L’Italinglese ovvero la scomparsa dell’italiano

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Vincenzo Ciminelli

Vincenzo Ciminelli

In questi ultimi tempi, sembra che la lingua italiana, tanto bella ed aulica, stia scomparendo. Negli anni ’50 e ’60 andavano di moda i francesismi, anche se non molto usati: si pensi ai film in cui Alberto Sordi storpiava le parole francesi nelle scene che riproducevano immagini di Via Veneto etc. .

Oggi invece è un pullulare di parole inglesi che, soprattutto per i non addetti ai lavori (anziani, cittadini del ceto medio, operai, anche giovani) vengono pronunciate senza che se ne capisca il significato.

Autorevoli critici, uomini dello spettacolo, gente comune e anche il sottoscritto non condividono questa moda.

Il fatto più eclatante è che nei telegiornali, negli spettacoli televisivi sia sportivi che di intrattenimento, vengano pronunciate sempre siffatte parole.

Ho preso spunto dal giornalista Franco Di Mare, che qualche settimana fa, nella sua trasmissione, puntualizzava in senso negativo questa moda inglese, questo parlare, secondo alcuni, “very bello”.

Pare che le parole inglesi importate nella lingua italiana in questi ultimi due anni abbiano raggiunto la percentuale del 70% e siano diventate di uso comune (comune fino ad un certo punto!). C’è stata una vera e propria invasione con conseguente impatto sul modo di parlare degli italiani: brand, store, device, slide, scoop, sport, best-seller, miss.

Se alcuni termini sono radicati e talmente diffusi da essere ormai diventati insostituibili, altri risultano ostici, inaccessibili ai più e perciò ad uso e consumo di una casta privilegiata che ostenta superiorità e la usa per mettere fuori gioco (off-side) una parte considerevole dei propri simili. Forse, il merito o la colpa (mi schiero con quest’ultima), sono dovuti alla tecnologia, alla globalizzazione, alla necessità di tenersi al passo con i tempi.

La responsabilità principale è dei media, che non hanno saputo e voluto filtrare e tradurre i vocaboli imbevendo a chiunque una loro agevole fruibilità. Non sarebbe meglio dire pettegolezzo (gossip), suono(sound), marchio, negozio, dispositivo, diapositiva, in luogo di brand, store, device, slide?

Che bisogno c’è di ricorrere a tali inglesismi? O questo serve soltanto a darsi un tono? Ai tempi dello spread, con il governo Monti, quanti hanno capito queste parole? Perché si deve dire news, talk-show, web, anziché notizie, dibattiti televisivi e rete ?

Perché i francesi non vogliono adottare la parola computer, che traducono con “ordinateur”, cioè elaboratore e non vogliono fare uso di termini inglesi? Ma, si sa, in Italia va tutto bene, bisogna seguire la moda, altrimenti si è arretrati. Che falsa opinione!

Credo bisogna porre un argine, una barriera, per evitare che questa nuova lingua “italinglese” si diffonda ancora di più a scapito della nostra bella lingua italiana.

Riusciranno i glottologi, i puristi e, perché no, i politici a tamponare questa falla?

Sarebbe stato così scandaloso se il computer fosse stato chiamato elaboratore sin dall’inizio, la fiction sceneggiato, lo staff gruppo, il monitor schermo e via dicendo?

Queste storpiature, purtroppo, fanno dimenticare la lingua madre, la quale non etichetta semplicemente le cose, ma attribuisce loro una storia, un passato e ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. Nel film “Anni ruggenti”, l’assicuratore Nino Manfredi viene scambiato per un gerarca fascista in un paesino pugliese; infatti, i termini inglesi erano banditi (off limits). In una scena, un paziente chiede al medico un cachet e il medico risponde : ”Cos’è questo cachet? “ Un cialdino, un italianissimo cialdino, quindi meglio parlare di un cialdino che rischiare di non capirsi , di creare, con la nostra lingua piena di inglesismi , divari culturali e insanabili fraintendimenti o, se si vuole, gap e misunderstanding.

Recentemente, nello spot di Roma capitale, si legge Rome & you e, a tal proposito, condivido quanto affermato da Vittorio Sgarbi sull’uso e abuso dell’inglese nella nostra lingua, perché mostrano il nostro provincialismo e la nostra subalternità. Un conto è piazzare qualche parola di inglese nelle pubblicità, altro è inficiare la nostra lingua di parole straniere o di intere frasi come lo slogan della marina militare “ be cool, join the navy”, che tradotto significa “sii figo, arruolati in marina”. Anche su Expo 2015, su internet del 25-01-2015, è comparso il sito verybello.it.

Tutto questo mi permette di affermare che siamo in piena colonizzazione culturale e linguistica. Cosa fanno in proposito anche i nostri politici?

Non si rendono conto che anche le nostre menti risultano inquinate?

 

già Preside Vincenzo Ciminelli

Commenti

  1. Prospero Ferrara ha detto:

    Sono in perfetta sintonia con quanto esposto nel suo esaustivo articolo dal Preside V. Ciminelli. Dovremmo essere orgogliosi della nostra bella lingua “…dove il dolce si suona…” e conservarne le peculiarità di precisione nell’uso dei vocaboli e la dolcezza che la distingue da altre che oggi sono le più parlate.
    Un francavillese di nascita.

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