Dal libro di Antonio De Minco “La costruzione della variante”

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varianteLa via Certosa è conosciuta da noi francavillesi come “a vijanova  vecchia”, cioè la via nuova vecchia.

E’ un ossimoro che ha una spiegazione però. Infatti, quando  questa strada fu costruita per il completamento della Strada Provinciale Chiaromonte – Francavilla – San Severino Lucano su cui transitava anche il famoso Postalino, come è riportato nel capitolo dello stesso De Minco, La viabilità – I mezzi di trasporto, venne chiamata ” a vijanova. In un secondo tempo, considerati i gravi disagi  che si avvertivano nel centro del paese per l’attraversamento dei mezzi di trasporto molto rumorosi, si costruì una via di collegamento delle due periferie estreme del paese (attuale via E. Gianturco, conosciuta come ,”I gironi di Vitola”), denominata variante. In effetti la variante che noi conosciamo oggi corrisponde alla Piazza Amendola, già Piazza Michele Bianchi, dove confluisce appunto via E. Gianturco.

Sicché via Certosa che era nuova, divenne vecchia e da qui il toponimo via nuova vecchia.

Dalle notizie storiche che abbiamo, con molta obiettività dobbiamo riconoscere che il nostro paese è stato tolto dal secolare isolamento dalle opere pubbliche realizzate nel ventennio fascista. Si ebbero grandi risvolti positivi per l’economia e la crescita civile del paese.

Anch’io ricordo, come il  nostro De Minco, i lavori pubblici eseguiti a Francavilla  quando ero ragazzino.

Negli anni ’50 fu realizzata la rete idrica e fognaria per tutto il centro abitato (nelle abitazioni non c’era l’acqua e i gabinetti) e la strada provinciale per San Costantino Albanese in funzione anche della costruzione, subito dopo, della Galleria del Monte Caramola – Frida di Mezzana da parte della Impresa Sogene. Questa è stata un’opera fondamentale  per l’approvvigionamento idrico per molti comuni del Materano utilizzando l’acqua pura e freschissima del fiume Frida. Agli inizi degli anni sessanta, ahimè!, a Pietra Pica, contrada di Chiaromonte ma molto vicina al nostro comune, ci furono le prime trivellazioni per la ricerca del petrolio, a cura dell’Agip. Vi lavoravano solamente tecnici e maestranze venute da fuori regione.

Un po’ come oggi nella Val d’Agri. La storia si ripete. Più avanti negli anni furono  eseguiti altri grandi lavori di notevole interesse, tra cui la diga di Senise, la Super Strada Sinnica, ecc..

Tutto sommato ci fu una crescita economica e sociale.

Oggi non si realizzano grandi opere pubbliche nella nostra regione e di conseguenza assistiamo a una paralisi delle attività produttive. Per invertire questo fenomeno, bisogna intervenire con massicci investimenti pubblici nel campo della difesa del territorio, del patrimonio edilizio e monumentale, dello sfruttamento dell’energia rinnovabile, della forestazione produttiva e dell’agricoltura di qualità.

De Minco parla del gioco. Quando eravamo piccoli noi lo spirito del gioco era lo stesso del passato: fantasia e creatività per le strade del vicinato. E oggi? Secondo me, oggi no.

 

Antonio Fortunato

 

 

DAL LIBRO DI ANTONIO DE MINCO

LA COSTRUZIONE DELLA VARIANTE

 

 

Costruito in una zona pianeggiante, Francavilla era collegato ad altri centri urbani limitrofi, a mezzo di una strada rotabile, “la strada vecchia”, che attraversava il centro abitato, passando davanti alla Chiesa parrocchiale e, proseguendo verso San Severino Lucano.

001Ma ragioni di comodità, di igiene e per eliminare forti rumorosità, soprattutto dovuto al transito degli autocarri e dei carri trainati da muli, allora molto usati, consigliarono di costruire un raccordo che partendo da mezzo chilometro circa, dall’ingresso del paese, subito dopo il “il Mulino del Prete”, collegasse, svoltando a sinistra e salendo una leggera pendenza, la parte esterna del centro abitato. Logicamente, dopo i rilievi planimetrici e lo studio di massima, si procedette allo sbancamento del tracciato. Poiché lo stesso aveva un andamento tortuoso e dovendo sventrare molto terreno, per il trasporto ed il movimento delle terre smosse, fu fatto largo uso di carrelli di ferro, che correvano su rotaie. Quei carrelli, arnesi essenziali per la costruzione della strada, ben presto divennero motivo e strumenti di gioco e di trastullo per i giovani e meno giovani del paese. La domenica, in particolare, giorno in cui i tecnici e gli operai riposavano, i ragazzi in frotte si recavano in quel cantiere per utilizzare quei carrelli per giocare e divertirsi. Non essendo dotati, quei carrelli, di forza motrice, per il movimento nella salita, le braccia dei giovani sopperivano a quella funzione. Ma giunto al terminale superiore, si saltava dentro e via per la discesa a piena velocità. Il freno, di norma, era azionato da un adulto. Quello che mi resta ancora nella memoria, tenuto conto che l’avvenimento risale agli anni trenta, che il terreno sottostante alle rotaie, era un terreno argilloso rosso-giallo, molto umido e che tutti, al ritorno alle proprie abitazioni ci si doveva pulire prima di esporsi in quello stato di fronte alla mamma. Per noi ragazzi di un centro urbano che non disponeva di parchi di divertimenti, né di attrezzature, quel sacrificio era pienamente compensato da quell’ora di immaginario viaggio su di un treno, che pur di piccole dimensioni disponeva delle rotaie e di carrelli marcanti su di esse.

Il fischio della locomotiva che non c’era, era surrogato dalle grida di quei giovani vibranti di energia, di forte volontà e di gioia di vivere.

Quanti esseri umani ed in quante occasioni, pur di mettere in moto il processo del gioco e non disponendo di mezzi finanziari, creano, realizzano l’esaltazione dei sensi, con mezzi rudimentali, elementari ed immaginativi con cui riescono ad ottenere quelle naturali vibrazioni interiori, che sono alla base del fenomeno gioco.

La povertà, in senso stretto, è tale, quando l’uomo è privo di immaginazione.

 

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