Violinista in erba

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    Lcdoa6bc4 – Fa… fa… sol. Sol naturale, e non sol diesis, testa di ciuccio! Che ci azzecca il diesis? Avanti… un’altra volta!

     E Crispino riprendeva dal fa. E malediva il maestro, la musica, il diesis, il violino e chi ve lo costringeva.

     Avrebbe preferito purgarsi ogni giorno con l’olio di ricino, piuttosto che aprire la custodia e solamente vederlo, il detestato armamentario. E quell’imminchionito di maestro con licenza di insulti e bacchettate? Ne avrebbe fatto volentieri bersaglio col contenuto del vaso da notte ogni volta che lo scorgeva infilarsi nel portone, gli prendesse un accidente!

   E i genitori? Perché non s’impicciavano delle cose loro? La madre, delle serve da licenziare e assumere, e il padre, delle vacche da vendere alla fiera? Macché… s’erano incaponiti che doveva diventare il violinista più famoso d’Italia, anzi d’Europa… e forse pure del mondo. “Ecco a voi il grande Crispino Peluso!”, sognavano. E dall’asilo, si può dire, gli avevano fatto quei due bei regali: strumento e maestro.

     Quando tornava dalla scuola cominciavano i momenti peggiori della giornata. Gli altri, dopo mangiato, in strada; lui, spedito a fare i solfeggi e gli esercizi: a dieci anni non sapeva nemmeno come si avvolgeva lo spago attorno alla trottola.    

     E sempre a dieci anni cominciarono ad esibirlo.

     – Tutti zitti per piacere, ché Crispino mio vi fa sentire una canzone suonata col violino! – annunciava la madre. – Quella che fa: “Ta-ra-ra-ra-ra-tattà…”

     E Crispino eseguiva. Abbacchiato come se avesse da poco ricevuto una mattonata in testa, attaccava con Boccherini.

     – E adesso “Papaveri e papere!”… Sentite quanto la fa bene! – Era il papà, che di musica classica non se ne intendeva.

     E Crispino accontentava il signor padre, cavalier Peluso, per ricevere poi, oltre agli applausi, la caramella. Come gli animali del circo.

    

Giovanni Gazzaneo

Giovanni Gazzaneo

Le elementari le concluse a quasi tredici anni, perché l’avevano bocciato due volte.

     Alle medie, cominciò coi tic nervosi. Prima con le unghie masticate senza requie; poi, quando nelle dita trovava solo carne viva, si mise a sbattere le palpebre come un forsennato.

     – E non fare così, ché pari brutto! Ma te ne accorgi o no, quando fai quelle smorfie? Lo sai che se passa l’angelo e dice “amen” ci rimani sfigurato per sempre? – gli dicevano per impaurirlo.

     Oppure:

     – Insomma, si può sapere che hai? Che ti manca?

     Il ragazzo non rispondeva: s’era talmente chiuso in se stesso, che non parlava quasi.

     Gli passò l’appetito e se fosse dipeso da lui avrebbe fatto volentieri a meno di mangiare. Beveva solamente acqua con limone e mandava giù quello che gli cacciavano in bocca a forza.

     Il viso, poi… tutto pieno di brufoli.

   – Lo sviluppo. E’ lo sviluppo – si dicevano i genitori.

     – Avete ragione – confermava il maestro di violino. – Basta guardargli la faccia con tutti quegli sfoghi… L’età critica.

     – Ma almeno… fa progressi? Lo possiamo portare a qualche concorso? E per il conservatorio? E’ pronto per l’esame? La prepariamo, la domanda?

     – La domanda, l’esame… Secondo me gli ci vorrebbe prima una curetta ricostituente. Poi, eventualmente, si potrà pensare ai concorsi e al conservatorio: meglio non aver premura in queste cose. Se no… come si dice?: “La gatta frettolosa…”.

     Lo accompagnarono dal primo dottore, il quale lo visitò, ma soprattutto gli fece delle domande. Vedendo che non otteneva risposta invitò i genitori a lasciarlo da solo col ragazzo. E già quel modo di fare piacque poco al cavalier Peluso e alla signora.

     Quando poi il medico sentenziò: – Le cose stanno così e così… e se volete che guarisca, prima di tutto, niente violino! – pensarono: “Ma che dice, questo qua? Invece di dargli una bella cura ricostituente, va a mettere in mezzo il violino? Bah!… erano capitati da un asino. Passasse per i tic, ma che pure i brufoli fossero causati dal sistema nervoso! Mai sentita una baggianata simile!

     – Sì, proprio ora che deve fare l’esame per entrare al conservatorio, abbandonare la musica!… Quello è pazzo! – commentò la madre quando furono in strada.

     – Adesso mi informo e lo portiamo da un altro dottore, anzi da un professore: il migliore. – replicò il padre.

     Dopo qualche giorno erano nello studio del luminare.

     – Ahi ahi ahi!… tutti quegli sfoghi, giovanotto! Ma lo sai che è pure peccato?

     Così il professore famoso rimproverò bonariamente Crispino. E ai genitori:

     – Lo dovreste controllare di più quando si chiude nella sua cameretta o quando rimane per troppo tempo in gabinetto.

     Il cavaliere e la moglie si scambiarono un’occhiata, compiaciuti. Capperi, quello sì che lo sapeva fare, il suo mestiere! Aveva capito tutto a prima botta!

