Il problema di essere giovani in Italia

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In un contesto europeo, anzi mondiale, in cui tutto sembra volgere a favore dei giovani –  avanzamento tecnologico incontrastato e veloce,  maggiore predisposizione alla flessibilità,  sfida delle nuove competenze in tutti i settori produttivi –  tanto da poter parlare di “era” dei giovani, essere giovani in Italia è un problema, quasi un’anomalia.

Mentre gran parte del mondo del lavoro sembra marciare nella direzione giovanile, stando ai dati Ocse per i quali il tasso di disoccupazione giovanile è ai minimi storici, in Italia,  i problemi a trovare lavoro ce l’hanno proprio i giovani.
I numeri, seppur noiosi, parlano chiaro: 38% dei giovani in cerca di lavoro, contro l’11% delle maggiori economie del mondoil 18% dell’Unione Europea ed il 21% dell’Eurozona. Questo per i giovani tra i 15 e 24 anni.
Le cose non migliorano se ci riferiamo alla classe di età tra i 25 ed i 29 anni, dove l’Italia detiene il peggior tasso di occupazione di tutta Europa: intorno al 53%.
Per finire, insieme alla Spagna, siamo il paese con la più alta percentuale di contratti  atipici e non è un caso se siamo anche il paese in cui si esce più tardi dalla casa dei genitori ed in cui le madri hanno l’età media più alta del continente alla nascita del loro primo figlio.

C’è qualcosa che non va, è evidente.
Come è possibile far convivere nello stesso mondo occidentale due universi così diversi dove, da un lato, se non sei giovane non lavori e dall’altro  – per ragazze e ragazzi italiani –  essere giovani equivale ad una forma di malocchio? Chi è la regola e chi l’eccezione?  La risposta è semplice: l’eccezione siamo noi, europei nel mondo, italiani in Europa.
In quanto europei, viviamo nell’unico continente in cui la popolazione annualmente decresce.
In quanto italiani in Europa, basta fare attenzione ai dati sopra riportati per comprendere che non c’è economia che abbia un problema giovani grande come il nostro.

Nella Storia, soprattutto in Europa ed in Italia, non c’è mai stata un’epoca migliore di questa in cui essere giovani. Grazie all’Unione Europea, stiamo vivendo una lunghissima parentesi di pace che solo noi non sappiamo apprezzare ritenendola scontata e banale.
Come non comprendere che non è solo una questione di sopravvivenza ma vuol dire, invece, avere la possibilità di accrescere saperi e conoscenze, cioè il capitale più prezioso che offre ai giovani di quest’epoca opportunità mai sperimentate prima d’ora;  soprattutto  quella di ridefinire completamente il mondo in cui vivono.

Nessuno, come i giovani, sa rapportarsi meglio a un mondo che cambia  a queste velocità. Nessuno, più di loro, ha in mano le competenze dell’economia digitale e sa essere, nel contempo, consapevole della necessità di dover continuare ad imparare e a formarsi per tutto l’arco della propria esistenza.
Non solo, nessuno più di loro è cittadino del mondo, nativo globale oltre che nativo digitale, portatore di una cultura che travalica i confini nazionali, le barriere linguistiche, i pregiudizi, gli stereotipi.

Otto giovani su dieci, secondo le maggiori agenzie di rilevazione, affermano che non avrebbero alcun problema a lasciare  il proprio paese non solo per trovare lavoro ma anche per progredire nella propria carriera.  A differenza dei loro genitori, molti dei quali non hanno mai varcato i confini del paese natio, i giovani oggi hanno a disposizione un bacino di opportunità  grande come il mondo, così come del resto le competenze e le attitudini necessarie a coglierle.

Questo fa sì che il problema per i giovani italiani sia ancora un altro, e cioè, quello di dover affrontare una spietata concorrenza di giovani come loro, anche questa grande come il mondo.

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