Autonomie Locali : la legge 142 non premia la professionalità

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Ernesto Calluori

Ernesto Calluori

Questa e’ l’epoca in cui tutti parlano di Urbanistica, di inquinamento, di efficienza, di qualità totale. Questi discorsi, però, non appaiono ben coordinati. Il disordine cresce perché la politica, attraverso il sistema della lottizzazione dei posti e degli incarichi, ha dimenticato la professionalità. Tale presidio imprescindibile dell’interesse generale e dell’equilibrio sociale, è regolato nel nostro Paese dalla legge. Infatti, chiunque voglia esercitare una professione, deve essere iscritto ad un albo professionale che e’ tenuto da un Ordine (se si tratta di professione per laureati) o da un collegio (se si tratta di professione per diplomati). L’ordine professionale (o il Collegio) e’ gestito da un Consiglio eletto democraticamente che esercita la funzione di controllore dell’attività professionale nell’ambito degli iscritti all’Albo, e li obbliga ad esercitare in scienza e coscienza, la preparazione dovuta. Questa legge, presenta, come tutte le leggi una carenza fondamentale perchè dimentica totalmente gli Ordini Professionali che rappresentano i garanti democratici della professionalità. Questa mancata volontà di applicazione, costituisce forse l’aspetto più inquietante della legge 142. Se è vero che l’apporto privatistico è essenziale al processo di autonomia dell’Amministrazione, è altrettanto vero che tale processo sistemico può ottenersi soltanto attraverso l’ottimizzazione delle risorse professionali esistenti. Risulta evidente che le istanze popolari vanno ordinate e coordinate non secondo gli interessi partitici o correntizi, ma secondo la loro autorevolezza in omaggio alla verità che contengono e la praticabilità tecnica delle soluzioni che si propongono. La politica, d’altra parte, non può formare autonomamente la rosa delle soluzioni compatibili e scegliere al tempo stesso, quella che ritiene più valida. Questo criterio è errato, portando, per esempio, alla non attuazione dei Piani Regolatori aventi come conseguenza la devastazione del territorio e, in ultimo dell’inquinamento. Basta esaminare attentamente il fenomeno: il territorio, oggi, e’ diviso in due parti, cioè quello destinato alla utilizzazione privata e quello alla utilizzazione pubblica. Il primo dovrebbe essere al massimo libero di favorire il meccanismo dell’offerta e il secondo dovrebbe contenere un sistema di collaborazione privato e pubblico per la realizzazione delle opere. Questi miei suggerimenti sono semplici e (forse) veritieri. Hanno, comunque,   il torto di essere poco clientelari e non si coniugano con un mondo che spesso ghettizza ogni forma di inventiva e capacità professionale.

 

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