Oltre le immagini… l’autore racconta

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Vincenzo Viceconte

Vincenzo Viceconte

Ho sempre pensato che in occasione della pubblicazione del libro sulle immagini del primo ‘900 realizzate da mio nonno, Vincenzo Di Nubila, sarebbe stato opportuno inserirvi anche qualche scritto relativo a quell’epoca storica, in quanto è vero che le foto del presente volume parlano da sole, ma è altrettanto vero che la loro importanza si accresce ancora di più se vengono meglio contestualizzate nel periodo e nei luoghi in cui sono state eseguite, mediante l’allegazione di documenti e testimonianze dove i protagonisti hanno avuto, per l’appunto, uno stretto legame con Francavilla sul Sinni.

In tale ottica ho ritenuto di aggiungere, oltre ai documenti trovati nell’archivio privato di mio nonno, anche testimonianze scritte da due esimi personaggi legati profondamente al nostro paese, che arricchiscono, specie sul piano emotivo e documentaristico, il già pregevole fondo fotografico oggetto del presente volume.      

Devo, inoltre, precisare che, qualche giorno prima che il libro andasse in stampa, il caso o “la mano di qualcuno” mi ha fatto trovare sul mio cammino nuovamente qualcosa di sensazionale. Infatti, in occasione di un colloquio avuto con mia cugina Rosa Di Nubila (alla quale avevo chiesto di farmi avere qualche altro documento di nostro nonno Vincenzo), la stessa mi ha riferito di aver trovato, tra le carte che il padre si era portato nella sua casa del Vomero, anche un piccolo quaderno su cui il nonno aveva annotato degli appunti sui primi mesi trascorsi sul fronte della I Guerra mondiale.

Al che, ho pensato subito che non avrei mai potuto lasciare fuori dalla pubblicazione qualcosa di così importante.

Foto Vincenzo Di Nubila

Foto Vincenzo Di Nubila

Quello che, poi, mia cugina mi ha mostrato è un piccolo quaderno con la copertina nera, vecchio di 100 anni, su cui nostro nonno aveva annotato a matita degli appunti relativi alla vita di soldato nel primo periodo di guerra, cioè da quando era stato richiamato alle armi (22 maggio 1915) fino a quando, sul fronte serbo albanese, era stato fatto prigioniero dagli austriaci riuscendo, poi, a scappare (24 febbraio 1916).

A proposito di quest’ultimo episodio sono venuto a sapere, sempre da mia cugina, che tra i documenti conservati dal nonno vi era anche un Encomio solenne che egli aveva ricevuto perché, dopo essere scappato dalla prigionia, aveva fornito alle nostre truppe precise indicazioni sulle postazioni nemiche che furono, poi, attaccate con successo dalla artiglieria italiana.

Però, al fine di non stravolgere troppo l’impianto del lavoro tipografico (ormai già definito) ho ritenuto utile pubblicare soltanto alcune significative pagine del “diario ritrovato”, dove, tra le altre cose, si avverte immediatamente un sentimento di profonda nostalgia e di sofferenza allorquando il Caporalmaggiore Di Nubila, nella calma della sera della vigilia di Natale del 1915 e pensando al proprio paese ed ai propri cari, annota : “..…stanotte poco ho dormito perché sempre col pensiero rivolto alla bella festa nella chiesa del mio caro Francavilla”, aggiungendo, il giorno dopo :

Natale troppo triste per noialtri poveri soldati……..”

Ma la cosa più avvincente è stata allorché ho letto, come fosse la scena di un film, di quando il nonno venne fatto prigioniero dagli austriaci sul fronte albanese e, poi, con uno stratagemma riuscì a fuggire in modo alquanto rocambolesco.

Come in tutti i diari di guerra, anche negli appunti di Vincenzo Di Nubila si percepiscono, in maniera palpabile, le privazioni, i disagi, le sofferenze, ma soprattutto la fame che attanagliava quei poveri ragazzi strappati alla loro terra ed alle loro famiglie per combattere una guerra assurda, crudele e violenta.

