Ipocrisia della insicurezza

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Uno dei motivi ricorrenti nella scorsa campagna elettorale era la “sicurezza“, intesa più come difesa dall'”invasione” dei profughi che come interiore nostra necessità, a prescindere. Eppure, nessuno pone l’attenzione sui tanti episodi della vita quotidiana che minacciano di continuo la nostra sicurezza.
Prendiamo, ad esempio, la sicurezza giudiziaria che, molto spesso, sarebbe più appropriato chiamarla mala giustizia.

Leggevo, tempo addietro, di un processo durato nove anni (fin qui non siamo nella zona delle eccezioni)  e che riguardava il furto (uno pensa chissà cosa!) no, no… di una melanzana!

Siamo a Carmiano (Lecce) ed un uomo di 49 anni, disoccupato, nel 2009 viene colto in flagrante mentre ruba una melanzana da un orto privato. Denuncia e processo, con difensore d’ufficio perché nulla tenente.  Condannato in primo grado ed in appello.

Assolto in Cassazione  dove  i giudici, nella motivazione, sottolineano (finalmente!) l’assoluta tenuità  del reato che avrebbe dovuto sconsigliare questo iter giudiziario, così lungo ed a totale spese dello stato.
Quanto lavoro è stato sottratto, da parte di inquirenti, giudici e corti varie, a procedimenti ben più significativi?  E uno Stato che per nove anni ti tiene sotto processo per una melanzana, è uno Stato giusto o è uno Stato che perseguita?


Altro esempio di insicurezza civile sono gli incendi. Ogni estate, l’Italia va a fuoco: conosciamo i colpevoli ma, regolarmente, sono tutti e sempre impuniti.
E ancora, come sentirci sicuri se il 97 per cento dei furti restano impuniti?  Se l’assenteismo nel pubblico impiego è talmente tollerato, seppur ben conosciuto dai superiori, che solo dopo qualche mese di sospensione i colpevoli rientrano sorridenti al loro posto,  impuniti?  Se a Roma, a capodanno,  8 vigili su 10 non lavorarono, finiscono a processo e dopo due anni tutti assolti?  E cosa dire degli assenteisti cronici dell’Eav, che in tre mesi non hanno lavorato neanche un giorno?
Potremmo continuare ancora, chissà per quanto e per tutti i settori del vivere quotidiano. Ma, per carità, non riversiamo sui migranti l’intera colpa della nostra insicurezza.

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