Animali montanari

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Foto di Carmela De Marco

Foto di Carmela De Marco

Era una di quelle mattine d’estate in cui ci si alza, ci si prepara il caffè con calma e poi si esce sul balcone in pigiama, tranquillamente ,tanto nessuno passerà davanti casa. Si sta sul balcone ad ammirare l’orizzonte dolce disegnato dai monti, lo si osserva ogni mattina come se fosse la prima volta poiché ogni volta è accarezzato da una luce diversa, striato leggermente da nuvole bianche o strangolato dalla violenza del grigio. Il sole spunta verso Serra del Prete e se di là non ci sono nubi minacciose è segno che ci si appresta ad avere una bella giornata, se invece nubi nerastre si avvicinano da San Severino, ci sono buone probabilità che nel piccolo villaggio alle pendici del Pollino, non arriverà nessun temporale e facendo queste osservazioni e considerazioni dirompe in mente il il detto: “quanni vena da vasci pigghi i piecuri e va li pasci, quanni vena da susi mitti i piecuri and u pirtusi”

Quella mattina sentivo un gran dibattito, nei pressi del pollaio.
-Stamattina ne ho presi nove.
– Io tre ieri – ribatteva mia madre.
– Io due – esclamava l’altro vicino di casa.
Nel mio vicinato quello fu l’anno dell’invasione dei topi. . Mia madre aveva messo topicida ovunque: sotto le cassapanche della casetta vecchia, nella stalla dei conigli nascosto tra i blocchi di cemento; ma un giorno trovò in mezzo alle galline un serpente che comodamente ingoiava un topo. Erano tutti disperati per quei topi, troppo grandi, troppo numerosi e così, un mio ingegnoso vicino di casa, inventò una trappola per topi: una cassetta di legno nella quale veniva messo del formaggio che si chiudeva al passaggio della bestiola con una lastra di vetro, affinché ne rimanesse prigioniera. Il topo recluso si buttava in un secchio d’acqua per affogarlo e si doveva far presto a chiuderlo con un coperchio o succedeva, come è successo tante volte, che scappasse via arrampicandosi e uscendo dal secchio. Regalò a tutti i vicini quella trappola poiché tutti si accorsero che quei topi giganti evitavano il topicida e le comuni trappole di ferro a molla , “i tagghiole”, non funzionavano più, a causa della dimensione insolita di quelle creature. Fu così che quell’estate ci fu la strage dei topi. Verso sera si vedevano nel mio vicinato secchi pieni di acqua nei quali i topi galleggiavano morti. Noi giovani, cresciuti sull’onda dell’animalismo corrugavamo le sopracciglia in segno di disappunto ma lasciavamo fare, come se la cosa poco ci riguardasse. Io cercavo di mettermi nei loro panni, certo, era un lavoro sporco ma cosa avrei fatto al loro posto?.
Un altro anno fu la volta delle volpi che fecero strage di galline. Due pollai in una notte. E così i miei vicini rimasero senza galline. A mia madre una volta la volpe ne ammazzò dodici e l’ultima volta ventidue su ventitré . Le volpi ormai non hanno più paura degli uomini. Quando ero piccola , mio padre le andava a cacciare lontano, nei pressi di fossi e torrenti, di notte e spesso sulla neve. Oggi invece da quando la caccia è vietata, s’incontrano ovunque; conservano il loro istinto selvatico e diffidente ma non temono più l’uomo. Ogni volta che in un pollaio c’è una carneficina di galline il dibattito è sempre lo stesso: volpe o faina? Questo dibattito varca i confini del vicinato e si estende da nord a sud del villaggio, come notizia del giorno e fortunatamente, dopo un po’ di tempo, si finisce col sorridere dell’accaduto dicendo : “miegghi lori ca nuoi”, meglio la morte delle galline che la nostra e così, ci si consola.
