Chi era Vincenzo Di Nubila

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Carmela Giordano e Felice Di Nubila - genitori di V. DI Nubila

Carmela Giordano e Felice Di Nubila – genitori di V. DI Nubila

Un  cenno storico sull’Autore di un simile patrimonio:  Vincenzo Di Nubila,  nacque a Francavilla sul Sinni nel 1892 da Felice Di Nubila e Carmela Giordano.

La famiglia di origine era arrivata a Francavilla sul Sinni alla fine del 1700, proveniente da un piccolo paese della Val d’Agri, Montemurro, alla fine dell’’800, era diventata proprietaria di appezzamenti di terreni acquistati dallo stato dopo che i Savoia, successivamente all’Unità d’Italia, li avevano espropriati alle chiese ricettizie con le leggi eversive del 1866 e del 1867.

Felice Di Nubila, nel 1875, aprì il primo negozio di Francavilla, sotto la casa di abitazione costruita in prossimità della Chiesa Madre e dalle modeste proprietà terriere, dai terreni coltivati con l’aiuto dei braccianti e con i proventi dell’attività commerciale si creò, nel corso degli anni, una modesta rendita che lo fece collocare ben presto nel novero delle famiglie benestanti del paese.

Felice, da giovane, era andato a Lagonegro per studiare l’arte del commercio e per rifornire il suo negozio faceva numerosi viaggi per Napoli, Salerno o Sala Consilina. Dato che le distanze erano lunghe si impiegavano diversi giorni per arrivare in questi luoghi, per cui si facevano delle soste, anche di più giorni, nei vari paesi che si incontravano lungo il tragitto. In uno di queste soste conobbe, a Lauria, sua moglie, Carmela Giordano, che sposò nel 1882 e da cui ebbe cinque figli.

Suo figlio Vincenzo, sin da ragazzo, si appassionò all’attività commerciale del padre e subito si distinse per il suo impegno sul lavoro e per la sua poliedricità che lo vide impegnato, oltre che nell’attività di negoziante, anche nella cura e gestione delle proprietà di famiglia e nella promozione di nuove iniziative legate ad attività commerciali, agricole ed industriali.

In occasione di un viaggio a Napoli, compiuto al seguito del padre Felice, si appassionò all’arte della fotografia tanto da convincere questi ad acquistare una macchina fotografica ed un treppiedi per dare inizio ad una fertile attività di testimone del suo tempo, pur con i disagi e le difficoltà dell’epoca.

La facilità d’uso degli apparecchi fotografici odierni, soprattutto digitali, piccoli, leggeri e dotati di ogni sorta di automatismo, rende difficile immaginare la difficoltà, la complessità e la fatica del lavoro di un fotografo ai primi decenni del Novecento, soprattutto nelle riprese in esterni con negativi di grande formato. Le fotocamere di allora erano ingombranti e fragili, richiedevano quasi sempre l’impiego del treppiede; l’intera attrezzatura, compresa una congrua dotazione di lastre negative era voluminosa e pesante; la prassi operativa era lunga e complessa. Nonostante i vantaggi offerti dal nuovo procedimento alla gelatina, si potevano ottenere immagini nitide e ben definite nei dettagli solamente utilizzando negativi di formato maggiore del 9×12 cm.; all’aumentare del formato aumentavano le dimensioni, il peso, il costo dell’attrezzatura e delle lastre sensibili.

Nei primi anni del ‘900, in cui Vincenzo Di Nubila muoveva i primi passi della sua seconda attività, la fotografia rappresentava indiscutibilmente uno dei più potenti ed incisivi strumenti del racconto.
Grazie a quella scatola magica l’immagine veniva fermata dal fotografo ed entrava per sempre nel cassetto della memoria.

Vincenzo Di Nubila

Vincenzo Di Nubila

La macchina fotografica diventava allora compagna fedele di ciò che non sarebbe più tornato.

Ogni singola foto realizzata da Vincenzo Di Nubila, come documento capace di tramandare la memoria storica personale, familiare e collettiva, ha, perciò, un valore incommensurabile perché ci ha tramandato momenti di vita quotidiana vissuta dai nostri antenati.

Vincenzo Di Nubila, quindi, a partire dai primi anni del Novecento, cominciò a coltivare l’arte fotografica, attraverso la quale impresse su lastre nuclei familiari, persone, bambini, gruppi di amici, cerimonie religiose, momenti conviviali, luoghi, eventi bellici, mestieri.

Con l’entrata in guerra dell’Italia mio nonno, nel maggio 1915, fu richiamato alle armi e dovette interrompere l’attività di commerciante e lasciare tutta l’attrezzatura di fotografo al fratello Prospero, a cui insegnò i rudimenti della fotografia, grazie ai quali quest’ultimo realizzò, nel corso dei successivi anni, un numero interessante di fotografie, una parte delle quali è stata pubblicata nel volume Lo sguardo ritrovato, a cura della fotografa Maria Rosaria Romaniello.

