e io… beh, pensavamo che ci potevamo fermare un po’ a casa tua.

– Ma come? Senza avvertirmi? E dove vi metto? Non lo sai che ho l’appartamento tutta una rivoluzione, coi muratori?

– I muratori? Ma non ci hai scritto che l’avevi finita, la casa nuova?

– E invece no!

– Ebbé? Mica siamo estranei. Ci arrangiamo, è estate, possiamo mettere pure due materassi per terra.

Pietrantonio guardò il tabellone degli orari.

– Ci sta un treno per Milano fra mezz’ora. Lo dovete pigliare senza discutere! Li avete i soldi per il biglietto?

– Ma come? Così… tua sorella e tua madre… Così ci tratti?

– E’ colpa vostra! Anzi, è colpa tua!: mamma è vecchia e non ragiona, ma tu! Tu sì che ci dovevi pensare, prima di fare una minchioneria!

– Portaci… portaci almeno a salutare Lucietta e i bambini. Quella – e indicò la madre – quella, se no, ci lascia la vita. Sono mesi che si preparava a questo viaggio.

– Non è cosa! I bambini stanno alla colonia, Lucietta tiene l’esaurimento ed è andata a farsi visitare dal dottore: chissà quando si sbriga… Lo vedi che succede quando si fanno certe “sorprese”? Lo vedi?

Caterina cominciò a piangere:

– Ci siamo messe in viaggio ieri alle cinque. Siamo morte di sonno e di stanchezza…

– Vi riposate in treno! E finiscila di piangere, lo sai che se mi piglia la nervatura!…

– E chi glielo dice, a lei?

– Ci penso io.

E così fece.

 

– Ci stanno due barattoli di carciofini, due di melanzane e uno di salsicce nella sugna – disse Caterina al momento di salire sul treno porgendogli un pacco.

– Ah, sì, sì… va bene – ribatté “Piero” artigliando lo spago. – E un’altra volta – rimproverò madre e sorella (bonariamente, adesso) – scrivete prima… o telefonate. Capito?

Le donne avevano il viso rigato dalle lacrime quando giunsero a Milano. Era mezzogiorno passato.

– Mangia qualcosa, mamma. Ti vado a comperare un panino.

– Non ho fame. Mangia tu, se vuoi. Quando ci sta il treno?

– Alle sei. Ma mentre aspettiamo metti qualcosa sotto i denti, non ti reggi in piedi.

– Non ho fame. Quando ci sta il treno?

– Alle sei, te l’ho già detto.

– E adesso che ora è?

– Mezzogiorno e un quarto.

Quella sera stessa erano in viaggio per il Sud: un’altra notte in bianco, qualche mozzicone di parola ogni tanto, ma nemmeno un’ “a” su Pietrantonio.

Lui, dopo averle caricate sul treno,era tornato a casa: aveva aperto la porta e s’era messo a strisciare sui “pattini” di pezza. L’appartamento era lindo e pinto e l’aria sapeva di deodorante. Lucietta si trovava in cucina, i bambini giocavano in terrazza.

 

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