Le talpe, “ i trappuni”, invece, con le loro caverne sotterranee, sollevano le radici delle piante distruggendo i piccoli orticelli. Ognuno ha il suo metodo per la soluzione finale del problema. Mio padre l’aspettava col fucile in mano, a volte per ore, sotto il sole rovente, ma lui era un cacciatore e aveva quel desiderio di sfida nel sangue. Molte volte lo chiamavano anche altre persone poiché, col fucile, era infallibile. Il vecchio metodo però è quello di attenderla con la zappa in mano. E’, questo assassinio, uno di quegli eventi da divulgare in tutto il villaggio come una vittoria!.
Ci sono poi i serpenti. Gli si pesta la testa con un bastone, a tutti, sia che siano velenosi o innocui, basta che striscino e abbiano le sembianze di un serpente. Se si nascondono dentro le fessure di un muro si brucia plastica per farli uscire per poi ammazzarli. I più temuti sono la vipera e il “guardapassi” , riconoscibile dal suo colore verdognolo ( u guardapassi addu ti trova ti lassa) il guardapassi dove ti trova ti lascia privo di vita.
Oggi, a questi animali poco amati, si sono aggiunti anche i cinghiali, divenuti numerosissimi . I cinghiali arano terreni seminati e distruggono interi raccolti di mais, condizionando non poco la vita degli agricoltori che molte volte rinunciano alla semina. Anche gli affascinanti cervi, qualche anno fa, hanno creato problemi agli agricoltori. Non si è molto preparati a difendersi da cinghiali e cervi poiché questi animali sono stati introdotti solo da un paio di decenni e oltre alle recinzioni e strani metodi, come le schioppettate ogni mezz’ora regolate da un meccanismo automatico, la gente non sa come risolvere il problema.
Diverso il destino per gli animali che aiutano gli agricoltori: i ricci e i rospi anche oggi si prendono dalla strada e si portano nel proprio orto. Per i miei nonni e tutta la loro generazione, il rospo era una sorta di animale sacro, era un’anima del Purgatorio che stava espiando le proprie colpe e quindi bisognava averne compassione. Era così pure per una simpatica farfallina bianca “u Purcidduzzu i Sant’Antonio” che ogni tanto si introduceva in casa suscitando sentimenti di gioia e commozione, poiché si credeva fosse l’’anima di un caro defunto, venuto per augurare la buona sorte alla famiglia.
Un altro animale augurale è il cuculo. Il canto del cuculo garantisce la vita a chi lo ascolta, per tutto l’anno; infatti per dire che una persona è grave, sta per morire, è ancora in uso l’espressione: “mi sa ca auanni u cuccu u nù senta”. Il verso riecheggia in primavera ed è simbolo di risveglio dal torpore invernale, proiezione nel futuro, speranza. Capita a volte che in primavera nelle valli montane possa nevicare ed ecco che in una filastrocca si chiede al cuculo:” Stu cuccu di marina e di muntagna dicimi quanta niva a adda fa auanni”, cuculo di marina e di montagna dimmi quanta neve farà ancora quest’anno.
Gli animali che adesso consideriamo da compagnia e curiamo come se fossero parte della famiglia, un tempo dovevano avere tutti una qualche utilità. I cani li possedevano i pastori per fare la guardia al gregge e i cacciatori per la caccia. I gatti servivano per prendere i topi e per costringerli a fare il loro dovere, raramente gli si dava da mangiare. Ciò non significa che questi animali decenni fa non venissero amati. I vecchi pastori  davano un nome ad ogni  mucca, li ricordo  piangere per la vendita del loro amato gregge o per la morte del cane da guardia!. Anche gli asini, animali da lavoro e da trasporto per eccellenza, erano rispettati proprio perché fedeli compagni di lavoro.

Avissa muorti tata e no lu ciucciu
u ciucciu mi purtava li quatrini
e tata si fricava an da cantina

Meglio se fosse morto mio padre e non l’asino. L’asino mi aiutava a guadagnare i soldi mentre mio padre i soldi li sperperava nelle cantine.

