“La Grande Guerra” e le donne.

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Mario Di Nubila

Mario Di Nubila

Si succedono manifestazioni, iniziative rilevanti memoriali della “Grande guerra”, tragedia e sublimazione di un popolo, quando cento anni fa l’Italia scese nella guerra, ricordata come la “guerra 15-18” (24-5-1915 / 4-11-18). Guerra, come è stato scritto, che “non ha eroi, ma è storia di uomini e di donne, dei nostri nonni”. Ed è interessante ricordare il ruolo, che le donne ebbero, spesso dimenticato dalle cronache e dalla storia. Contributo importante diedero le donne a quella tragedia, seppur conclusa con la vittoria dell’Italia, dalla quale ebbe inizio la “libertà delle donne”, nel poter fare le stesse cose degli uomini: lavorare in fabbrica, essere crocerossine, insegnare, guidare i tram, essere portatrici, spie, inviate di guerra, soldatesse in incognito, che si incrociarono con storie di alpini, di arditi, di prigionieri, di poeti in armi, di grandi personaggi e di sconosciuti.

Fra i molti contributi dati dalle donne, vogliamo ricordare, tra i tanti, in particolare, quello delle crocerossine, diecimila volontarie, che si offrirono ad alleviare le ferite, spesso strazianti e mortali dei 984 mila feriti nel corso della Guerra. Caddero tanti tabù verso le donne, che costituirono apporto di grande valore umano. Dalle crocerossine aristocratiche della prima ora, come Matilde Visconti di Modrone e Sita Meyer Camperio, che fondò a Milano l’ospedale-scuola intitolato alla principessa Iolanda.

C_1_Immagini_2166_ImmaginePoi arrivarono le volontarie borghesi e, quindi, le donne del popolo, che per le limitazioni giuridiche del tempo, avevano bisogno del consenso del padre e/o del marito, ma spesso arrivavano al fronte come clandestine, accolte non di rado con diffidenza dagli ufficiali uomini. Il loro capo era la duchessa Elena d’Aosta, moglie di Emanuele Filiberto, comandante della III Armata. Impegnate ad affrontare e cercare di curare, per quanto possibile, in ospedali da campo, spesso in condizioni di emergenza, malattie di varia natura: colera, tifo, scabbia, ustioni gravi, tetano, meningiti, alienazioni di vario genere, congelamenti di arti, spagnola, avvelenamenti da gas tossici, iprite, cloro, fosgene, usati per la prima volta dai tedeschi.

Questi apporti si esaltarono tragicamente nel dramma catastrofico della ritirata di Caporetto, nella quale l’Italia ebbe 12 mila morti, 30 mila feriti, ben 249 mila prigionieri, 350 mila sbandati. E che dire delle portatrici, di cui Maria Plozner Mentil, della Carnia,uccisa da un cecchino austriaco, divenne simbolo delle duemila donne, tra i dodici e i sessant’anni, reclutate dall’esercito per portare in prima linea fino a 40 chili, nelle gerle, a spalla, rifornimenti lungo estenuanti ed impervi sentieri di montagna, affondanti nella neve e nel fango, laddove pure i muli non riuscivano a salire. E le gerle, d’uso abituale per portare legna, patate e granturco, ora venivano riempite di munizioni, bombe a mano, granate, medicine e biancheria infestate da pidocchi.

Simbolo di sofferenza e di eroismo di tante portatrici Maria Plozner Mentil è stata insignita dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di medaglia d’oro al valor militare. E’ l’unica donna, cui è stata intitolate una caserma degli alpini. E unica, fra i 100 mila caduti, tutti uomini, sepolti a Redipuglia, Margherita Kaiser Orlando, medaglia di bronzo al valor militare “per essere rimasta al suo posto a confortare gli infermi, affidati alle sue cure, mentre il nemico bombardava la zona dove era situato l’ospedale di Pieris, cui era addetta”. Si è soffermato sulla sua tomba, piuttosto negletta, Papa Francesco il 13 Settembre 2014 nella sua visita a Redipuglia a pregare per i caduti di tutte le guerre, con la sensibilità alle sue radici italiane e nel ricordo, evidentemente, di suo nonno Giovanni Bergolio, che combattè sull’Isonzo e sul Piave.

crocerossineLe vicende della partecipazione delle donne al “grande” conflitto si intrecciano con quelle della chiamata alle armi dei ragazzi della classe 1899, appena diciottenni. Il senso del nostro ricordo è un omaggio alle donne, alle tante donne, che con i tanti “analfabeti” del sud contribuirono a porre fondamenta solide per la prima sfida dell’Italia unita, non più “espressione geografica ma quale Nazione”, completandosi quello che gli storici definirono “ultimo atto del nostro Risorgimento”.

Gli eroi, allora, furono i nostri nonni e le tante donne, friulane, trentine e giuliane in particolare anche al fronte, e le tante altre donne intristite e condannate a sopportare lutti, miserie ed angoscianti attese di padri, mariti e figli, i nostri nonni. A ridosso della “Guerra”, non possiamo ignorare, con i lutti e le distruzioni, la conquista delle libertà delle donne, finalmente sancite anche giuridicamente, intanto, con la riforma del 1919, che riconosce alle donne diritti civili a poter contrarre obbligazioni senza l’autorizzazione del marito per arrivare, seppur con molto ritardo!, al decreto luogotenenziale del 1-2 1945 che riconosce alla donna diritti politici e, quindi il diritto all’elettorato attivo e passivo.

Questa riflessione vuole essere anche omaggio, pur con tanti omissis e “schegge” di un excursus storico per sintesi, alla giornata memoriale dell’8 Marzo, simbolo di esaltazione, o quanto meno doveroso recupero alla memoria, del ruolo della donna nella nostra storia unitaria e civile.

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