Vincenzo venne, quindi, assegnato al 15° Reggimento Fanteria e, dopo essere stato spedito nella zona di guerra dell’Isonzo, venne trasferito, insieme a tutto il reggimento, sull’altro fronte di guerra serbo-albanese, precisamente a Durazzo.

Anche durante la Grande Guerra svolse un’intensa attività di fotografo raccogliendo numerose testimonianze fotografiche nelle trincee e durante i momenti di tregua armata: in alcune foto si può notare una ragazza in abito albanese ricco di monili e metalli preziosi oppure il Fotografo ripreso, a cavallo, con il tipico costume locale.

Nel corso della campagna di Albania venne fatto prigioniero dagli austriaci, ma, grazie ad uno stratagemma, riuscì a scappare ed a fornire utili notizie al nostro esercito, tant’è che ricevette l’Encomio solenne con la seguente motivazione: < caduto prigioniero sfuggiva dalle mani del nemico dando prova di ardore ed amore patriottico. Forniva precise indicazioni di raggruppamenti nemici alla nostra artiglieria che otteneva così ottimi risultati. In Durazzo 24 febbraio 1916 >.

Ottenne il grado di sergente e, dopo la fine della guerra, sbarcò ad Ancona nel marzo del 1919.

Rientrato a casa, aprì un negozio per proprio conto sotto la nuova casa di abitazione che aveva realizzato in Piazzetta Rinaldi (l’attuale Piazza Luigi Viceconte), mentre il fratello Prospero rilevò l’attività del padre Felice.

Vincenzo si sposò nel 1920 con Rosa Mainieri, dal cui matrimonio nacquero Carmela, Felice, Antonio, Raffaella e Rita. In occasione di tale evento venne stipulato tra i genitori degli sposi un contratto di matrimonio (inserito nell’Appendice al volume “frammenti di memoria”), che rappresenta un documento di notevole interesse storico-giuridico.

In virtù della sua serietà e delle sue capacità era diventato un vero punto di riferimento per i suoi compaesani, difatti a lui si rivolgevano clienti ed amici per le richieste più diverse: la lettura o la redazione di una lettera, la stesura di una scrittura privata di compravendita, l’invio di un vaglia ai parenti lontani, la richiesta per il passaporto, la definizione delle pratiche per l’espatrio. In occasione dei matrimoni, oltre a fornire il corredo ed i vestiti degli sposi, iniziava a documentare le nozze con la prima fotografia della coppia. Nelle lettere ai parenti emigrati, grazie a lui, si inviava la foto di famiglia con i nuovi parenti ed i nuovi nati.

Le prime cartoline postali stampate con panorama e luoghi di Francavilla o con cerimonie religiose furono realizzate da Vincenzo Di Nubila. Proprio una di queste cartoline postali (spedita negli anni ’10 da Vincenzo Buccino al Dott. Antonio Grimaldi di Napoli e raffigurante la processione della Madonna di Pompei, fotografata poco prima dell’arrivo nella Cappella di montagna) venne ritrovata, negli anni ’80, in un “mercato delle pulci” sulle rive del Lago Maggiore da un nostro concittadino, Franco Mele, attivo collezionista di cartoline d’epoca .

In alcune foto scattate negli anni ’20 si notano degli operai accanto a mastodontici macchinari posti all’interno di una segheria (dove si lavorava tutto il legname tagliato sul monte Caramola) che sicuramente era stata impiantata prima di quella creata, nel 1939, da Ottavio Palombaro.  

In qualche foto vi sono pure rappresentate persone o bambine defunte composte nelle loro bare ed attorniate da imponenti addobbi floreali. La fotografia scattata, infatti, dopo la morte era considerata, nei primi decenni del ‘900, come l’unico mezzo per poter continuare a mantenere un “colloquio interiore” con il defunto e per far durare i morti nel regno dei vivi. I familiari si rivolgevano all’immagine del defunto, la quale andava spesso ad essere riposta su un altarino destinato a divenire il centro cultuale di ogni abitazione.

Nel suo archivio sono state rinvenute una decina di foto raffiguranti defunti, ma si è ritenuto opportuno non pubblicarle sia in segno di rispetto per essi sia per non urtare la sensibilità dei lettori.

Vi sono, poi, foto che raffigurano momenti religiosi (come le processioni della Madonna, di S. Antonio da Padova o di S. Giovanni a Chiaromonte oppure il Santuario di Pompei in occasione dei 30 anni dalla fondazione) o scene di vita contadina (dove si vedono i contadini dell’epoca con forconi artigianali in mano intenti in lavori di trebbiatura nella vecchia Pianura) oppure momenti di svago (dove si vedono uomini e donne della borghesia, insieme a preti, bambini e fantesche in gita al fiume Sinni in occasione della costruzione del ponte) o, ancora, luoghi e palazzi che non ci sono più (come quella, bellissima, che immortala il vecchio edificio comunale prima dell’incendio che lo distrusse nel 1912).

 

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