Atella: serata con Giuseppe Lupo

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Lupo Atella Atella. Una serata di letteratura, con il suo ultimo libro L’albero di stanze (Marsilio editore), ma anche di cinema di comunicazione ed arte. Promosso dal Comune di Atella, città dello scrittore, in collaborazione con il CineClub “De Sica”, ha offerto momenti di profonda analisi sul suo ultimo libro, ma anche sul valore della letteratura, del cinema e dell’arte nel mondo contemporaneo, e in Italia in particolare. Intrattenuto da Armando Lostaglio, introdotto dal sindaco Nicola Telesca e da Costantino Conte (responsabile della Biblioteca), Giuseppe Lupo, del suo ultimo libro sottolinea: “Io non so se un albero ha la virtù di camminare (può darsi che ci sia un mondo dove questo accade), però non è 50x70-LUPO-ATELLAazzardo se dico che L’albero di stanze, il mio romanzo che esce oggi in libreria per i tipi di Marsilio, ci ha messo quarant’anni per diventare libro. Un cammino lungo, molto lungo, cominciato quando io frequentavo la scuola elementare e pensavo a come raccontare la storia di una famiglia vissuta cento anni dentro un edificio di ventisette stanze: quattro generazioni che si sono affacciate nel Novecento e una, la quinta, già proiettata nel Duemila. A quell’epoca (appunto quarant’anni fa) io mi chiedevo non cosa raccontare: l’idea era abbastanza disegnata in testa, precisa, scontornata delle cose inutili.                                 Mi chiedevo come raccontare: in che modo dare forza a questa storia, quale espediente trovare per soddisfare le mie aspettative. Confesso che avrei voluto scrivere questo libro già in passato. Probabilmente l’ho anche fatto: il mio primo abbozzo di romanzo, scritto a vent’anni, si intitolava La casa aperta, d’estate. Un testo alla Pavese (di cui a quell’epoca leggevo tutto), che diceva di una famiglia dispersa, che tornava a radunarsi solo in agosto, nel mese delle ferie. Però, però… C’erano tanti però intorno a quelle pagine, che non diedi a nessun editore e che ho tenuto lì, sotto una pila di fogli impolverati, come il lievito nel futuro pane, in attesa di giorni migliori. In quel tentativo di scrittura c’era qualcosa che non mi convinceva, che mi faceva dire a me stesso: ciò che racconti può essere interessante, però non bruciare la legna troppo presto, aspetta che si faccia secca e leggera. Ho aspettato che la legna invecchiasse con me, ho aspettato che il silenzio di tutte le successive stagioni desse la corretta stagionatura ai personaggi impazienti di approdare sulla carta, che il passare del tempo mi facesse capire i nessi, le giunture, i bulloni, le viti che dovevano tenere insieme, una alla volta, le generazioni di questa epopea familiare. E nel frattempo, mentre il libro dormiva nella cenere o scorreva come un fiume sotterraneo, ho scritto altro: cinque romanzi, più il resto“. 

 

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