E’ davvero struggente leggere, poi, la lettera inviata, il 24 maggio del 1917, a mio nonno da parte del padre Felice, in cui questi gli annunciava la morte dell’altra giovane figlia Gaetanina.

Si può immaginare lo sgomento e la disperazione di un soldato nel trovarsi, sul fronte di guerra e lontano migliaia di chilometri dalla propria casa, a dover sopportare da solo il peso dell’immenso dolore per la prematura scomparsa della propria sorella.

Di grande interesse è anche il diario scritto da un altro francavillese, il Dott. Antonio Ferrara, il quale ha lasciato un diario (redatto quasi giornalmente su minuscoli taccuini) dal titolo “Ricordi sulla nostra guerra del 1915-18. Estratti dal mio diario inedito”, dove, in maniera minuziosa e commovente, descrive la vita dei soldati sul fronte italiano della Grande Guerra.

Quando ho appreso, su internet, dell’esistenza di tale manoscritto mi sono subito sentito attratto dalla storia in esso descritta proprio perché si trattava di vicende personali che hanno riguardato un nostro giovane compaesano nei primi due decenni del ‘900.

Inizialmente mi ha colpito come sia stato possibile che le dinamiche umane e sociali abbiano potuto determinare l’allontanamento di un ragazzo del sud dal paese natìo per non farvi mai più ritorno (salvo in rarissime occasioni) prima per motivi di studio e successivamente per vari accadimenti più grandi di lui.

A parte le onorificenze attribuitigli per essersi reso protagonista di brillanti azioni militari, il Cap. Ferrara, nel corso degli eventi bellici si distinse anche per la sua serietà, per il suo impegno e per il grande rispetto per la vita dei suoi soldati, come danno ampia testimonianza le pagine del suo diario, i cui stralci sono stati inseriti in una speciale pubblicazione di “Diari di guerra” uscita a cura del settimanale “L’Espresso” in occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia.

Commovente è stato apprendere che il nostro concittadino, il 4 agosto 1916 in occasione della sesta battaglia dell’Isonzo, vide andare a morire l’eroe nazionale Enrico Toti (Bersagliere ciclista, privo di una gamba, che si arruolò volontario e morì lanciando la sua gruccia contro il nemico, per il cui gesto eroico fu insignito di Medaglia d’oro al valor militare).

Come pure, emozionante è stato leggere degli incontri che Antonio Ferrara ebbe, sul fronte della Grande Guerra (lontano oltre mille chilometri da Francavilla sul Sinni), con alcuni compaesani (Gennaro Console e Francesco Mele) e con parenti (tal Liguori di S. Costantino Albanese), i quali gli “davano notizie sul paesello nativo e sui familiari”.

Il caso, poi, ha voluto che entrambi gli autori dei due diari di guerra, Vincenzo Di Nubila (classe 1892) ed Antonio Ferrara (classe 1890), cresciuti insieme nello stesso piccolo centro lucano fino al 1904, scomparissero nello stesso anno (1968), a distanza di venti giorni l’uno dall’altro……….

Dopo le testimonianze sull’evento bellico del 1915-18 ho preferito trattare del fenomeno sociale dell’emigrazione lucana di fine ‘800 e dei successivi decenni (che ha segnato profondamente i destini delle nostre genti e della nostra regione), ospitando nel volume un’altra storia legata al nostro paese.

Trattasi di un racconto davvero commovente, scritto in maniera mirabile da Graciela Alvarez Perretta (francavillese per parte di madre) sulla storia dell’emigrazione dei suoi antenati (i quali, nel 1887, furono costretti a lasciare la contrada Bruscata, dove vivevano con le loro famiglie, per cercare fortuna oltreoceano), sulla loro vita e su quella dei loro discendenti in terra Argentina.

La storia narrata dall’amica Graciela ci consegna un prezioso messaggio:

grazie ad una semplice nenia, tramandata da madre in figlia, i nostri emigranti francavillesi ed i loro discendenti sono riusciti a mantenere (quasi fosse un filo invisibile) un indissolubile legame con il paese natìo.

