La semina del grano – la mietitura e la trebbiatura

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foto tratta dal libro: "Com'era bello... e com'è... il mio paese" di A. Capuano

foto tratta dal libro: “Com’era bello… e com’è… il mio paese” di A. Capuano

Il mese di luglio è considerato il  periodo classico e ottimale per le vacanze al mare e per la mietitura del grano. Al mare ci andiamo un po’ tutti, chi di più e chi meno. La mietitura del grano oramai è un’operazione agricola che è nei ricordi di noi anziani; ma non è presente affatto agli occhi dei giovani, non solo nella forma manuale, ma anche

in quella meccanizzata. I giovani quando consumano il pane, biscotti, pasta e altri derivati del grano non hanno la benché minima idea di quanto lavoro ci vuole per ottenere questo cereale benedetto. Anzi, i sacrifici più duri si facevano soprattutto prima, come possiamo notare leggendo i ricordi di A. De Minco. Ma erano sacrifici ben ripagati dal fatto che si consumavano cibi sani e genuini prodotti  nel rispetto dell’ambiente e del suo equilibrio. E con molta parsimonia data la bassa produzione di beni. Finalità queste che troviamo nelle parole d’ordine dell’EXPO 2015 di Milano: “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei  suoi  equilibri”.

Antonio Fortunato

dal libro di A. De Minco

“Francavilla in Sinni”

ricordi e considerazioni sulla realtà sociale, economica, politica, culturale, magica, religiosa.

La semina del Grano- la mietitura e la trebbiatura

 

La pretesa era grande e l’attesa coinvolgeva lo spirito collettivo della comunità. Ma quante delusioni! Tutti conoscevano per esperienza diretta o per riferita notizia che, seminando del grano, si poteva raccogliere, in parti percentuali aumentate, molto più grano. Perciò, chi possedeva un pezzo di terreno e presumeva che vi potesse seminare, per poi raccogliere, s’ingegnava a predisporre tutte le componenti di quell’operazione direttamente, col proprio lavoro, o indirettamente con l’impiego di operai. La qual cosa indubbiamente, oltre ad essere fondamentale per l’individuo rivestiva grande importanza per il gruppo, la famiglia, la società. I risultati, però, di tanto alacre lavoro, erano quasi sempre scadenti, per svariate ragioni: la terra arida e non ricca di sostanze che consentissero uno sviluppo ottimale del seme, l’aratura del terreno, che col mezzo semplice ed antico dell’aratro a chiodo, molto limitato nello scasso del terreno, non raggiungeva quella profondità che facesse affiorare la parte sottostante del terreno e che mai veniva utilizzata, per la ragione esposta. La scelta poi, del seme, non suggerita da competenti, ma da semplice empirismo tradizionale. La raccolta ogni anno, veniva commentata quasi sempre negativamente. La gente si esprimeva in quel modo gergale “ho seminato due tomoli di grano e ne ho ricavato quattro”.

mietitura_1Era molto raro che il ricavo raggiungesse ottimi risultati; eccetto qualcuno che riusciva a riunire le sinergie dei componenti di base. L’uomo sprecava le sue energie, ma le condizioni precarie economiche spingevano verso la ricerca del poco, del possibile che consentisse la continuazione della vita, così come d’altronde, avveniva per tutte le altre attività.

La mietitura era un’operazione che si svolgeva sotto l’auspicio e l’attesa trepidante del proprietario del fondo. Gli operai con la falce in pugno ed annullando le dita della mano sinistra, con appositi tranci di canne, sotto il sole dell’agosto francavillese, sfavillante e scottante, con fervido ed alacre impegno e cantando,   falciavano e raccoglievano sotto forma di matasse, il grano, che, accantonato in un punto scelto della superficie del terreno, formavano dei grossi covoni.

L’operazione successiva, che costituiva la trebbiatura, in massima parte si verificava e si realizzava nella “pianura”. Sì, proprio sul campo sportivo, che in quella stagione era inibito ai giovani che intendessero giocare al pallone.

L’intera superficie del campo veniva divisa in tanti piccoli spazi, in cui ogni a agricoltore tramite un asinello o buoi, che tiravano un masso schiacciato di pietra, che ruotando sulle spighe di grano, ne separava il chicco dalla spiga. Ultimata quell’operazione, che durava molte ore, al calar della sera, quando la natura e le sue forze fanno levare un discreto venticello, quei contadini armeggiando delle grosse pale di legno, sollevavano discrete quantità di quel miscuglio e realizzavano quello separazione in due cumuli diversi: di pula e di grano.

L’ultima fase di quel processo consisteva nel riempire i sacchi con il grano ottenuto, che veniva trasportato alla propria abitazione. Il ritorno alle proprie case, a seconda dei casi, era tronfio ed appagato, se il rendimento era consistente, moggio ed afflitto, se inconsistente. In seno a tutto il nucleo familiare, in quella serata il dialogo verteva sul commento nella coltivazione del grano E le sue possibili migliorie, producendo in cor proprio soddisfazione per l’attesa o amarezza per la delusione: ripetendo di anno in anno, le eterne fasi della vita che esigeva quelle ritualità per il suo normale svolgersi. Come sempre ed in tutti gli avvenimenti della vita: guardarsi in viso e sorridere, significa che qualcosa di piacevole è avvenuto. Non sorridere…

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