Le tre fontane – I lavatoi

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Il nostro compianto De Minco nei suoi ricordi delle tre fontane-lavatoi ci rappresenta in maniera puntuale la conformazione geografica del nostro centro abitato e la vita dura, piena di sacrifici cui andavano incontro i residenti per attingere e trasportare l’acqua nelle abitazioni, prima che venisse costruito l’acquedotto del Caramola con le relative fontane pubbliche di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente “L’aria della fontana-il fontanile”.

Le tre fontane-lavatoi erano disposte ai vertici di un grande triangolo, come si evince osservando la planimetria del centro urbano a fine ‘800 (pubblicata a fianco).

Pianta del centro di fine '800 rilevata dal Dizionario Francavilla sul Sinni di Luigi Viceocnte

Pianta del centro di fine ‘800 rilevata dal Dizionario Francavilla sul Sinni di Luigi Viceocnte

Possiamo notare che il  nucleo abitativo  sorgeva su un promontorio a mo’ di un piccolo altopiano. Dagli anni ’60 in poi il centro abitato si è sviluppato in maniera considerevole e senza una pianificazione lungo le strade provinciali  Francavilla sul Sinni-Chiaromonte e San Severino Lucano e Francavilla -San Costantino Albanese, ma di pari passo il vecchio centro, abitato ha subito un continuo e inesorabile abbandono. Tant’è che attualmente molte case sono disabitate e cadenti  e nei vicoli, dove non passa più nessuno (girovagano solamente cani randagi ), crescono erbacce infestanti. E’ l’immagine dell’abbandono e dell’incuria. Per noi che ricordiamo il paese di una volta, pieno di vita, osservando tutto ciò, poniamoci una domanda: abbiamo fatto bene o abbiamo fatto male a volere questo tipo di sviluppo?

E cosa possiamo fare per mettere in sicurezza e rivitalizzare il vecchio centro abitato? 

 Antonio Fortunato

Dal libro Francavilla sul Sinni

di Antonio De Minco

“le tre fontane – i lavatoi”

 

"Fontana Grande" Foto Buccino dr. Vincenzo

“Fontana Grande” Foto Buccino dr. Vincenzo

In tre punti cardinali diversi, rispetto alla planimetria del paese, esistevano tre fontane-lavatoi.

Chi intraprende la strada per recarsi verso la zona “impetrata”, costeggiando la strada rotabile del “mulino del prete” o “strada vecchia”, ad un certo punto trova una costruzione in pietra, una bocca d’acqua in una vasca entro cui le donne del paese lavavano i panni ed in loro assenza si abbeveravano gli animali di passaggio. Questa fontana serviva tutta la zona bassa, intorno alla chiesa e del “timpone”.

Chi, invece intraprendere la strada per recarsi verso i “pantoni”, a circa 20 minuti dall’uscita del paese, trova la “Fontana Grande”. Questa aveva caratteristiche di vera opera muraria. Dei pilastri reggevano la copertura, che consentiva di operare, alle donne, anche se il tempo era inclemente. Diverse bocche il mettevano acqua in una vasca orizzontale, in cui venivano eseguite le stesse operazioni di bucato e di abbeveramento di animali.

Quest’altra serviva la zona opposta alla prima ed esattamente: san Giuseppe, funcalone e parte della pianura.

La terza fontana pubblica il lavatoio era ubicata lungo la strada che conduce al mulino. Anche questa simile per importanza a quella prima, ubicata ridosso di un terreno più elevato di quota, su di una parete di pietre, una bocca d’acqua riempiva una grande vasca, che veniva utilizzata per gli stessi bisogni delle altre due. A questa fontana-lavatoio facevano capo gli abitanti della zona pianura e quelli intorno alla “strada rotabile nuova”.

L’importanza dell’acqua in una società o raggruppamento di uomini è di notevole importanza: dissetarsi, utilizzo per l’igiene personale, per la preparazione degli alimenti, abbeveramento degli animali eccetera… . Evidentemente, il paese, prima che fosse costruito l’acquedotto, la rete idrica, si serviva di queste fontane, per tutto il rifornimento idrico.

Analizzare l’evento che ha trasformato le abitudini degli antichi abitanti e poi gli effetti che ne sono scaturiti, non presenterebbe nessuna difficoltà.(Ma qui, non interessa, perché non è una ricerca, bensì una memoria). C’è solo da considerare ed immaginare i disagi cui andavano incontro, quei residenti, per attingere e trasportare l’acqua nelle abitazioni.

Forse l’unica cosa che si potrebbe dire e con parole che rendono vive quelle immagini, pur sempre attinenti alla quotidianità dell’uomo: alla base delle braccia, sotto il braccio, sulle spalle, sulla testa (mezzi efficaci per il trasporto di pesi) visionare un secchio, un barile, un “gumulu” ed altri contenitori e sotto il cui peso un uomo, una donna di giovane età o tarda età, quasi soccombere, sudare, compiere degli sforzi, magari senza scarpe a piedi nudi, andare per strade battute o acciottolate con il visibile e chiaro intento di fornire se stesso o la sua famiglia, di quell’elemento tanto prezioso, quanto umile e necessario.

Antonio De Minco

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