Quando ero piccola uccidevo ogni insetto che mi capitava davanti. Ci era stata impartita l’idea che gli insetti andassero ammazzati. Poco importava che fossero fastidiose mosche o innocenti formiche: gli insetti si ammazzavano con i piedi, tutti. “Zanpìalu, zampìalu”- calpestalo, calpestalo, era l’ordine. Questo modo di fare era quasi innato in noi, come se lo avessimo avuto in eredità dai nonni dei nostri nonni. Forse i nostri nonni erano abituati a mosche, pidocchi e ogni sorta di parassiti e per loro era naturale vedere tutti gli insetti della terra come dei piccoli demoni da annientare. Oggi questa strana fobica smania di calpestare gli insetti è finalmente svanita però i bambini, fino a 30 anni fa, continuavano come i loro genitori a catturare una deliziosa farfallina diurna, alla quale veniva infilato nell’organo riproduttivo un filo di paglia o un sottile rametto. Il sadico divertimento stava nel vederla volare infilzata, da qui il nome della farfalla: “Zippirunculu”. Anche alle lucciole ( luci lucerni) toccava un triste destino. Divertiti dalla lucina intermittente la si rincorreva per catturarla ma quasi sempre rimaneva spiaccicata tra le mani.
La montagna è anche questa, è fatta non solo di cime e paesaggi, di cinguettii di uccelli e farfalle leggere, ma anche delle sue valli e della gente delle sue valli. La gente delle valli montane è gente abituata a non essere spettatrice della natura ma semplice convivente e come in ogni convivenza, capita che qualcuno debba sacrificarsi a volte per necessità, altre volte per ignoranza.

 Fonte: http://www.sanseverinolucano.com/?p=1655

Commenti

  1. Filippo Di Giacomo ha detto:

    Del racconto mi ha colpito in particolare la seguente strofetta:
    “Avissa muorti tata e no lu ciucciu
    u ciucciu mi purtava li quatrini
    e tata si fricava an da cantina”
    che é una dimostrazione lampante del cosiddetto “Familismo amorale”. (vivo più che mai, sotto forme diverse, anche ai nostri giorni).
    La morte di un animale utile, allora, era una vera tragedia per l’economia misera della famiglia ( a proposito mi riferisco anche al mio: “ U Karusiellǝ ‘i Rusinǝ” pubblicato tempo fa su questo stesso sito). Non la morte del padre, no, per quanto dissipatore, pur sempre un uomo.

  2. Carmela De Marco ha detto:

    Questa strofetta l’ho inserita nel testo senza spiegare in che contesto venisse detta. La si usava in tono molto ironico per sottolineare l’importanza che l’asino rivestiva nel duro lavoro quotidiano, per amplificarne la fedeltà e il sacrificio dell’animale. Non c’era nessuna intenzione dissacrante verso la figura paterna, semplicemente riconoscenza verso una creatura che lavorava per loro e più di loro.
    Carmela De Marco

  3. Filippo Di Giacomo ha detto:

    Sì, è vero: la strofetta, a sentirla fa ridere, ma è proprio l’ironia che spesso svela l’inconscio collettivo. Il mio commento non è un’accusa, ma soltanto una riflessione. Mi complimento comunque con lei per la freschezza del racconto.

    • Carmela De Marco ha detto:

      A volte però l’ironia sacrifica anche contenuti molto alti, pensiamo all’ironia sulla morte o a quella sulla vecchiaia, sul’amore ecc… Lo so che la sua non era un’accusa, come la mia risposta non voleva essere una difesa ma semplicemente un chiarimento a qualcosa che avevo inserito nel testo senza averlo commentato; quasi ho voluto lasciare al lettore la facoltà di interpretarne il senso. La ringrazio molto del complimento e la ringrazio di questa sua interessante riflessione. Spero continuerà a seguirmi con lo stesso interesse e attenzione. Saluti.

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