Dai racconti di Antonio De Minco: “L’Economia”

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Antonio Fortunato

Antonio Fortunato

Oggi, tra i tanti problemi che affliggono l’umanità, possiamo dire che quello economico è sicuramente il più avvertito nella nostra società. Eppure, leggendo attentamente i ricordi di A. De Minco circa l’ economia del paese negli anni ’30-’40, dovremmo ringraziare il Signore per il  grado  di benessere economico raggiunto sia a livello locale che a livello nazionale e mondiale. Certamente in questo mondo ci sono molte e profonde contraddizioni. Da una parte la società dell’opulenza e dall’altra un mondo dove si muore per la fame. In molte nazioni la ricchezza è concentrata in poche mani e il problema dell’utilizzo delle risorse e dei cambiamenti climatici non vedono vie d’uscita.

L’economia globalizzata e il liberismo economico non sono riusciti a superare le differenze economiche tra i popoli della Terra; anzi la crisi economica si è aggravata in presenza di tanti conflitti bellici creando insicurezza sociale e tante sofferenze a milioni e milioni di rifugiati.

A questo punto i popoli devono tentare altre vie per assicurare un cambiamento totale della situazione attuale. Parlo della decrescita felice, modello di sviluppo ipotizzato dal filosofo-economista francese Serge Latouche, che ritiene necessario produrre e consumare meno per vivere meglio assicurando a tutti una condizione di vita adeguata.

Già nel 1977 Enrico Berlinguer usò il termine “Austerità” per superare il consumismo. Oggi la parola chiave della decrescita felice è la “frugalità”, che è la maniera per superare un modello consumista dissennato che è entrato in crisi, il cui carattere distintivo è lo spreco.

Questo nuovo  modello di  sviluppo ed esistenziale è in linea proprio con le parole di Papa Francesco quando parla nella sua Enciclica di bandire il consumismo per rispettare e preservare il nostro Pianeta. Certo, non è facile attuare ciò, ma se vogliamo la nostra salvezza e quella del Creato, qualche cosa dobbiamo pur fare.

Antonio Fortunato

 

Dal libro di Antonio De Minco  

“Francavilla sul Sinni” 

L’economia

foto tratta dal libro: "Com'era bello... e com'è ... il mio paese" di A. Capuano

foto tratta dal libro: “Com’era bello… e com’è … il mio paese” di A. Capuano

Il sistema economico vigente era un sistema chiuso. I pilastri su cui si fondavano la produzione e lo scambio, erano preminentemente costituiti dall’impiego delle proprie risorse umane e dal baratto. Non esistevano un vero e proprio scambio commerciale tra Francavilla ed i paesi limitrofi. In tutta la regione vigeva l’autarchia: ognuno produceva quel tanto che soddisfaceva i propri bisogni, al massimo quel tanto residuo, che consentiva la permuta, l’acquisizione di altri prodotti. Per quanto riguarda la produzione di alimenti base: verdura, ortaggi, grano, vino, olio… ognuno cercava di ricavarseli dai propri appezzamenti di terreni.

Tuttavia, quelle famiglie dedite ad altre attività, si approvvigionavano dai contadini senisesi. Nella piazza principale del paese, si esercitava la vendita di prodotti agricoli ed ortofrutticoli. Ogni domenica mattina arrivavano da Senise, con dei somarelli, i contadini che rifornivano chi necessitasse di quei prodotti.

Periodicamente, invece, si verificava l’arrivo di qualche pescivendolo, con poche qualità di pesce, che vendeva al pubblico. L’arrivo di quei venditori, naturalmente, costituiva un aspetto vantaggioso per il prodotto che rifornivano, ma altrettanto aspetto di senso opposto, si rilevava nella constatazione del depauperamento della circolazione monetaria: già tanto carente.

Il paese non produceva nulla che consentisse di attivare canali o circuiti di output e input. Come ho avuto modo di riferire, lo scambio dei prodotti nel paese, avveniva sulla base del baratto puro. “Io ti do una giornata di lavoro, tu me la rendi o la pareggi, col tuo”.

Si verificava a tal proposito, che calzolai, per confezionare delle scarpe nuove, si recavano presso l’abitazione del committente. Raccattando armi, strumenti e bagagli, essi si recavano presso la famiglia per la quale tutto il giorno producevano scarpe per i membri. Questi artigiani ricevevano anche i due pasti, del mezzogiorno e della sera. Questo basta a far rendere conto su quali basi si intrecciavano i rapporti economici.

Altri artigiani come falegnami, sarti, fabbri, muratori… lavoravano per l’intera giornata, costruendo, riparando più spesso, armeggiandosi in mille modi affinché la sera ognuno potesse dire: “un’altra giornata è passata, un pezzo di pane credo di averlo guadagnato”. Nessuno dei compaesani ricorreva all’opera dei maestri dei paesi viciniori: mentre era molto richiesto il prodotto dei nostri artigiani. Poiché era notorio che tra gli artigiani vi erano abili maestri, si verificava che allievi di Chiaromonte, Fardella, Episcopia… si recassero in Francavilla, per imparare il mestiere.

I contadini e gli agricoltori facevano del loro meglio per sovvenire ai bisogni della comunità, pur tra infinite difficoltà di ordine tecnico ed economico. La cura dei vigneti, particolarmente esposti a diverse malattie, richiedeva molto impegno. Si rimuoveva il terreno perché le sostanze potessero raggiungere le radici della pianta. Si provvedeva alla palificazione, perché la vite potesse estendersi in tutta la sua lunghezza ed esporre bene al sole i grappoli d’uva. Si procedeva alla spanpinatura, perché il sole colpisse gli acini per una completa maturazione.

