All’Europa manca un’anima solidale

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don Camillo Perrone

don Camillo Perrone

L’Italia si sta impegnando tantissimo nel salvare vite umane nel Mar Mediterraneo. In totale solitudine, si sobbarca un peso che andrebbe condiviso con gli altri Paesi d’Europa, costi e rischi altissimi. Siamo stati lasciati soli dall’Europa; ma al presente il vecchio continente offre qualche segnale di apertura, a parte il diniego ungherese. Occorrono politiche comuni, forse anche interventi militari e aiuti ai Paesi d’origine, affinché la gente non si senta obbligata a migrare. Lo scenario è preoccupante. Che fare? Di certo non ci aiutano le semplificazioni della politica. Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua recente visita a Tunisi ha usato parole forti per invitare i Paesi dell’Unione europea a farsi carico di questo «dramma umanitario senza precedenti», che ci riguarda tutti, e che non può gravare esclusivamente sulle spalle dell’Italia. Non prendersene cura – ha detto Mattarella – per l’Europa sarebbe come «negare le sue stesse radici di pace e libertà».

L’insistenza dell’Italia nel coinvolgere le nazioni europee, qualche risultato lo sta ottenendo. Nonostante il passaggio dalle promesse agli impegni concreti sia lento e faticoso.

Crescono i casi di migrazione. «Il Terzo mondo — avverte Umberto Eco — sta bussando alle porte dell’Europa, e vi entra anche se l’Europa non è d’accordo».

immigrati-1Nel prendere atto che questo è esattamente ciò che sta accadendo, si direbbe giunto, per i Paesi ospitanti, il momento della decisione: che fare? Bergoglio, al di là di una valutazione d’efficacia delle singole politiche immigratorie da adottare, propone una riflessione a monte coinvolgendovi anche i cristiani, a volte colpevoli di mantenere una «prudente distanza». Atteggiamento che si pone «in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso». Il migrante «è Cristo», ricorda il Papa, e la condizione dei migranti è un forte richiamo a tutti, e alla Chiesa stessa, a «sradicare le ineguaglianze, le ingiustizie e le sopraffazioni» perché solo così «i migranti possono diventare partner nella costruzione di un’identità più ricca per le comunità che li ospitano, così come per le persone che li accolgono, stimolando lo sviluppo di società inclusive, creative e rispettose della dignità di tutti». Secondo Bergoglio alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Occorre infatti intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre. Si è dinanzi a «nuove forme di povertà e di schiavitù» di cui tutti siamo responsabili e delle cui vittime tutti dovremmo avere cura.

Non basta soccorrere barconi stracolmi di gente. Il primo fronte d’intervento dovrebbe essere costituito nei Paesi dai quali fuggono. E poi intervenire anche sui trafficanti di esseri umani.

Urge un’attenzione nuova. Sono singole persone e famiglie più che popoli. Sono storie di fragilità e di precarietà che invocano la responsabilità di tutti, cittadini e istituzioni, ricordando il dettato costituzionale che afferma:”Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Gli italiani, ma soprattutto gli europei tengano presente quanto ora riferito. Questi mondi in fuga denunciano una situazione crescente di militarizzazione di aree del pianeta, oltre che lo sfruttamento incondizionato del creato; ma al tempo stesso dicono la debolezza della democrazia e l’oppressione selvaggia.

 

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