Quel brutto vizio di don Luigino La Rocca

Stampa questo articolo Stampa questo articolo

Postale giornaliero per Potenza, cinematografo alla domenica, lapide commemorante il transito di Garibaldi, Filomena la femmina pubblica: tutto ci stava, al paese. Né poteva mancare il circolo cittadino, detto anche “Circolo dei galantuomini“, del quale, come tradizione imponeva, era presidente il dottor don Luigino La Rocca.

E già, ché quella dei La Rocca presidenti era consuetudine quasi centenaria.

Derivava dalla circostanza che un personaggio dell’insigne schiatta era stato nientemeno che pensatore, poeta e patriota del Risorgimento. E siccome il circolo si fregiava del nome (oltre che del busto) dell’illustre concittadino, i legittimi discendenti ne venivano designati presidenti onorari a vita.

Giovanni Gazzaneo

Si faceva là dentro quello che si fa solitamente in ogni luogo analogo: una sfogliata alla “Gazzetta del Mezzogiorno” o alla “Tribuna illustrata“, un bicchiere di rosolio o una fumatina in compagnia, un paio di orette seduti davanti al portone dove nelle sere d’estate i notabili se la raccontavano prendendo il fresco e guardando il passeggio.

Ma soprattutto vi si giocava d’azzardo. E forte: chi più, chi meno, tutti i frequentatori del club s’erano lasciati pigliare dalla frenesia delle carte.

E da tale malattia, contratta a Napoli durante gli anni di università, non era immune don Luigino che, superati in breve tempo gli altri soci in quell’inclinazione, ci mise tanta buona lena da farne la sola ragione di vita.

Aveva cominciato, come succede un po’ a ogni giovanotto di buona famiglia quando si trova fuori di casa con le tasche fornite, con qualche puntatina a scopone e tressette assieme ai compagni di pensione; ma si trattava sempre di cifre basse, quasi simboliche.

Poi un giorno, in un vicolo di Toledo, si soffermò davanti al banchetto delle tre carte.

“Mi faccio solamente un paio di puntate, così, per capriccio, per vedere com’è”, aveva pensato sbirciando attraverso il crocchio di curiosi e scommettitori.

Giovanni Gazzaneo

Giocò. Perdette. Giocò ancora e perdette ancora. Vinse. Continuò. Poco dopo ci aveva rimesso l’intera mesata e se il mariuolo delle tre carte gli avesse fatto credito, si sarebbe impegnate pure le scarpe.

Il giorno seguente Luigino La Rocca fece ritorno nei vicoli partenopei dove, stavolta, fu attratto da una rudimentale roulette fatta in casa. Il giovane, che s’era fatte prestare centocinquanta lire da un amico, effettuò giocate da dieci alla botta e poco dopo si trovò ripulito.

Ebbe così inizio una nuova era fatta di notti insonni a guardare il soffitto col capo appoggiato sulle dita intrecciate; un’era di speranze, di studi indefessi sul calcolo combinatorio, su quello delle probabilità e su sistemi più o meno segreti elaborati da matematici russi e tedeschi per sbancare i casinò. Sistemi che avevano mutati in Cresi, si diceva, autentici morti di fame.

Prese a frequentare bische clandestine che a Napoli pullulavano; e più perdeva, più notti in bianco passava, agognando la serata successiva, quando si sarebbe certamente rifatto…    

Ad ogni modo, da studente, grossi danni non ne aveva procurati. Anche perché, venuti a conoscenza in famiglia della via storta che aveva intrapresa, in più di un’occasione gli era stato prospettato e messo pure in atto il taglio dei viveri.

Rientrato in paese a studi compiuti, fu tenuto rigorosamente a stecchino dal padre che, per fargli perdere quel viziaccio e tenerlo lontano dalle tentazioni, non gli permise una sola volta di condurre affari per suo conto, di versare o ritirare soldi in posta, di compiere insomma una qualsivoglia operazione comportante l’uso diretto o indiretto di danaro. Inoltre aveva impedito al giovane di frequentare il circolo cittadino dove, era notorio, si giocava. E, non contento, aveva ad arte messo in giro la voce secondo la quale, piuttosto che onorarne i debiti, l’avrebbe mandato dritto dritto a contarsi i pidocchi in galera.

