L’Emigrazione

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stor_17251515_48520L’EMIGRAZIONE

Anche il compianto Antonio De Minco, nostro concittadino, e’ stato un emigrante negli anni 1950. Oggi pubblichiamo I suoi ricordi sull’emigrazione degli anni 1920-30-40.

Dall’Unità d’Italia in poi ci fu un fenomeno  migratorio continuo. Dopo De Minco, negli anni  1960-70 partirono tante e tante persone dalla Basilicata  (e non solo) per I Paesi del Nord Europa e per le città del cosiddetto triangolo industriale (Milano, Torino e Genova). E tante ne partono ancora oggi. Ettore Ciccotto (Potenza 1863-Roma 1939), primo deputato socialista del Mezzogiorno, con profonda amarezza, dovette riconoscere la ineluttabilità dell’emigrazione. Questa considerazione, ahimè! ,ancora è attuale. Infatti, oggi si sta assistendo all’emigrazione intellettuale, sia nella forma temporanea che in quella stabile, di migliaia di giovani laureati che ogni anno lasciano la regione per spostarsi soprattutto nell’Italia Settentrionale, dove sperano di trovare un tessuto produttivo più aperto e senza subordinazioni politico-clientelari. Esiste un nesso tra mancato sviluppo territoriale e ripresa dei flussi migratori. De Minco parla di “peso della responsabilità, rilevando infingardaggine e voluta turlupinatura” nella soluzione del problema occupazionale nel Sud d’Italia.

Oggi si verifica un’altra forma di emigrazione: oltre i giovani, vanno via anche I loro genitori. Assistiamo ad un peregrinare di mamme  e papà (I pullman che viaggiano per il Centro-Nord sono sempre affollati) che vanno ad aiutare I figli per sistemare le abitazioni, per l’assistenza in caso di malattia, per accudire I nipotini (gli asili nido costano molto). I figli che lavoravano fuori, prima, mandavano i lori risparmi alle famiglie per concorrere al sostentamento delle stesse; invece oggi sono i genitori che li aiutano anche in termini economici, perché i loro stipendi sono bassi e il costo della vita è elevato. Ma c’è di più. Dopo qualche anno di andata e ritorno, quando l’età avanza e i primi acciacchi si presentano, decidono di andarsene dai paesini abbandonando tutto per mettere casa nelle vicinanze dei figli. Questo è il  colpo finale all’esistenza dei nostri comuni. L’obbligo del benessere non aiuta a vivere meglio né genitori né figli.

 

ANTONIO FORTUNATO

 

 

 

Dal libro: di Antonio DE MINCO

FRANCAVILLA IN SINNI

“RICORDI E CONSIDERAZIONI SULLA REALTà SOCIALE, ECONOMICA, POLITICA, CULTURALE, MAGICA, RELIGIOSA…”

L’EMIGRAZIONE 

Chi, nascendo, trova nel suo ambiente, oltre a quelle condizioni essenziali costituite da risorse di base, per poter vivere una vita soddisfacente, anche la possibilità di realizzazione dei bisogni spirituali, per pervenire ad un buon livello di grado sociale, quell’uomo assumerà nel tempo, la posizione di un uomo permanente sul territorio in cui è nato e, pertanto, è un “autoctono”.

L’altro, invece, la cui sorte risulta contraria o diversa, è spinto da necessità di varia natura ed è costretto a rivolgere la sua attenzione nelle diverse direzioni dei punti cardinali. Dal punto di vista sociologico questo uomo, lasciando il luogo di nascita, è definito “emigrante”.

38003421Nei tempi di cui tratto, che precedettero e poi, seguirono quel periodo di immane turbolenza caratterizzato dalla guerra mondiale del ’40, le condizioni di disagio, in quei luoghi, assunsero proporzioni veramente drammatiche. Molti figli di Francavilla già negli anni venti ed anche prima, avevano lasciato le proprie famiglie ed il luogo di nascita, per recarsi nell’America del sud, per ivi cercare lavoro, migliori condizioni di vita e dignità. Il Brasile, l’Argentina, il Paraguay, l’Uruguay… furono le loro destinazioni prescelte. Ognuno partendo dal luogo di nascita, sentendosi strappare le proprie carni in brandelli ed imbarcandosi su lenti “bastimenti” che impiegavano dai 20 ai 30 giorni per raggiungere quei luoghi tanto lontani, sognava di trovare una nuova patria, un luogo ricco di promesse e di offerte, una vita degna di essere vissuta, ma con in cuore una profonda nostalgia per la propria casa, gli amici i parenti. Il dramma doveva essere di una profondità e di un’ampiezza senza eguali ed essi sorretti dalla speranza trovavano la forza ed il coraggio per affrontare le immaginabili e molteplici difficoltà, che quelle imprese racchiudevano nel proprio seno.

Eppure, in tanta problematicità dell’esistenza, chi veramente sprofondava in quelle voragini di quasi disperazione, nulla faceva trapelare così che il loro modo di fare ed agire appariva sempre come immagine di una incrostata quanta atavica rassegnazione di certi stili stereotipati di vita e di esistenza, ormai secolarmente collaudati.

Ai giovani, a noi giovani di allora restava la constatazione di quelle separazioni traumatiche che evidenziavano, col senno di poi, quanto era costato e gli effetti prodotti dalla lontananza di un padre. Il problema meridionale tanto acuto nelle logiche apparenze, ma tanto bistrattato nelle soluzioni reali, ha sempre creato atteggiamenti mascherati di pudica finzione, da parte di chi aveva il peso della responsabilità, rivelando infingardaggine e voluta turlupinatura, rinviando da parte dell’autorità, la soluzione del problema e facendolo incancrenire ed ossidare.

Così e come tale conseguenza, molti figli di quelle terre, si dispersero, come nella diaspora, per terre lontane e sconosciute.

 

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