Istanze prioritarie ineludibili, a prescindere dal Referendum

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don Camillo Perrone

don Camillo Perrone

L’Italia da tempo vive una stagione di grande lacerazione morale, economica, sociale e politica; si allunga purtroppo la stagione della disonestà e della corruzione a vasto raggio.
Abbondano i mali sociali, veri germi velenosi che non sono massi erratici, ma connaturali frutti di una civiltà sbagliata, mali che inquinano la vita civile: la corruzione, la venalità, l’affarismo, ecc. Gli italiani, desolati, ogni giorno apprendono dai mezzi di comunicazione quanto frequentemente e con quanta ingenza gli amministratori pubblici divorino senza ritegno e distolgano i beni dall’erario, come ladri avidi, famelici, senza freno.
In tale preoccupante contesto si colloca il prossimo referendum del 4 dicembre.
Se non si incide efficacemente su corruzione ed evasione fiscale, riteniamo che metter mano alle riforme non basterà mai per rilanciare la crescita.
Corruzione ed evasione fiscale, dunque, sono le cause principali della bassa crescita del nostro Paese e questo è un dato di fatto ormai inconfutabile.
La qualità istituzionale italiana è lontanissima dagli standard dei Paesi del Nord Europa. La logica conseguenza di questo stato di cose è che dove la qualità delle istituzioni è bassa anche le riforme strutturali normalmente non sortiscono particolari effetti.
Secondo il nostro debole parere le Costituzioni devono continuare a garantire una democrazia sociale con un’economia mista e con una significativa presenza del pubblico nei settori nevralgici per l’economia e la società quali industria, scuola, ricerca, salute, credito, energia.
Perché l’Italia è precipitata nella crisi peggiore degli ultimi trent’anni? La colpa è della Germania, dell’austerity imposta dall’Europa, della moneta unica? O della mediocrità della classe dirigente? Esiste una via d’uscita, una ricetta per rifare il Paese?
Gli interrogativi sono molteplici.
Diciamo subito che per rimettere il Paese sul binario della crescita e soprattutto dell’occupazione occorrono riforme di vasta portata per: abbattere il debito pubblico, creare nuovi posti di lavoro, tutelare le fasce più deboli, tagliare le pensioni d’oro (e i troppi regali dello Stato), promuovere l’occupazione femminile, ridisegnare la pubblica amministrazione (premiare il merito, punire l’incompetenza), tagliare gli sprechi della sanità e delle Regioni, istituire una patrimoniale leggera ma equa, liberalizzare i servizi nell’interesse del consumatore, varare una nuova politica industriale di investimenti mirati.
Vogliamo affermare pertanto che urge non perder di vista l’essenzialità delle cose e i drammi del popolo italiano: occorre cercare di collaborare in vista del bene comune, superando ogni contrapposizione ideologica. L’Italia secondo l’Istat è un Paese che fa poco per famiglia, natalità e giovani. Così si pregiudica il nostro futuro. È tempo, allora, che l’agenda del Governo li metta finalmente in cima alla lista delle priorità. Asserisce J.F. Kennedy: “È bello vivere per il proprio Paese, ma è ancora più bello aiutare il proprio Paese a vivere”.
Occhi puntati sulla nostra regione: occorre attivare una seria e concreta politica industriale attraverso la rivitalizzazione delle aree industriali dismesse, favorire la crescita delle piccole e medie imprese attraverso una politica creditizia che elimini la dipendenza dalla burocrazia che in Basilicata è più malata che altrove, garantire maggiore attenzione al settore del turismo che può diventare la fonte di ricchezza e di reale crescita della regione.
Analizzando poi la crisi delle istituzioni e dei partiti c’è chi paventa una società invertebrata, senza una struttura portante, in presa a disfacimento e frantumazione. Tutto si sta sciogliendo e perde di consistenza e significato; riemergono i particolarismi, i localismi, addirittura le consorterie. Vogliamo una società solidale e coesa che si opponga energicamente alle disuguaglianze e al disagio sociale. Dominano incertezze e preoccupazioni circa il futuro; però occorre non disperare. L’alternativa davvero unica e accettabile è il Vangelo della solidarietà e dell’amore. È il Vangelo del dialogo da usare come strumento di cambiamento per molte cose che non vanno: dalla libertà religiosa, all’indebolimento della famiglia e dei legami sociali, alla crisi globale, per costruire una società dove, come ha detto Francesco, le ingiustizie possano essere superate e ogni persona venga accolta e possa contribuire al bene comune secondo la propria dignità e mettendo a frutto le proprie capacità. Dobbiamo impegnarci di più per avvicinarci ogni giorno al Vangelo che ci spinge a un servizio concreto ed efficace alle persone e alla società.
In un mondo dove i conflitti, l’esodo drammatico dei profughi, il degrado ambientale, i molteplici dissesti idrogeologici con frane, alluvioni, smottamenti che causano rovine, lutti e perdite di vite umane e beni economici, le disuguaglianze e la violenza rendono l’uscita dal labirinto sempre più difficile e lontana, il filo di Arianna che può portare in salvo si chiama Misericordia.
Prescindendo dall’esito delle urne circa il referendum, poniamo l’accento su quanto segue. Il cambiamento comincia da ognuno di noi, acquisendo competenza e sicurezza nel manifestare le nostre convinzioni, spirito di iniziativa, senso di responsabilità, capacità di aggregazione intorno alle problematiche non solo dei lavoratori, ma di tutte le forze che per competenza partecipano alla costruzione dello sviluppo. Tutto ciò si innesta con i valori indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Papa Francesco, nell’indicare le vie per il cammino della Chiesa evangelizzante nei prossimi anni, richiede a tutti un unico stile: una dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino, verso gli altri. Uno stile che sa farsi nuovo ordine economico, impegno sociale coraggioso.
La politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri. Essa si sforza di dare soluzione ai rapporti tra gli uomini per cui i cristiani si sforzeranno di raggiungere una coerenza tra le loro opzioni e l’evangelo e di dare, pur in mezzo a un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini.

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