Soldi suoi don Luigino non ne guadagnava, perché di fare il medico non aveva mai avuto l’inclinazione, tantomeno la voglia. Il padre, pertanto, lo umiliava con un misero appannaggio settimanale per le sigarette e altre piccole necessità, appannaggio del quale pretendeva gli rendesse conto di volta in volta.

Severità eccessiva? Forse. Ma ne aveva ben donde, il vecchio! Mica se n’era scordato, di quelle patite una ventina di anni prima a causa del proprio fratello gemello che, tra gioco, teatro e sciantose trainate a braccia nei landò per le vie della capitale dove s’era installato a fare la bella vita, aveva finito per condurre la famiglia sull’orlo dell’irreversibile dissesto finanziario… (Se non fossero arrivate giusto in tempo la guerra del quindici e una pallottola vagante sul monte Cappuccio, chissà come sarebbe andata a finire, pace all’anima sua).

Giovanni Gazzaneo

Insomma le escogitò tutte, l’arcigno genitore, per sottrarre il suo Luigino a quell’infausto malvezzo che pareva non avesse risparmiato nemmeno l’antenato patriota pensatore; e bisogna dire che sinché rimase in vita ci riuscì appieno.    

Quando il destino decise di dispensare anche lui dagli affanni terreni, l’erede si trovò dall’oggi al domani sulle spalle tante, ma tante di quelle responsabilità e faccende da sistemare, che per un pezzo (talmente fu preso tra notaio, catasto, fattori e braccianti) il tempo di pensare al gioco non l’ebbe nemmeno: pareva anzi che se ne fosse proprio scordato, e delle carte e dello stesso circolo. Appese definitivamente a un chiodo la laurea in medicina e chirurgia e con la più gran buona lena di questo mondo si accinse a curare gli interessi della famiglia, allo stesso modo di chi lo avevano preceduto.

Il capitale era consistente e don Luigino, che con la morte del padre pareva veramente aver messo la testa a posto, si buttò anima e corpo nel continuare a farlo fruttare. E come sino ad allora se n’era stato con le mani in mano, adesso era sempre in movimento, a piedi, a dorso di mulo o col postale, dando, a chi lo aveva conosciuto giovanottino debosciato e inconcludente, la giustificata impressione che in lui si fosse verificata una miracolosa metamorfosi: figurarsi che, più volte pregato di presenziare almeno alle riunioni più importanti, aveva fatto rispondere ai soci del circolo che, spiacente, di tempo per quelle fesserie non ne aveva neanche un po’. E per qualche anno le cose proseguirono così.

Poi don Luigino, ormai solo al mondo, ché nel frattempo aveva perduto anche la madre, pensò di consolidare la propria posizione sociale con la tappa del matrimonio.

Bello non era: più pallido di Lazzaro in attesa del Cristo, occhi sbarrati e fissi in avanti per una malattia che lo aveva colpito a una ghiandola da ragazzo, lungo e allampanato con naso a becco di fenicottero, il trovarselo davanti girato l’angolo, una certa impressione la faceva. E la richiamava talmente, l’immagine di un cadavere ambulante, che ogni qualvolta veniva veduto passeggiare in direzione della filanda, situata proprio sulla curva del cimitero, dava adito a scherzosi commenti; come, ad esempio, che si stesse recando al camposanto con le proprie gambe per non disturbare parenti e amici mediante cerimonie e catafalchi.

foto tratta dal libro “frammenti di memoria” di Vincenzo Viceconte

Ma di solito alla donna interessa in primo luogo quello che l’uomo ha nel cervello o nelle tasche, poi il resto; di conseguenza, rientrando don Luigino nella seconda delle categorie suddette, poté permettersi una comoda scelta; e questa cadde su una certa Lina De Consoli, donna ricca oltre che piacente, appartenente a un ceto di grado almeno pari al suo.

Dopo un matrimonio senza sfarzi eccessivi, ché essendo finita la guerra da pochi anni, non tutto ancora si trovava, gli sposi partirono per il viaggio di nozze comprendente, tra le altre, una sosta a Venezia.

