Dal libro di Antonio De Minco: il lutto – il pianto

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Il lutto – il pianto

foto rilevata dal volume: "lo sguardo ritrovato" di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

foto rilevata dal volume: “lo sguardo ritrovato” di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

Si avvicina il 2 Novembre, giorno in cui i cattolici commemorano i defunti. Pertanto, vogliamo pubblicare I ricordi di A. De Minco sul lutto e il pianto per mettere in risalto I profondi cambiamenti sociali che la nostra società ha fatto registrare negli ultimi 30-40 anni in occasione del decesso di una persona cara.

Io ricordo perfettamente ciò che scrive il nostro De Minco, perché l’usanza del lutto l’ho vissuta in prima persona con la prematura scomparsa di mio padre. E’ impresso nella mia mente il segno di lutto sul portone di casa in via Roma, costituito da un grosso fiocco nero che con il passare del tempo si sbiadiva. Mia madre veste ancora con indumenti neri in ricordo del marito.

Nel paese prima si dava molta importanza al rito del lutto e del pianto; oggi invece il simbolo del lutto è stato completamente abbandonato privilegiando però il decoro delle tombe e le visite periodiche al cimitero.

Antonio Fortunato

 

Dal libro di Antonio De Minco:

Francavilla in Sinni

Ricordi e considerazioni sulla realtà

sociale, economica, politica, culturale, magica, religiosa…

 

il capitolo:

il lutto – il pianto

 

foto rilevata dal volume: "lo sguardo ritrovato" di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

foto rilevata dal volume: “lo sguardo ritrovato” di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

La morte, abbiamo detto, è l’evento incontrovertibile della fine dell’esistenza. Nella riproduzione sessuale, contrariamente a quella asessuale, la cui cellula “è eterna”, la cellula germinativa maschile e quella femminile danno vita ad un nuovo essere. I genitori, compiuto il ciclo biologico, muoiono.

La morte è reietta dall’umano. La cosa non può essere diversamente. La morte di ogni persona è la fine eterna di quella presenza. Non dico dell’esistenza, ma di quella presenza. La scomparsa per sempre di un essere con il quale si è comunicato, si è vissuto, si è pianificato, si è organizzato un viaggio, il sostentamento materiale e morale, si è condiviso un principio e tante idee… doveva e deve essere un fatto traumatico.

La more per esempio, del padre o della made, che sono i cardini ed i pilastri del nucleo famigliare non scombussolano la struttura fondamentale della famiglia? E che dire della morte di un anziano, capo carismatico di un’organizzazione? E la mote di un figlio che, dopo aver fatto sperare in un futuro “radioso” per sé e per la propria famiglia, muore distruggendo di colpo tutte quelle attese, quelle aspettative? Ecco che la morte necessariamente deve provocare un forte trauma e perciò, nel contempo, dev’essere rinnegata.

Anticamente e soprattutto presso gli Egizi, acclarato il bisogno profondo di non volersi distaccare dai propri congiunti morti, scoprirono ed adottarono l’imbalsamazione, che consentiva la collocazione dei defunti all’interno della propria abitazione, in apposito spazio, per sentirne sempre la loro presenza vicina.

Quella tradizione e la conseguente ritualità consentirono di instaurare un nuovo processo di legame magico-sentimentale tra i vivi ed i morti. Quasi a voler dire: morte non ti diamo legittimità, né ti riconosciamo potere alcuno. Nell’era moderna poi, le cose cambiarono. I riti soprattutto, che seguivano all’evento funesto, consentirono ai sopravvissuti, con l’uscita di casa del defunto e con i piedi rivolti verso l’uscita, voleva significare che una volta morto, si interrompevano tutti i rapporto vitali con lui, mentre potevano persistere soltanto quelli sentimentali.

La sepoltura estremizzava l’esistenza, togliendo il corpo dallo spazio terrestre riservato ai vivi, mentre ai morti era riservato un altro spazio “il camposanto”, dov’era lecito che essi (morti) sopravvivessero al mondo dei vivi. Al vivo, all’uomo restavano alcuni simboli evidenti, che palesavano un legame, un segno di ricordo di affetto che rappresentavano il cosiddetto “lutto”.

foto rilevata dal volume: "lo sguardo ritrovato" di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

foto rilevata dal volume: “lo sguardo ritrovato” di P. Di Nubila, A. Capuano Editrice

Tra quei simboli eloquaci troviamo la cravatta nera, un pezzo di stoffa all’occhiello della giacca, l’abito nero, l’abbigliamento in genere, il copricapo nero ed ultimo ma non l’ultimo l’aspetto fisico afflitto, addolorato e poi, toccando vette gravi di emarginazione sociale e restrizione tra le mura domestiche della propria libertà. Un altro palese segno di lutto, a forma di baffo era ostentato sulla porta d’ingresso dell’abitazione, costituito da un drappo nero. Veniva posto lì a ricordare ed ad imporre la presenza del defunto su tutti gli atti compiuti dai vivi, parenti, fino a che il tempo, la polvere, gli sguardi di tutti ed anche i sentimenti non ne mutavano la struttura intima, riducendolo in brandelli e stracci portati via dal vento impietoso.

Il pianto era e credo sia ancora il mezzo di espressione del dolore; la parte visibile, la manifestazione più apprezzata, soprattutto per la morte di qualcuno (Cultura e solo cultura). Chi meglio di colui che piange ostenta il suo dolore? Esso è una chiara comunicazione agli altri o è uno sfogo di qualcosa che opprime? Indubbiamente per la cultura di quei luoghi è l’una è l’altra cosa. Si, perché in quei casi in cui una lacrima non rigava il viso, ancorché compunto, era un viso di una “persona glaciale”, che non sentiva affetto verso il defunto. Allora… ecco che la cultura e la tradizione imponevano che i sopravvissuti, i parenti, gli amici dovessero commuoversi fino alle lacrime. Nell’antichità si ricorreva alle prefiche, per piangere il morto e, come retaggio, il rito si è venuto perpetuando fino ad assumere una realtà vera, palpabile, oggettiva.

Il pianto è stato sempre il prezzo che il vivo deve pagare per la morte; mentre si giustifica col sollievo che esso arreca, difronte ad eventi imponderabili ed incontrollabili. Quale sarà stata la causa prima che ha generato questo comportamento, se si pensa che la morte è la conseguenza naturale della nascita?

Indubbiamente la solidarietà con la dipartita di un uomo, non può che essere manifestata con un’altra privazione e di esternazione di un sentimento di dolore ed il pianto.

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