Traiettorie di creatività – nel tempo nel Vulture

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Atella

Atella

Quattro giorni. Poco più di novanta ore in totale. Poche, eppure bastanti a sollecitare il piacere di un ritorno.

Con un’ideale lente d’ingrandimento ho percorso brevi e intensi tratti incastrati di storia e di storie, di squarci tratti dalla sceneggiatura carismatica di una natura effervescente e complice dell’esser individuo. Il passaggio greve è considerar quanto bello sia stato quel breve tempo trascorso in Basilicata. Nel Vulture di luce, la stessa che scoprii anni fa nelle opere di un grande artista lucanoOscar Cerillo. Da Melfi.  Un gentile re-incontro e un ritrovarmi con le sorridenze e le sonorità di un territorio di notevole varianza. Vale la convinzione che si debba svolgere l’amplificazione del proprio sguardo sempre nell’oltre. Sovente quell’oltre è tanto vicino e consente la gestione plausibile tra ragione ed emozione al punto da intercedere per una nuova struttura logica, composta come solenne sinfonia tra natura algida e accogliente e natura umana, in grado di costituire le basi per una costruzione innovabile di un territorio che si dilata man mano che lo si vive. Ebbene è un’energia che m’accompagna e che costituisce la nervatura consolidata di una caratterizzazione identitaria. Il colore e il suono. La difformità aromatica e pungente. Soavità e concretezza. Tutto ammantato di una storia che si comprende nel proseguire la vivacità di sensi – nel tatto e nella visualizzazione, come nel desiderio mobile di appropriarsi di emozioni che neanche la fotografia o un video sono in grado di contenere come memoria cinetica.

Ma sono memoria e sono alcuni tra gli elementi che hanno costellato un viaggio o una vacanza di appena quattro giorni nel Vulture. Rionero per base e inizio e circolarità, poi Monticchio, Melfi. Nell’acme di Atella. Il colore e il suono dei passi sono l’incontro di quella che mi piace definire la lucentezza della visitazione, dell’ammirazione partecipativa, mai dissolta o scriteriata da una distanza reverenziale che presto (si) dimentica. E allora non merita memoria.

Invece di memoria proficua e proiettiva si diffonde il territorio che si dilata ad acquisire volti e voci che del mio incontro sono parte e sono narrazioni vorticose di meditazioni mai emulative, di pietre parlanti e di carezze che rappresentano l’essere del vivere continuamente e senziente.

Un viaggio e il transitare mira a essere governo della vaganza, sì che ciascun elemento sia dettaglio ineliminabile all’agire che dell’essere è pensiero incessante. E movimento diviene il tutto, mai inclinato in una tessitura monocromatica, ma esaltante, fragorosa di smeralde note come la liquidità lacustre di Monticchio. Nella sua sobrietà ho sciolto la visione e l’ho rimarcata in un’immagine nitida, presente a conciliare il pensiero. D’accogliente riflessione s’incastra il pensiero, andando in quel ritroso che tale non è se non presente arricchito, potenziato da una coltivazione del voler essere pensiero, come tale è tuttora fervida l’esperienza circolare avvenuta in Atella, là dove il garbo della parola pensante si è intrisa di meditazioni agenti sulla molteplicità attendibile e mai assoluta. E così avviene e al tramonto inoltrato si giunge in un paesello, dove le casette soffondono su nuvole rispecchianti i colori di amaranta terra. Sinuose onde in simultaneo trionfo colmano l’orizzonte, mai infiacchito da una piattezza che tutto dissolva. Tra sospese intervenienze appartenenti a un tempo riconoscibile, squarci di antico fabbricato m’inducono a pensare che sì, Atella deve possedere una storia di bellezza se nel corso dei secoli il borgo ha goduto di esistenza. Qui il mio libro di racconti trova il suo luogo e allora Come raccontare la magia delle parole promana dalla copertina e si diffonde per acquisire le parole di nuovi tracciati e risorse che tutto lasciano nella trasparenza di pensieri incastrati a divenir bene comune. Un nucleo diffusivo di cultura, di saperi scambievoli e penetranti. I miei labirinti qui si concentrano ulteriormente nel movimento della memoria. Qui raccolgono l’energia per confluire nelle memorie di nuovi scenari e scenari di nuove memorie. Un’esperienza orbene nuova come tale è il vivere colto e colto nel suo imperativo e incessante entusiasmo.

Rionero in Vulture

Rionero in Vulture

Lussureggiante conversazione è andata in scena nei quattro giorni. Una moltiplicazione eterogenea di incontri culminati nella circolarità di parole che sussultano libere nell’impresa in cui il progettare umano concima la pluriforme cadenza sonora di riflessioni bilanciate sul luogo dell’esserci e dell’esserci nel tratto amplificante della parola in cui declina la vastità del pensiero. Movimento dell’essere compartecipe, deciso a evolvere in una sinfonia di percezioni singole e individuali nell’encomiabile funzione di dipingere lo scenario rinnovato da capacità esplorativa che propria del vivente è.

E così i luoghi e le diversità d’essere transitano in una territorialità moltiplicativa. Assumono il soffio ambientale e ambiente divengono, lasciando ininterrotto lo stupore.

E così il tempo totale si ritrova nel mezzo del presente concreto, che pure nuovo appare e dislocato rispetto a se stesso, abile a dissolvere le aberrazioni cui attiene un’abitudine che soverchia – tiranna – le cadenze del proprio tempo e il tempo del sapere. Di tal guisa ha struttura consona ad accogliere le implementazioni sensili e conoscitive di ciascuno, alternando i sogni grafici di domande e risposte con domande e questioni che alludono a itinerari non ancora esplorati e che echeggiano nell’ancora dell’invisibile. L’arco sposta la clessidra e il tempo-spazio di ciascuno assume la cinetica della convergenza e si dilata lungo nuove, integranti percorrenze. È il giorno vincente di chi liberamente tragga il bello nel segno di un’estetica sovente alterata da artefatto cristallo, violato da facili intromissioni di banalità che calpesta, polverizza in sterili frantumi d’insipienza.

Infinente tempo di corrispondenza nel colto richiedere-proporre e nel colto riflettere.

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