E fu proprio il soggiorno a Venezia che doveva riuscire fatale a don Luigino.

Era passata una settimana e a furia di chiese, musei e monumenti, cominciava ad annoiarsi. Aveva veduto quello che c’era da vedere e a dirla francamente, non è che l’arte lo interessasse più di tanto. La sposina… l’aveva accontentata in ogni capriccio: serata alla Fenice, Ponte dei sospiri, aperitivo all’Harry’s bar, digestivo al Florian e compagnia bella… finché una sera volle proprio cavarsela una soddisfazioncina personale, ne aveva pure il diritto, perbacco! E decise di varcare la soglia del casinò che si trovava giusto a portata di mano, a due passi dall’albergo. Niente di impegnativo naturalmente, solo così per guardare com’era fatto di dentro un casinò, magari una puntatina da niente, insomma, come dire?… una toccata e fuga.

– Non farò tardi – rassicurò la moglie che si massaggiava i piedi indolenziti dopo la giornata passata a camminare. – E mettiti pure a letto. Un’oretta, massimo un’oretta e mezza e torno.

     – Ma dove devi andare, che è tanto importante?

     – Mi è sembrato di aver visto uno del paese nell’albergo di fronte.

     – Chi?

     – Uno che non conosci.

Si introdusse nel casinò e, dopo aver curiosato nelle varie sale, si avvicinò alla roulette. Fece un rapido conto di quanto aveva in tasca e guardò l’orologio: “O vinco o perdo, alle undici precise torno in albergo!“, promise a se stesso.

Il mattino seguente, all’annuncio “signori, si chiude!don Luigino La Rocca era ancora là: aveva perduto di nuovo pace e denari.

Ebbero così inizio certi suoi misteriosi viaggiper affari“; e man mano che questi divenivano più frequenti, con altrettanta rapidità il suo patrimonio si andava assottigliando. E quello che non perdeva al casinò se lo giocava al circolo cittadino, bisogna riconoscere, con imperturbabile “savoir faire“.

foto tratta dal libro “frammenti di memoria” di Vincenzo Viceconte

I rapporti con donna Lina si fecero spinosi, anche perché più d’una volta, trovandosi a corto di contante, s’era veduto costretto a batter cassa. Si misero in mezzo parenti, amici, ma non servì e rimasero solo a guardare. Era come se don Luigino, infischiandosene di tutto e tutti, si portasse appresso una squadra di briganti ai quali diceva: “Pigliate, pigliate, a completa disposizione!” Vennero iniziate le pratiche per farlo interdire, ma non si fece in tempo: in breve i briganti fecero repulisti e la famiglia si trovò relegata in una striminzita ala del palazzo. Si dovettero licenziare le persone di servizio e lo chauffeur. L’automobile fu venduta.

Una sera don Luigino, complice la disperazione e forse qualche bicchierino di liquore in sovrappiù, la fece davvero grossa: non avendo più niente da giocarsi, mise in posta la moglie e la perdette.

La donna pagò a denti stretti il debito del marito pubblicamente, onde evitare infami pettegolezzi, ma da quel giorno non gli rivolse più la parola, nemmeno davanti a estranei, tanto per salvare le apparenze.

Un’altra volta emise assegni a vuoto e rischiò di andare in prigione. Pur inghiottendo fiele ci pensò ancora la consorte. Si poteva forse affrontare lo scandalo di un La Rocca portato coi bracciali di ferro a Lagonegro?

Ne tentò altre, quando poteva, ma ormai stavano tutti all’erta, in paese e nei paesi vicini. E di occasioni non se ne presentavano facilmente.

Il giorno in cui si sposò una sorella di donna Lina, però, eccotela l’occasione: il vecchio De Consoli (che oltre a non stare tanto bene coi reumatismi, era anche discretamente rimbambito), non va ad affidare proprio al genero l’incombenza di provvedere alle spese per il pranzo di nozze, i fiori, la cerimonia e tutto il resto? E senza consultarsi con chicchessia gli consegnò una busta con trecentomila lire, dicendo:

     – Luigì, per favore pensaci tu.

