Il fallimento dell’Autostima

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Inebriati dalle conquiste scientifiche, dall’estensione del loro dominio sulla natura, dalle loro potenzialità creative e conoscitive, gli uomini di questi tempi, si sono innalzati, da soli, al centro dell’Universo, si sono sentiti unici Padroni, Artefici, Architetti di una società fatta di miscredenti.

Diciamo subito che l’uomo non è comprensibile senza Dio: se l’uomo oggi vuole progredire davvero a tutti i livelli deve recuperare la sua dimensione verticale, il rapporto con Dio. Purtroppo la nostra società malata di protagonismo e di edonismo, di superficialità, radicalmente abnorme non si accorge di essere alla deriva perché abbiamo rinunciato alla fede, alla ricerca della verità oggettiva, del bene comune, come altresì al riconoscimento di valori universali inalienabili.
Gli uomini credono solo in sé stessi, ripongono fiducia solo nella loro efficiente potenza, suffragata e teorizzata da una pluralità di culture e di ideologie temporalistiche che assumono il carattere di assoluti messaggi di salvezza e di liberazione. E sulla convinzione che gli uomini bastano a sé stessi per costruire la storia, per programmare il futuro e che gli uomini si autorealizzano per quello che sanno e riescono a fare, si edifica la civiltà tecnologica in cui s’identifica, in qualche modo, la società moderna.

Papa Giovanni Paolo II

Ebbene, forse mai nella Storia come oggi, l’umanità si ritrova smarrita nel fondo di una crisi che non sembra offrire sbocchi. L’euforia e l’esaltazione dell’autosufficienza atea cedono a quella terribile sensazione che si fa poi constatazione che i grandi sistemi tecnologici stanno scivolando lungo la china dell’ingovernabilità e della distruzione, che l’uomo è come affermato da una mostruosa macchina che lo degrada a semplice spazio di intercambi socio-economici, che l’uomo è condannato a vivere in una città terrena sovrastata dall’incubo della morte e della catastrofe.
L’uomo si è creduto assoluto, ha pensato, ha agito come assoluto, senza essere, senza poter essere assoluto. E da questo rovinoso squilibrio che si diparte e si svolge la tragedia dell’uomo contemporaneo. La tragedia del voler racchiudere il tutto nel frammentato ideologico, del risolvere ogni progetto e ogni speranza nelle escatologie della finitezza terrena, del rovesciare l’universale nei fragili confini del particolare.

Così lo sforzo per superare l’alienazione, sfocia in una nuova più grande alienazione, lo slancio per dare corpo all’utopia sociale genera frustrazione e collasso, il fascino delle asserzioni autosufficienti si sgretola dinnanzi all’assurdo della morte, l’energia per promuovere la vita e gli uomini scatena incontenibili convulsioni di violenza e aggressione.
L’autosufficienza atea non ha promosso l’uomo ma, al contrario, lo ha disumanizzato: nella città secolaristica, nei cui limiti invalicabili l’autosufficienza circoscrive ogni speranza, s’incrociano nevroticamente uomini-automi, uomini-sacchi di denaro, uomini-organi sessuali, uomini-tubi dirigenti, spesso ebbri di dissoluzione e di sangue.


