Presentazione del libro “il governo di sè” relazione di Mattia Arleo

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image1 (6)Buonasera. Un caloroso benvenuto a tutti voi e un sentito ringraziamento per la vostra presenza.  Un caloroso benvenuto a don Gianluca e don Francesco che questa sera ci illumineranno con i loro interventi. Un particolare ed affettuoso saluto a don Enzo, autore del libro “il governo di sé” che questa sera presentiamo. A lui rivolgo il mio personale ringraziamento per avermi dato la possibilità di introdurre i lavori.   Nelle pagine introduttive del volumetto “Il governo di sé” sembra emergere con chiarezza il motivo su cui si fonda la riscoperta di uno dei libri forse meno conosciuti della Bibbia: il Siracide, scritto un paio di secoli prima di Cristo.

“Nel tempo che viviamo, dove superficialità diffusa, mediocrità a ogni livello e confusione ormai preponderante sembrano oscurare con successo ogni tentativo di riscatto e di risoluzione, questo piccolo prezioso lavoro offre un percorso di riflessione interessante, profondo e, a tratti, persino commovente, costruito sulle meravigliose pagine bibliche, opera di un grande maestro dell’antichità, il saggio Gesù Ben Sira di Gerusalemme”.

Da esponente delle nuove generazioni credo che tale lavoro possa essere destinato soprattutto a noi giovani, in un periodo particolare in cui con sempre maggiore intensità si avverte la precarietà, l’insicurezza e l’inquietudine dei nostri animi.  Ciò che i più grandi di noi hanno forse dimenticato è che siamo proprio noi giovani che, di qui a breve, erediteremo il mondo, il governo della cosa pubblica, la conduzione delle nostre istituzioni.

IMG_3151Toccherà a noi occuparci “della societas, della civitas, della res publica assumendo l’onore e l’onere del governo”.   L’epoca in cui noi giovani stiamo crescendo mentre plasmiamo le nostre personalità è da più parti identificata come l’epoca della “crisi”, gli effetti della quale sembrano ripercuotersi soprattutto sulle nostre coscienze.   La crisi non è più caratteristica o espressione del singolo individuo, ma riflesso di uno stato della collettività, dell’intera società.   L’epoca della “crisi” collettiva ha prodotto una società “depressa”, intimorita dal futuro. Una società incapace di muoversi, in stasi, in stand by. Ha prodotto una società rassegnata, che si è dimenticata della gioia e, forse, della vita.   La “depressione” della società, proprio perchè depressione collettiva è difficile da curarsi.   Inevitabilmente lo stato delle cose ha inculcato in tutti noi diversi modi di pensare, differenti modelli di civiltà, proprio come accadde all’epoca del maestro Ben Sira con la diffusione dell’Ellenismo nella sua terra.  La base da cui bisogna partire per comprendere gli effetti di questa depressione generale è una nuova concezione del futuro. La mente dell’uomo, e ancor di più quella di un giovane, è sana – come sostiene qualche studioso – quando è aperta al futuro (a differenza della mente depressa tutta ripiegata in una cattiva interpretazione del passato). Nel momento in cui il futuro pare essere un ostacolo e, quindi, si presenta incerto, insicuro, inquietante, la capacità di iniziativa e lo spirito di intraprendenza si spengono, muoiono i sogni, le speranze appaiono vuote. Cresce la demotivazione e l’energia vitale – che dovrebbe caratterizzare soprattutto le giovani vite – implode. Il risultato di ciò è il crescente disinteresse, l’indifferenza e l’apatia che incrementano quel divario tra nuove e vecchie generazioni.

Molteplici sono le forme di disinteresse nutrite da noi giovani.

Una prima forma è ad esempio quella nutrita nei confronti dell’istituzione familiare. La famiglia diviene una minaccia, si tende a nascondere le proprie iniziative, che spesso risultano disastrose e mortali.

Il venir meno della centralità attribuita una volta alla famiglia e il “rinunciare ai padri” , come dice don Enzo nel suo libro, ha un suo effetto negativo: l’ analfabetismo emotivo delle nuove generazioni.

IMG_3157Viene promossa un’educazione fisica ed intellettuale, ma non un’educazione emotiva, che è poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure”.

Può esistere una scuola migliore della famiglia dove poter imparare a gestire le proprie emozioni e a governare le proprie paure?

Altra forma di disinteresse è quella nutrita nei confronti dell’istituzione scolastica. La scuola che deve rappresentare la palestra in cui nutrire e allenare la propria identità potrebbe divenire un luogo in cui la creatività, le proiezioni, i piaceri e i dolori non vengano tenuti minimamente in considerazione. Ciò che essa potrebbe rilevare è solo l’efficienza del ragazzo e questo potrebbe indurre a giudicare sulla base del profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico. La scuola potrebbe dunque divenire un puro fatto quantitativo dove si sommano nozioni e voti, come già a suo tempo denunciava Don Lorenzo Milani.

L’esito di ciò, come sostiene il filosofo Galimberti, è che “oggi quel che succede in casa e, meglio ancora, nel proprio intimo, resta lì compresso ed incomunicato, e quel che succede fuori è trattato con quelle maschere che ogni giorno indossiamo per non lasciar trasparire proprio nulla dei drammi, delle gioie e dei dolori che si vivono dentro di noi”.