Anche nelle lettere spedite, dall’Argentina, dai parenti a Vincenzo Di Nubila traspare lo stesso profondo legame e la struggente malinconia per il paese di origine e per i familiari lasciati al di là dell’oceano.

In ultimo, ho ritenuto utile inserire nell’Appendice del libro fotografico anche le scritture private e gli atti notarili rinvenuti nell’archivio privato di mio nonno, che testimoniano gli usi e le tradizioni dei nostri antenati negli anni a cavallo tra l’800 ed il ‘900, grazie ai quali è possibile avere uno spaccato della vita sociale e familiare di quel periodo storico.

In tali importanti documenti, inoltre, è possibile osservare la tecnica di scrittura degli atti pubblici (che, a volte, sembrano dei veri e propri capolavori) di quelle diverse epoche, ma è anche possibile capire le espressioni e le formule giuridiche che venivano utilizzate, oltre cento anni fa, nella redazione dei rogiti notarili e nelle disposizioni testamentarie.

copertina (4)Ma, l’atto più rilevante di tutti, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello sociale, è il contratto di matrimonio stipulato il 19 giugno 1920 tra i coniugi Felice Di Nubila e Carmela Giordano (genitori di Vincenzo Di Nubila) ed i coniugi Antonio Mainieri e Raffaella Messuti (genitori di Rosina Mainieri) in occasione del matrimonio dei loro figli.

Tale contratto di matrimonio rappresentava, per quei tempi, una evoluzione del più antico rito dei “capitoli matrimoniali” (con cui la famiglia della sposa prometteva e quantificava al futuro marito la dote), risalenti al diritto longobardo e rimasti in vigore fino all’inizio del novecento.

All’epoca della redazione dell’atto de quo, invece, erano le famiglie dei due promessi sposi a stipulare per iscritto un vero e proprio contratto con cui la famiglia della sposa concordava e quantificava con la famiglia del futuro sposo il corredo e la dote che era costituita da case, terreni, proprietà, argenti, ecc. o da denaro contante. Anche il marito era tenuto a dare alla moglie una “controdote” e un mantenimento che dovevano servire alla stessa per far fronte ai suoi bisogni.

La dote era un bagaglio indispensabile ed obbligatorio per la sposa ed era proporzionata alle possibilità della famiglia della sposa e allo status sociale dello sposo a cui veniva concessa.

Dopo le nozze la dote non diventava, però, di proprietà dello sposo, ma era da lui soltanto gestita;

infatti, alla sua morte questa veniva restituita alla moglie che da quel momento era libera di disporne. Se, invece, moriva prima la moglie, senza aver messo al mondo dei figli, il marito era tenuto a restituire la dote alla famiglia della sposa.

Spesso al contratto matrimoniale era annesso un elenco compilato a mano da una persona di famiglia o amica, capace di scrivere, dove erano riepilogati i beni in tessuti, mobili, oggetti di casa e gioielli assegnati alla sposa.

Come si sa, nel 1975, con l’entrata in vigore del nuovo Diritto di Famiglia l’istituto della dote è stato soppresso ed è stato istituito un nuovo regime patrimoniale tra i coniugi.

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A conclusione di questa opera ritengo, in tutta coscienza, di aver assolto fedelmente al mio compito di modesto cultore della storia di Francavilla sul Sinni e spero che il contenuto del libro fotografico e della presente Appendice possa contribuire ad arricchire il patrimonio storico-culturale-iconografico del nostro territorio e possa fornire agli attenti lettori una più profonda conoscenza della vita di un piccolo paese lucano nel primo Novecento.

 Francavilla sul Sinni, dicembre 2015

 

Commenti

  1. ermete nustrini ha detto:

    Come non condividere questo meraviglioso affresco dai Frammenti di memoria.
    Le cose più interessanti dei vostri libri, articoli e foto, che leggo sempre con molta emozione, sono le tracce di vita vissuta che gelosamente custodiscono. Buon anno da Firenze.
    ermete nustrini

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