Poesie di Giovanni Di Lena.

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Chi è un poeta? A che serve la sua composizione? Ha ancora un senso logico pubblicare versi in questo tempo sbandato? Ha senso. Guai a non avercene. Per questo si saluta sempre con vigore ed entusiasmo una nuova silloge poetica.

Giovanni Di Lena

Ce la offre Giovanni Di Lena, anzi ce la scaglia. Sono pietre. Come il titolo del libro, da poco uscito per EditricErmes. Meno di 50 pagine, struggenti ed impietose, dove rabbia ed inquietudine si incrociano per decretare infine una arma potente: il sussurro, come spiega in postfazione Pino Suriano. Sussurri e grida (prendendo da Bergman) in un tempo già troppo violato da schiamazzi incongruente e volgari, specie in TV. Ma Giovanni va oltre, ambisce alla nostalgia non senza guardare con rabbia il presente che ignobilmente divora e scava la sua terra.

E la sua gente.

Una Lucania arcaica che odora o maleodora di postmoderno. Da Carlo Levi eredita le parole che sono pietre, ma vige persino una lezione di denuncia da Scotellaro. Però basta con citazioni logore di autori “padri” della nostra patria fatta di zolle e muli. C’ è una Lucania che sente ed ambisce e reclama il futuro, e Giovanni lo sa, per questo non si rassegna e per questo rischia l’anacronismo di mettersi a nudo con la poesia. Denuncia come può fare un poeta, mette i distinguo fra povertà e meschinità. Parla e scrive in modo elementare, come lo sono le pietre che scagliava Davide contro il potere del gigante.

Ci vuole coraggio. La poesia lo esige.

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