Di Eutanasia e altri disastri

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Beatrice Ciminelli

I desideri del singolo stanno diventando diritti e ciò che dovrebbe rimanere nella sfera del privato rischia di trasformarsi in legge dello Stato. I diritti nascono da richieste di minoranze le quali riescono a ottenere consenso e promuovere un intervento dei parlamenti, prendendo la scorciatoia più facile: basta trovare un tribunale o una corte suprema che dia ragione anche alle richieste più strampalate o più urtanti contro il senso comune, in nome di qualche bene che tutti a parole apprezzano. Si prenda il caso della sentenza di Trento: chi vuol mettersi contro l’interesse superiore del bambino? Apparentemente nessuno. Ma chi dice che l’interesse superiore del bambino sia di avere due o anche tre padri e altrettante madri? Lo dice il giudice, che si attribuisce il potere di inventarsi la legge. E chi gli attribuisce questo potere? L’opinione pubblica, quella ‘progressista’, ‘moderna’, ‘tollerante’, secondo la quale se quei due maschi amano tanto un bambino, perché non lasciarli fare? 

Lo stesso succederà con l’eutanasia e il testamento biologico. Eppure su questa materia dovrebbe essere più facile trovare un accordo, in virtù di princìpi costituzionali chiari. Basterebbe applicarli con un provvedimento legislativo semplice. Punto primo: a nessuno può essere imposta una cura (ergo, niente accanimento). Punto secondo: nessuno può porre termine alla vita di un altro (ergo, niente eutanasia attiva). Lascia scoperti tanti casi un provvedimento così? Sì, tanti, ma nessuno di questi casi dovrebbe essere disciplinato per legge. Lì, nella zona misteriosa e dolorosa, vale l’umana pietà del paziente, dei suoi familiari, degli amici, del medico, magari di un assistente spirituale. In fondo, nessuna legge può rincorrere tutti i casi. Poichè è in questione la riservatezza di un comportamento cosciente, non accetto che la depenalizzazione debba diventare forzatamente la codificazione di un diritto e di una cultura eutanasica, nella forma del suicidio assistito per legge. C’è una zona grigia in cui lo stato deve astenersi: né punire né assolvere e non deve trasformarsi nello scudo legale di ditte che sul desiderio di morte costruiscono la loro fortuna ideologica e materiale.

Purtroppo, non si ragiona né laicamente né cristianamente, ma ideologicamente. Si pensa che l’eutanasia sia un diritto di libertà. Eutanasia è omicidio. I dati di Olanda e Belgio, solo per citare due Paesi, sono eloquenti in tal senso.
La verità è che dietro l’eutanasia ci sono egoismo, profitti e una mentalità eugenetica. Quando una persona non è più produttiva, o comporta una spesa, soprattutto per lo Stato, o non viene più considerata “degna” di vivere, si vorrebbe procedere a dare la morte, magari anche sospendendo la nutrizione e l’idratazione.

La scelta della regione Lazio di organizzare bandi per medici non obiettori, includendo delle penali per i non obiettori che diventano obiettori, è un caso da manuale per capire che la cultura dei diritti genera conflitti irrisolvibili. Se io ho il diritto ad abortire, ho anche il diritto a un medico che pratichi l’aborto: ma se io sono un medico con il diritto alla libertà di coscienza e di obiezione, ho il diritto a non praticare alcun aborto. Così il cerchio si chiude: l’indifferenza morale genera relativismo e questo genera stragi della tradizione, della cultura, della natura.

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