Melodie d’estate.

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Arturo Onofri

Arturo Onofri

Simili a melodie rapprese in mondo, /quand’erano sull’orlo di sfatarsi / nei superni silenzi, ardono pace nel mezzogiorno torrido le ondate / ferme dei pini, sul brillìo turchino /del mare che smiràcola d’argento. E ancora dalle masse di smeraldo /divampa un concepirsi incandescenze; ma un pensiero di su le incenerisce / in quella pausa d’essere ch’è cielo: azzurreggiar di tenebra, che intìma / (dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)  ai duri tronchi èrgersi alati incensi / a un dio sonoro, addormentato, in  forma  d’un paese celeste sulla terra.

Si può scrivere una poesia più intensa che trasudi colore e paesaggio?  C’è un’anima inquieta che si aggira a “registrare” le onde interiori, al cospetto di una stagione che emana calore e cromie celesti. A scrivere questi versi, “Simili a melodie”, è un poeta non proprio noto ai cicli scolastici: Arturo Onofri, romano, morto nel 1928 (a soli 43 anni). Sono versi di una profondità crepuscolare, vividi e raggianti come sa essere la bella stagione, quando divampa di leggerezza e di alture. Come “in quella pausa d’essere ch’è cielo”: qui si innalza una propria virtuosa cifra elettiva. Una crittografia che lascia intravvedere dall’alto il creato, i mondi dei paesaggi alpestri e marini, si abbandona a corteggiare il cielo in una sospensione di essere, lontani dai rumori del quotidiano sentire. E’ l’estate ad emanare sussurri di altrove, come dire a liberare il tempo, il nostro tempo, dai legacci ingordi del presente.  Vige una perifrasi avvolgente che rimanda a viaggi interiori, a ricordi che odorano di un divenire mai avvenuto. Sa leggere i riflessi notturni, e l’apice di un sole cocente d’estate. E c’è elegia d’amore in Onofri, quando, in altri versi descrive: 

Armando Lostaglio

Armando Lostaglio

Dal nero d’una finestrella ammuffita di secoli, / da cui spiove un fresco chiarore di gerani, / improvvisamente una testa bionda, un sorriso, / si sporge nel raggio radente del mattino,     col divampo felice dei suoi capelli d’aurora.

Lo scrive in “Mattino d’Orvieto”, Onofri, i cui versi guardano lontano, mentre il mondo si consuma nei rumori consueti dell’estate, e nella quotidiana rappresentazione di vite uguali, che talvolta non si accorgono del “mare che smiràcola d’argento”.

 

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