La leggenda del Piave

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Beatrice Ciminelli

Beatrice Ciminelli

“Il Piave mormorava, calmo e placido, al passaggio dei primi fanti il 24 maggio». Cento anni fa, il 24 maggio 1915, le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, puntando verso le «terre irredente» del Trentino, del Friuli e della Venezia Giulia.

L’Italia entrò in guerra divisa tra interventisti e neutralisti, dopo un disinvolto passaggio dalla Triplice Alleanza all’Intesa. Sulle sponde del Piave e dell’Isonzo, nelle trincee del Carso e di Asiago, di Caporetto e di Vittorio Veneto lasciò 700 mila morti. Dalla guerra ottenne Trento e Trieste, ma ne uscì prostrata, lacerata da una profonda crisi politica, sociale ed economica, che la portò in breve al Fascismo.

La “Grande Guerra”, come venne chiamata, fu un enorme massacro: coinvolse 27 paesi, costò 10 milioni di morti, 20 milioni di feriti, enormi distruzioni. Fu una guerra “totale”, accezione che indica il coinvolgimento massimo dei civili. Gli eserciti si trovarono impantanati nelle trincee. Nuove armi furono impiegate su larga scala: aerei, sottomarini, carri armati, mitragliatrici, gas tossici, come l’iprite, che prese nome dalla località belga dove il 22 aprile 1915 fece le prime vittime. Provocò la dissoluzione degli imperi austroungarico, ottomano e zarista. Determinò il crollo di tre dinastie secolari, gli Asburgo, gli Hohenzollern e i Romanov.Fiume-Piave-il-24-maggio-1915-620x330

Solo Benedetto XV chiese invano alle potenze belligeranti il disarmo per la cessazione di quella che definì “inutile strage”.Fu l’inizio del declino della vecchia Europa e sancì l’ingresso sulla scena mondiale, come grande potenza militare ed economica, degli Stati Uniti, intervenuti nel 1917 a salvare le sorti dell’Intesa. Si portò dietro un’epidemia – la «spagnola» – che tra 1918 e il 1919 provocò più morti della guerra; un’inflazione e una recessione che culminarono nella Grande Crisi del 1929; un’eredità di odi, frustrazioni e rivalità nazionali che nell’arco di due decenni sfociarono fatalmente nel secondo conflitto mondiale.

Ma troppi erano i motivi che spingevano l’Europa al massacro: la rivalità economica e gli interessi in Medio Oriente di Regno Unito e Reich tedesco; il revanscismo francese per Alsazia e Lorena; lo scontro tra pangermanesimo tedesco e panslavismo sul Baltico; gli appetiti delle maggiori potenze per le spoglie del fatiscente impero ottomano; l’irredentismo in Italia e nei Balcani, dove il serbo Gavrilo Princip fece scoccare la scintilla, assassinando l’erede al trono austriaco a Sarajevo. Cattolici, socialisti e giolittiani furono contrari all’entrata in guerra. A favore si schierarono il governo Salandra, i liberali, i nazionalisti. Interventista fu Gabriele D’Annunzio, interprete a modo suo del «superuomo» di Nietzsche. Interventista fu Filippo Tommaso Marinetti, che nel «Manifesto del futurismo» aveva proclamato la guerra «sola igiene del mondo». Da neutralista in interventista si trasformò repentinamente il socialista Benito Mussolini, che lasciò la direzione dell’«Avanti!» per fondare l’ultranazionalista «Popolo d’Italia» e fu espulso dal Psi.

Piave1918_a-300x186Nel 1919, la Conferenza di Pace di Parigi deluse le aspettative degli interventisti. L’Italia ottenne Trento, Trieste e l’Istria, più l’Alto Adige etnicamente tedesco; ma non Fiume e la Dalmazia. Il presidente del consiglio Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, per protesta, abbandonarono temporaneamente la conferenza, restando fuori anche dalla spartizione delle colonie tedesche. Ne nacque il mito della «vittoria tradita», che mosse D’Annunzio e i suoi legionari a occupare Fiume e a dar vita all’effimera «Reggenza del Carnaro» e fu utilizzato a proprio vantaggio dal nascente partito fascista, avviato alla conquista del potere. La crisi economica, la svalutazione della lira, la debolezza della classe dirigente liberale, le ripetute crisi di governo, le agitazioni di piazza e l’occupazione delle fabbriche nel «biennio rosso», i timori della Corona e della borghesia fecero il resto.

 

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