L’uomo è finito? L’uomo è proprio un “essere per la morte” (Heidegger)? No, non sta crollando l’uomo, ma sta fallendo la sua autosufficienza, si sta annientando la sua pretesa di essere valore e misura assoluti nell’opera di promozione umana. Non sta finendo l’uomo; sta finendo, invece, un uomo inteso come semplice fenomeno storicistico, privato dal senso del mistero, immerso in un divenire dai contorni oscuri e sfuggenti, un uomo asservito alla Statolatria e a tutti i monopoli autoritari della sua ragione e della sua volontà.
E da questa umanità tormentata, sopraffatta in un abisso di violenze e di dolore, si leva una possente invocazione di salvezza e di liberazione.
Oggi tutti diciamo : “Abbiamo toccato il fondo”, ma il fondo non si vede mai. O non esiste oppure la fantasia italiana trova sempre nuovi spazi per i suoi traffici.
E’ possibile fermare questo processo perverso di prevaricazione e di indifferenza sostanziale?
Forse riflettiamo poco su quanto occorre fare: perché riflettere è faticoso ma ancor più perché riteniamo che sia inutile. Molti nel sacro furore vogliono tutto e subito: ordine, disciplina, onestà. Ma riferendosi sempre agli altri: nessuno fa mai le accuse a sé stesso.
E invece è necessario che noi riusciamo ad accusarci: della nostra disonestà e della nostra arroganza, oppure dei nostri silenzi e della nostra rassegnazione.
In tutti i settori della vita è dolorosamente sentita l’assenza di questa grande esiliata che è la giustizia. La divoratrice sete di guadagno, di piacere e di potere che ha preso tutte le classi sociali, ne ha attutito il senso morale e ha fatto quasi scomparire quella elementare giustizia che dovrebbe essere in ogni cuore.
In questo fosco contesto il grande Santo di Assisi più che mai può essere indicato quale antesignano del nostro tempo, che invoca mansuetudine, carità e giustizia. San Francesco ricorda l’importanza della dimensione spirituale; in una condizione perenne di conflittualità, invoca la pace quale via della salvezza e della felicità.
A proposito il 12 maggio ad Assisi la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ricevuto la “Lampada della pace”, un riconoscimento per la sua opera di conciliazione in favore della pacifica convivenza dei popoli; la Lampada della pace, simbolo di amore e riconciliazione per le divisioni che provocano sofferenza. Un dono che auspichiamo alimenti lo spirito programmatico dei governanti volgendolo sempre più alla ricerca del bene comune, dello sviluppo e dei rapporti tra i popoli sulla base di principi quali la cura della casa comune, la condivisione e l’integrazione.
Intanto l’umanità è sempre in vulcanico tumulto: imperversano terrorismo, guerre egemoniche, razzismo, criminalità, nazionalismi e quant’altro, onde regnano sovrane l’inquietudine e la paura.

La paura è da sempre stata la compagna dell’uomo. Oggi sta diventando la sua sostanza; ma c’è uno che ha capito tutto ed è il grande leader mondiale Giovanni Paolo II. Questo Papa polacco sembra aver capito tutto sulla paura dell’uomo d’oggi. Iniziò il suo pontificato con un grido ripreso da tutte le televisioni del mondo:

Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo, centro focale del cosmo e della storia, aprite alla sua potenza salvifica le porte degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura”.

Quando le urlò al mondo queste parole, era influenzato dalla situazione politico-militare del momento: la guerra fredda, l’insanabile conflittualità capitalismo/comunismo, la contrapposizione dei blocchi, Patto Nato e Patto di Varsavia, e, sullo sfondo, il pericolo dell’olocausto nucleare. L’era poi cambiò e lui stesso contribuì a far virare la storia. Ma sullo sfondo c’è ancora, corposa, incombente, la paura, sempre uguale a sé stessa, sempre imperturbabilmente presente…La alimentano i disastri ecologici, i disastri umanitari, i disastri alimentari e la perenne avidità dell’uomo.
Perché tutto questo? Ci sono provati in tanti a dare una spiegazione. Preferiamo, ancora una volta, la disanima del Papa:

Tutte le conquiste finora raggiunte e progettate dalla tecnica per il futuro vanno d’accordo col progresso morale e spirituale dell’uomo?; insomma lo rendono più sicuro, più solidale, più felice?

Dice ancora Giovanni Paolo II:

“Crescono davvero negli uomini, fra gli uomini, l’amore sociale, il rispetto dei diritti altrui – per ogni uomo, nazione, popolo – o al contrario, crescono gli egoismi di varie dimensioni, i nazionalismi esasperati…la tendenza a dominare gli altri al di là dei propri legittimi diritti e meriti, e la tendenza a sfruttare tutto il progresso materiale e tecnico-produttivo allo scopo di dominare gli altri?”

Insomma Giovanni Paolo II ribadì sempre che non c’è vera civiltà se il cammino dell’uomo è solo contrassegnato dalla crescita tecnologica e scientifica.
Oggi come ai tempi del Papa polacco inutile nasconderselo: ciò che manca all’uomo tanto progredito è il progresso! Non quello tecnologico, è ovvio, di quello ce n’è a iosa e c’è da augurarsi che non ci sommerga. Manca il progresso spirituale. Mentre tutto il resto è andato avanti lo spirito dell’uomo sembra sia regredito verso l’età dei trogloditi! Bisogna che recuperi il terreno perduto, bisogna che acceleri, che si ponga di nuovo in riga. Se l’uomo non si dà una smossa in questo senso, la degenerazione sociale già in atto accelererà e le conseguenze saranno imprevedibili e imponderabili … Forse il Papa polacco non ha torto.
Da parte sua il sociologo De Rita scrive: “Ci si può salvare soltanto uscendo da sé stessi, tornando a guardare gli altri, ad andare verso gli altri, convincendosi che l’identità non sta in sé stessi ma nel rapporto con il prossimo”.

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