Il Sindaco del Rione Sanità di Eduardo De Filippo per la regia Mario Martone

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Roma, Teatro Argentina. Dieci minuti di applausi salutano l’ultima replica (straordinaria) di uno dei capolavori di Eduardo De Filippo, Il Sindaco del Rione Sanità.

Chiara Lostaglio

E’ una platea commossa ed esaudita quella del Teatro Argentina – direttore Antonio Calbi – che ha saputo omaggiare la rilettura dell’opera di Eduardo, composta nel 1960 e facente parte della “Cantata dei giorni dispari”, rappresentata dall’autore proprio a Roma. Ma qui, una regia accorta e moderna di Mario Martone, per la prima volta alle prese con un testo eduardiano, si immedesima in una visione meta-televisiva, posponendo le vicende napoletane ai giorni nostri, nevrotici e drammatici al tempo stesso. Pertanto, asserisce:

Il teatro è vivo quando s’interroga sulla realtà, se parla al proprio pubblico non solo osando sul piano formale ma anche agendo in una dimensione politica.”

Il Sindaco del Rione Sanità assolve nel linguaggio di Martone ad un bisogno attuale di rivivere la realtà fra legge e giustizia, fra coscienza e omertà, pur nell’ignoranza e la prepotenza, mediante vicende umane tra le più desolate e sofferte del teatro di Eduardo. E così Martone – con la produzione di Elledieffe (eredità di Luigi De Filippo), di NEST Napoli Est Teatro e del Teatro Stabile di Torino – si avvale di interpretazioni convincenti e di assoluta pregnanza: Francesco Di Leva è il giovane boss di stampo “gomorra”, e Giovanni Ludeno, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Daniela Ioia, Gianni Spezzano, Viviana Cangiano, Salvatore Presutto, Lucienne Perreca, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Ralph P, Armando De Giulio, Daniele Baselice, con la partecipazione di Massimiliano Gallo. Le scene di Carmine Guarino e i costumi di Giovanna Napolitano conferiscono una messa in scena semplice quanto efficace.

Immersi dunque in una storia, quella del “SindacoAntonio Barracano, splendidamente interpretata a suo tempo da Eduardo, che oggi si potrebbe archiviare come una delle infinite vicenda macchiate e chiamate Camorra. La messa in scena ci introduce in medias res (di oraziana memoria) ossia con la narrazione che ci introduce in avvenimenti già in corso: in un interno borghese intorno al Vesuvio che durante la notte si trasforma in una sala operatoria. Barracano, il protagonista, entra in scena in tuta nera con cappuccio: è un quarantenne, con i muscoli tonici e depilati e mentre parla si mantiene in allenamento con una panca per addominali. Ostenta il potere di comando verso i suoi giovani sottoposti, esprime amore verso una moglie provocante e sensuale e soprattutto verso i figli adolescenti. Sono spesso rapporti a due fra il protagonista e coloro che, di volta in volta, vanno a chiedere “giustizia”. Non sono secondarie le perplessità per una certa contraddizione che emerge tra la soluzione escogitata dal sindaco per ristabilire la giustizia per “Rafiluccio” (una delle vicende espresse in casa Barracano) e quella del dottore, figura centrale nel racconto. La tavola di tutti i convitati in casa Barracano rimanda ad una Ultima cena, con tanto di Giuda, in grado di esprimere il dolore dell’uomo in ogni tempo, fra sopraffazioni ed esperimenti di giustizia.                                                                                                      Per Martone, dunque “La responsabilità sociale è aprire strade alternative, ma quali strade, poi, percorrere, ci dice Eduardo, è questione di responsabilità individuale.”

 

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