Foto tratta dal libro: "Lo sguardo ritrovato" di M.R. Romaniello

Foto tratta dal libro: “Lo sguardo ritrovato” di M.R. Romaniello

Si cospargevano i tralci di solfato di rame e di zolfo, perché la peronospora non attecchisse. E così di seguito… .

I “negozianti” i commercianti infine, altra categoria di operatori economici, cercavano di soddisfare a tutti quei bisogni di natura personale e familiare, che scaturivano dalla domanda della comunità. Il commercio indubbiamente, ancorché necessaria alla intera struttura vitale del paese, costituiva la fonte primaria di rastrellamento della liquidità monetaria, che convogliava verso territori e gruppi sociali diversi da quello autoctono. Tutto ciò indubbiamente, era giocoforza. La merce doveva essere pagata, ma restava pur sempre una forma acuta di depauperamento del sistema interno, il quale sistema era fortemente sofferente dal punto di vista della produzione monetaria. L’ingegnosità del francavillese raggiungeva vette veramente encomiabile, ed il risparmio da esso praticato concretizzava quando di più genuino la intelligenza e l’immaginazione sapevano creare.

Il vestito, base elementare della più elementare azione dell’uomo (copre la nudità-abbellisce l’aspetto fisico-crea lo stile…) veniva richiesto al sarto (artigiano) e fatto confezionare (badate bene non per finezza di scelta o per esaltazione della posizione sociale, così come potrebbe essere inteso nell’epoca attuale) ma in virtù di quella legge di scambio, di baratto, vigente in quei momenti storici, e che si realizzava in particolari ricorrenze e, soltanto, quando l’altro vestito era ridotto ai minimi termini e poteva occupare le ore indistinte del quotidiano. Il nuovo vestito restava tale per molti anni, tale era la cura che gli si dedicava.

Le scarpe, anche queste, come indumento necessario alla salvaguardia dei piedi, venivano confezionate dagli artigiani locali e curate al massimo, affinché potessero durare nel tempo. Lo spago che cuciva le suole, veniva abbondantemente impregnato di pece; il cuoio molto battuto (operazioni che dovevano esaltare la robustezza del manufatto). Infine, per quelle scarpe “ordinarie” “di tutti i giorni” veniva praticata una particolarissima cura: sulla suola di fondo, il calzolaio conficcava due ordini filare di chiodi, lungo i margini ed anche nel centro. Lo scopo era molto chiaro: prolungare la durata nel tempo.

Il barbiere, altra categoria di artigiani, pur non producendo direttamente risorse, costituiva nella struttura sociale, la ricostituzione dell’aspetto fisico e, perciò, curava la parte esteriore dell’uomo. C’erano poi, i costruttori di sedie “seggiari” che, con ammirevole destrezza, preparavano la struttura di legno, lavorando su appositi cavalletti e particolari coltelli, retti dalle due mani alle estremità. Donne che avevano appreso l’arte dell’impagliatura, poi, compivano l’ultima fase del completamento della sedia.

Parte essenziale nell’economia del paese e del nucleo familiare, era rappresentato dall’iniziativa di ciascuno nell’organizzarsi in diverse attività, per conseguire il massimo dell’utilità. Ecco che ogni famiglia, acquistando un piccolo maialino lo allevava fino al raggiungimento di circa un quintale di peso. Nell’inverno, stagione propizia per la manipolazione della carne di maiale, con l’uccisione di quel maiale si provvedeva all’insaccatura della carne, alla confezione del prosciutto, alla salatura del lardo, allo scioglimento del grasso (sugna), che veniva riposto in vasi ed infine all’esposizione dei salami per seccatura e la affumicatura.

Dal sangue del maiale ci ricavava un dolce molto squisito: il sanguinaccio. La tradizione esigeva che delle pizze venissero offerte a dei parenti che, a loro volta, restituivano al momento opportuno.

La preparazione della gelatina richiedeva modalità e rituale particolari. Insomma, dal maiale si ricavavano confezioni diverse di carne, che custodite in vasi di terrine, sotto olio ed aceto costituivano una fonte vitale per la sopravvivenza della famiglia. Tutto mirava a creare risorse per l’economia della famiglia. Però in tutti quegli sforzi ed impegni, parallelamente coesisteva l’aspetto umano del piacere e della convivialità. Il giorno dell’uccisione del maiale, I parenti erano dei convitati. Si imbandivano dalle tavolate, che travolgevano letteralmente in una sfrenata allegria ed armonia.

Altra fonte che contribuiva ad alimentare l’economia di ogni famiglia, era la raccolta delle olive. Varie e complesse anche le fasi di raccolta e trasformazione in olio. La mattina dell’inizio di tutte le operazioni, gruppi di uomini e donne, perticatori i primi, raccoglitrici le seconde, si recavano presso gli uliveti. Al canto di qualche nenia paesana. Le olive raccolte venivano trasportate a domicilio, con somarelli e muli.

In buona sostanza, nelle economie non sorrette da industrie e opifici di trasformazione delle materie, l’uomo attinge a tutte quelle fonti naturali, che in diverso modo, possono assicurargli la sopravvivenza ed evitare la soluzione della continuità.

Antonio De Minco

 

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