Il nostro tempo brucia gli spazi della riflessione e riduce quelli della comunicazione, ma soprattutto “inaridisce il cuore che è poi l’organo attraverso il quale si sente, prima ancora di sapere, cos’è bene e cos’è male”.

Il pericolo sperimentato è un incremento sfrenato dell’individualismo. È proprio nell’individualismo esasperato, il quale caratterizza la nostra società, che bisogna rintracciare il male della stessa e denunciarlo.

Esso è convincimento di autosufficienza, è credere fermamente di non aver bisogno mai di nessuno, di sapersi governare da soli. E questo porta al narcisismo esasperato e alla autolatria, cioè al culto di se stessi.

Ecco dunque l’utile testimonianza del Siracide.

La Sapienza è nel libro biblico presentata come risposta “all’ora della liquidazione vissuta da ogni tipo di autorità”. A quanti, in questi giorni, vorrebbero una vittoria del nichilismo e dell’individualismo, noi possiamo rispondere, secondo l’autore del testo biblico, aderendo alla Sapienza autentica, quella che ci viene da Dio.

don Enzo Appella

don Enzo Appella

Sono proprio i giovani, dunque, a dover essere guidati alla Sapienza la quale può umanizzarli, in quanto “è tramite la Sapienza che si fa crescere il bene comune rispondendo al progetto di Dio”.

Un passo urgente è abbandonare quella logica di autorità intesa quale “dominio” o “comando” sugli altri. Il termine autorità deriva infatti dal latino augére e vuol dire “far crescere”.

La Sapienza di Dio ci insegna che si governa “servendo” e che il governo degli altri non può prescindere dal governo di sé.

Si legge nel Siracide: “Se desideri la sapienza, osserva i comandamenti; allora il Signore te la concederà”.

Ricercare la Sapienza, in conclusione, è il compito cui tutti siamo chiamati. “Cercare con insistenza, con passione; cercare ancora, anche dopo aver trovato, battendo sempre nuove piste”.

Dopo aver cercato la Sapienza e dopo averla trovata, chiederemo, come Sant’Agostino: “aiutaci, Signore, a cercarti ancora dopo averti trovato”.

La Sapienza autentica indicherà al nostro cuore la rotta da seguire. Permetterà a noi tutti di abbandonare quella logica perversa del governare “dominando” gli altri e ci inviterà a governare gli altri “servendoli”.

Davanti ai pericoli dell’epoca della “crisi e depressione” collettiva, rispondiamo dunque con la stessa iniziativa di Ben Sira il quale non si è lasciato vincere dal disinteresse e dall’apatia, che forse possono essere strade più comode, meno scoscese, ma mortifere. Il grande maestro ha invece iniziato a percorrere una strada controcorrente, difficile, tortuosa. Una strada che conduce ad un porto sicuro, che rende felice. Si è messo cioè alla ricerca della autentica Sapienza e, per tale ragione, è per noi tutti, giovani e meno giovani, un modello da imitare.

 

Commenti

  1. Ernesto Calluori ha detto:

    La presentazione del libro “il governo di sè”, grazie alla relazione del giovane Mattia Arleo, mi offre la possibilità di intervenire e commentare favorevolmente i lavori e alcuni passaggi significativi,in essa contenuti. Mi soffermo sulle riflessioni indicate all’inizio :
    1) ” Nel tempo che viviamo…” in cui viene evocata l’epoca in cui i giovani stanno crescendo identificata come l’epoca della “crisi” che investe l’intera società.
    Sicuramente i giovani si caratterizzano per essere sfiduciati, incerti ed entrati in uno stato di precarietà esistenziale. L’identità dell’individuo si forma attraverso le risposte che riescono a dare all’incertezza. Queste risposte si costruiscono sia individualmente che socialmente.I giovani d’oggi corrono il rischio di essere più poveri dei loro genitori, il cui principale fattore è dovuto al mercato del lavoro caratterizzato da lunghi periodi di precariato. I giovani,spesso, coabitano con i propri genitori fino a tardi e questo rallenta il processo di transizione alla vita pubblica.Siamo di fronte a una frammentazione delle opportunità e di non aver colto l’importanza del ricambio generazionale.Gli spunti che il libro di Don Enzo Appella offre, sono tantissimi e vale la pena riflettere e diffondere.

  2. flora febbraio ha detto:

    Interessante apertura di un lavoro certamente di spessore che osserva molti aspetti della vita contemporanea dove l’insicurezza e la precarietà imperano. Mi piacerebbe conoscere l’opera in questione, Il governo di sé. Il titolo mi suggerisce una vaga idea: trovare in se stessi la giusta direzione per saper essere persone autentiche che consapevolmente vogliono appartenere ad una società in modo costruttivo ed esserne artefici. Il momento non è dei migliori, per troppo, lungo tempo si sono proposti modelli all’insegna dell’arrivismo, prepotenza, vendita-acquisto, superficialità. Le idee di facile conquista a basso prezzo, venendo meno hanno evidenziato una cruda realtà: è calato il sipario e sono apparse le nudità. Mi auguro come dici tu, caro Mattia, che le menti giovani conservando l’integrità, conoscano, approfondiscano e si preparino a prendere in mano le redini per pilotare la società in modo pulito inseguendo sapienza e conoscenza possibilmente controcorrente e, all’ombra delle sollecitazioni di don E.Appella le giovani generazioni saranno più sicure e troveranno certezza per il loro essere uomini e donne del futuro.

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