     – Figuratevi, – intervenne polemica la signora Peluso – che un vostro collega, “del cui” è meglio tacere il nome, ha detto che dipendono dal sistema nervoso! – E rise di cuore.

     – Uh, che mi tocca sentire!

     – … e che per guarire, ha sempre detto quel vostro collega, deve abbandonare lo studio del violino!

     – Perché, suona il violino, il giovanotto?

     – Eccome! Tra poco va pure al conservatorio!

     – Bravo, bravo… Il violino, l’anima, il cuore dell’orchestra…

     – Ma lui farà il solista! – Era il cavaliere.

     – Bene. Carriera difficile, ma prestigiosa. E sentiamo adesso: che ha detto quel… quel mio collega? Che non deve più suonare? Gesù Gesù! – E al ragazzo: – Vediamo un po’, spogliati.

     Gli palpò la pancia, l’auscultò da ogni parte, lo guardò in gola con la lampadina e gli batté col martelletto sulle ginocchia. Infine diede ragione in tutto e per tutto ai genitori e prescrisse a Crispino un ciclo di iniezioni a base di fosforo, vitamine ed estratti epatici. Per il tic nervoso gli ordinò certe pastiglie speciali americane.

     Si pagò bene l’illustre professore, ma, convennero i Peluso uscendo dalla farmacia carichi di medicine, ne era valsa la pena. Se pensavano a quell’altro, che quasi non l’aveva nemmeno visitato!

     Partirono con la cura, senza perdere un minuto.

    

Giovanni Gazzaneo

Giovanni Gazzaneo

Ma dopo un mese di punture e pastiglie americane Crispino non migliorava: foruncoli e tic non se ne andavano, né l’appetito tornava. E se prima parlava poco, adesso, oltre a non guardare in faccia padre e madre, non li degnava neanche di “buongiorno” e “buonanotte”.

     A scuola, nemmeno là ti dava la minima soddisfazione: ore e ore col naso per aria a masticare mozziconi di matite. E se i professori lo interrogavano, neppure il fastidio di alzarsi.

     Per il violino, invece, non osava disubbidire; ma di esercizi veri e propri, basta: non faceva, adesso, che ripetere fino all’esasperazione un brano sul cui spartito si leggeva: “Brani classici facilitati – Ludwig van Beethoven. Terza sinfonia, secondo movimento.”

     Ci si era fissato proprio! E gli lampeggiavano gli occhi, quando lo suonava. Ma che lampi curiosi! Non certo da musicista rapito: no. Si trattava di ben altro, vattelapesca di che cosa.

     – Non rende. Il ragazzo non rende più – disse il maestro. – E’ come assente. Di questo passo, altro che esame per il conservatorio! Ed è un mese che suona lo stesso pezzo… che poi non so che c’entri col violino solista, mannaggia a me e a quando l’ho portato qua per sbaglio, quello spartito. Che ci troverà in quella marcia funebre tedesca, proprio non lo capisco.

     Gli promisero un bel regalo e persino un viaggio a Roma, se si fosse data una scrollatina. Ma a lui, le parole “bicicletta”, “giardino zoologico” e “San Pietro”, da un orecchio entravano, dall’altro uscivano.

     Provarono con le cattive, ma fu peggio, perché al primo ceffone si rotolava per terra strepitando che lo volevano ammazzare. E allora bisognava desistere, se no che avrebbe pensato la gente?

     La situazione s’era fatta insostenibile e i coniugi Peluso non sapevano più che santi invocare per rimettere quel benedetto figlio sulla strada giusta.

     Né il maestro riusciva a fare di meglio: gli aveva pure portato via lo spartito della famosa sinfonia, ma non era servito a nulla, ché Crispino oramai se l’era imparata a memoria.

     Ad un certo momento pensarono di punirlo non mandandolo a scuola. Tanto, per quello che ci andava a fare… E inoltre, niente giochi o inutili passatempi, come ad esempio i libri di quel Salgàri.

     Passò qualche tempo, ma senza il minimo segno di ripresa.

     Finché, un pomeriggio, Crispino prese il violino e attaccò con la martellante lagna di quel “secondo movimento”. E suonando suonando, lasciata la propria stanza, si diresse verso la sala da pranzo, dove la genitrice si trovava intenta, guarda la combinazione!, a parlottare col maestro che proprio da poco era giunto per la lezione giornaliera.

     Si arrestò sulla soglia senza smettere.

     – Madonna mia… sempre con questa canzone brutta! Ma perché fai così? Perché non mi fai sentire quella allegra allegra che fa: “ta-ra-ra-ra-ra-tattà…”? Quanto mi piaceva! Eh? Perché… bello di mammà? Guarda, ti prometto che se me la suoni… – E rivolta al maestro: – diteglielo voi, professore, diteglielo voi…

       Il maestro accennò a dire la sua, ma in quello stesso istante il ragazzo smise di suonare. Sbarrò gli occhi, dilatò le narici e si mise ad ansimare in una maniera impressionante; poi buttò via l’archetto e, afferrato a due mani il violino per il manico, si lanciò verso di lui.

     Né gli dette il tempo di gridare per la seconda volta: – Nooo! Che fai? – che, lasciato partire il fendente, lo spedì al pronto soccorso.

 

Commenti

  1. Filippo Di Giacomo ha detto:

    Quando si parla di cattivi maestri e di genitori… “ciechi”. Bel racconto. Complimenti.

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