Quei quattrini rappresentarono una tentazione troppo forte per il nostro che, nel mezzo del banchetto, evitati accuratamente i parenti e principalmente la moglie, si allontanò alla chetichella e si fece accompagnare a Battipaglia, dove prese il primo treno per il Nord.

Due giorni dopo era ancora nella città lagunare che si godeva la carezzevole brezza del tramonto, a passeggio lungo la riva degli Schiavoni, nell’elegante abito di lino, il sigaretto tra le dita, il panama, le scarpe bicolori e l’inseparabile bastoncino d’ebano col manico d’argento. Per il resto, s’era giocato tutto quanto e non gli era avanzato nemmeno di che pagare il conto dell’albergo. Ma a vederlo camminare a quel modo, fumandosela e giocherellando col bastoncino, pareva che il problema non fosse suo.

Fu l’ultima che combinò: donna Lina mise di mezzo gli avvocati chiedendo la separazione legale in barba a quanto avrebbe detto la gente e si trasferì in città senza lasciare comunque rimpianti nell’animo di don Luigino, il quale proseguì a giochicchiarsi quello che poteva, con alterna fortuna.  

Rimasto al verde che più di così non si riusciva a immaginare, tentò di mettere a frutto la laurea, ma si trovò con l’ambulatorio vuoto e accerchiato da un’orda di colleghi volponi che si misero immediatamente all’opera per fare di lui in quattro e quattr’otto spezzatino. Come se non bastasse alla prima vista del sangue gli venne un mancamento e dovettero soccorrere lui. Di conseguenza lasciò perdere per sempre.

Trascorsero per il gentiluomo anni bui, disseminati da umiliazioni e occupati da lunghe e solitarie passeggiate per colmare quel tempo che avrebbe ben saputo, lui, come impiegare proficuamente. Delle avite sostanze non gli era rimasto praticamente niente di valore: tirava avanti ormai solo grazie alla benevolenza di certi cugini, i quali lo mantenevano nel mangiare e vestire, unicamente per la solita questione di salvaguardia dell’onore del casato.

Poi, quando non se l’aspettava più, una sera in cui era corso al circolo per giocarsi i proventi di una modesta vendita immobiliare appena effettuata, la fortuna, quella vera, bussò alla porta: quasi mezzo milione!

Senza pensarci neppure un po’ si precipitò a Venezia: se lo sentiva, se lo sentiva dentro, che quella volta la sorte sarebbe stata benigna

     E così fu.

Vinse, anzi, stravinse: senza esagerazione, al termine della serata, aveva quasi sbancato il casinò.

Casinò di Venezia

Tanta era la contentezza, che al ritorno in albergo il cuore prese a battergli forte forte, come a voler saltare fuori dal petto; a tratti gli pareva che effettuasse delle pause, procurandogli una breve sensazione di stordimento, poi riprendeva a pulsare in maniera concitata.

La troppa emozione, gli venne da pensare. E, senza togliersi gli abiti, si distese sul letto per rilassarsi.

Allorquando giunse il momento, non s’accorse di nulla: fu come un improvviso colpo di sonno.

Lo trovarono il pomeriggio del giorno seguente dopo essere entrati nella stanza col “passe-partout“, rigido come un pezzo di legno, che sorrideva sereno e composto in smoking e farfallino, quasi che i beccamorti fossero già passati di là per vestirlo e ficcargli la bambagia in bocca a regola d’arte.

E avrebbe sicuramente sortito un certo effetto su chi lo conosceva, quell’espressione, perché quand’era in vita nessuno l’aveva visto sorridere mai.

Commenti

  1. Filippo ha detto:

    Magnifico racconto. In fondo, sostiene Vasco Rossi: “ la vita è tutto un brivido che vola via, un equilibrio sopra la pazzia”. Suppongo che don Luigino la pensasse così. Complimenti vivissimi e un caro saluto. Filippo

  2. Vincenzo De Paola ha detto:

    Si, convengo con Filippo: il racconto è veramente bello. complimenti all’autore.

  3. enustrini ha detto:

    Magnifico racconto, affascinante nella sua semplicità ed incalzante nella sua narrazione.
    Non nascondo che ho fatto il tifo per don Luigino

Commenta

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi