Chiesa Italiana e Mezzogiorno

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don Camillo Perrone

L’anno corrente 2018 è costellato di molteplici commemorazioni e ricorrenze significative: questo è facilmente verificabile. Così, ad esempio, 70 anni fa, esattamente il 25 gennaio del 1948, i Vescovi dell’Italia Meridionale, con coraggio pastorale, presentarono al Paese una Lettera collettiva su “I problemi del Mezzogiorno”.

All’indomani della conclusione del grande conflitto bellico, questo grido profetico suscitò allarme ed interesse, perché la questione meridionale salì alla ribalta quale problema che diventava una chiave interpretativa della ricostruzione.
Venticinque anni dopo i Vescovi dell’Italia Meridionale partendo dal documento: “I problemi del Mezzogiorno” denunciano l’assenza di consapevolezza e l’ignoranza, il carattere sentimentale e tradizionale, le forme parassitarie e superstiziose, la ricerca prevalente o esclusiva dei beni materiali, le resistenze per l’attuazione delle norme di giustizia.
Parimenti il documento denuncia la persistente miseria in larghi strati del popolo, la precarietà di vita e l’instabilità del bracciantato, il reddito estremamente basso, l’evidente ingiustizia di talune forme contrattuali in agricoltura, l’insufficienza di talune strutture economiche.
Su questo sfondo si agitano ed emergono – osservano i vescovi – anche se in maniera incomposta e inconsapevolmente, aspirazioni essenzialmente cristiane, che vanno purificate ed orientate, esigenze che trovano il loro fondamento in una matura consapevolezza della dignità della persona umana, dell’essenziale uguaglianza tra tutti gli uomini, della preminenza del lavoro, dell’insopprimibile diritto dell’uomo di attuare in pienezza di libertà la sua missione e di perfezionare la sua personalità.
Successivamente l’episcopato del Sud ha fatto sentire coralmente la sua voce, sullo sviluppo nella solidarietà, con l’attualissimo documento: “Chiesa italiana e Mezzogiorno” (18-10-1989).

La questione meridionale, dicono i Vescovi, implica sostanzialmente l’esistenza di una crisi che è di tutto il Paese e non solo del Mezzogiorno, se si considera che l’incremento delle capacità produttive ha luogo, in grandissima parte, nel centro-nord, mentre la crescita della forza lavoro si realizza interamente nel sud. Il ritardo del Mezzogiorno, nella situazione attuale, non va tanto ricercata a livello di benessere materiale, cioè di meno reddito, quanto nella capacità di produzione e nella occupazione; e le previsioni più attendibili prefigurano purtroppo il persistere di gravi problemi, particolarmente per le opportunità di lavoro delle giovani generazioni.
I vescovi italiani poi nell’importante documento “Sviluppo nella solidarietà, Chiesa italiana e mezzogiorno” non hanno paura di denunciare situazioni abnormi di totale carenza di sviluppo economico sociale e civile delle nostre regioni meridionali, per cui tanti giovani sono costretti a iniziare la vita senza speranza di prospettive e a perdere anni preziosi della propria giovinezza nella vana ricerca di un lavoro.

Papa Giovanni Paolo II

La mancanza di lavoro ha causato in questi ultimi anni un impressionante “esodo” sul piano migratorio interno ed esterno ponendo i giovani in una seria crisi di speranza; emergente è anche la disoccupazione femminile. Non esiste una vera, seria progettualità, un piano di sviluppo che nella salvaguardia della propria identità, ponga il Sud in un dinamismo di crescita, anzi gli attuali ritmi dell’economia di mercato, aperta a dimensioni europee e mondiali, situano le “aree deboli” del Meridione in una crescente emarginazione e dipendenza.
Lo sviluppo del Sud non è solamente incompiuto, ma è anche distorto, dipendente e frammentato, perché il consumismo, la cultura della massificazione sono passati in modo prepotente dando una parvenza di modernità senza un autentico sviluppo umano, economico e sociale, producendo un processo di disgregazione e di disuguaglianza dei modelli culturali propri delle regioni meridionali. Queste hanno importato modelli di organizzazione industriale senza sufficiente attenzione alle realtà locali, per cui hanno provocato l’ambivalenza di un tipo di sviluppo in cui i modelli economici importati non si sono integrati in quelli socio-culturali del Sud.
E’ decisiva e chiarificatrice l’affermazione di Giovanni Paolo II, che riprende una intuizione di Paolo VI: “Non c’è autentico sviluppo se non è di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”.
Lo sviluppo, dunque, è tale quando ogni uomo ne trae beneficio. Ma questo non basta.
Lo sviluppo deve investire tutto l’uomo: non può, cioè, essere solo di ordine economico, ma deve essere anche di ordine culturale, spirituale, morale e religioso.
L’ “essere” prevale e deve necessariamente prevalere sull’ “avere”; l’avere deve servire l’essere.
Lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell’uomo: né bisogna lasciarlo in mano a pochi o a un processo quasi meccanico dell’attività economica. E ancora, lo sviluppo economico deve tendere a eliminare le disuguaglianze economico-sociali e non ad accrescerle.

Don_Camillo_Perrone

A questo punto facciamo presente che cresce la difficoltà degli italiani ad avere il necessario per vivere soprattutto al Centro, nel Mezzogiorno e nelle città sopra i 50mila abitanti. Povera una su quattro delle famiglie di stranieri e una su cinque delle case in cui vivono più di quattro figli. Allora dobbiamo acquisire un’adeguata competenza nella lettura dei bisogni, delle povertà, dell’emarginazione: un osservatorio permanente, capace di seguire le dinamiche dei problemi della gente e di coinvolgere direttamente la comunità ecclesiale in modo scientifico, non dovrebbe mancare un nessuna chiesa locale. (CEI, Nota pastorale “La Chiesa in Italia dopo Loreto”, 1985).
Poi bisogna perseguire una politica produttiva per il risanamento del divario tra Sud e Nord del Paese, con l’individuazione di nuovi strumenti di intervento, e soprattutto porre in atto un impegno straordinario per l’occupazione nel Sud, con una politica coraggiosa che guardi al futuro e a interventi la cui efficacia economica sia di lungo periodo, anche se non misurabile immediatamente in termini di profitto.
Urge fare una riflessione approfondita sulle problematiche connesse con il lavoro, sulle sue qualità e sul modo con cui viene cercato, dato e vissuto. La mancanza di lavoro nei nostri paesi in vario modo destabilizza la famiglia e spesso la smembra, rendendo difficile il suo sviluppo armonico e sereno. Eppure, nel nostro territorio lucano non mancano le risorse necessarie per permettere a tutti di vivere secondo la dignità che è propria di ogni persona umana e di ogni famiglia.
Ecco perché, in un certo senso, si impone anche nel campo del lavoro una vasta e urgente opera educativa che indichi diritti, doveri, responsabilità e compiti di ciascuno e nello stesso tempo contribuisca a formare una mentalità più propositiva e imprenditoriale, superando definitivamente la cultura della rassegnazione, della recriminazione e dell’assistenzialismo.
La nostra società, malata di protagonismo e di edonismo, di superficialità non si accorge di essere alla deriva perché abbiamo rinunciato alla ricerca della verità oggettiva, del bene comune, come altresì al riconoscimento di valori universali inalienabili.
In conclusione, i grandi nodi della ridefinizione generale dello sviluppo, di una nuova e più adeguata politica del lavoro, di cui diverso rapporto tra stato, società ed economia si devono innestare, per trovare soluzioni tecniche adeguate, su un rinnovato tessuto etico e di mentalità.
La Chiesa oggi in Italia, specie quella operante nel Sud, di fronte alle situazioni di disagio e di attesa, deve esprimersi come segno di contraddizione, in ogni suo membro, in tutte e singole le sue comunità, in ogni sua scelta, rispetto alla cultura secolarista ed utilitaristica e di fronte a quelle dinamiche socio-politiche, devianti nei confronti dell’autentico bene comune. Purtroppo sono tante e tante le persone indigenti e povere che scuotono la coscienza, interpellano l’anima, creano sofferenza in chi li ascolta e, soprattutto, in chi conosce cosa ciò significhi.

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