Una società tra conflitti, emarginazione e voglia di fraternità

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Negli ultimi 70 anni la società italiana ha conosciuto mutamenti profondi e presenta un quadro di estrema frammentarietà dove larghe fasce di persone identificabili solamente con i “nuovi poveri”, vivono profonde emarginazioni. Questi nuovi poveri sono soprattutto gli immigrati.
Nell’attuale situazione storica la Chiesa post-conciliare sta prendendo coscienza della sua natura essenzialmente comunionale, della fatica a viverne l’esperienza e, d’altra parte, della forza evangelizzante di questa.
Diciamo subito che la Chiesa si attesta efficacemente nel mondo quale segno di unità e principio di comunione fraterna. Essa ora proclama con forza la parola di Dio:

“Il Signore è fedele per sempre; rende giustizia agli oppressi, libera i prigionieri. Il Signore ama i giusti, protegge lo straniero” (Salmo 145).

Il diritto di asilo per gli immigrati e i rifugiati è un diritto antico da riscoprire e da valorizzare: per le minoranze etniche, politiche, religiose; per gli stranieri espatriati ed emigranti.
Diritto di asilo deve significare diritto di libertà, di sicurezza, di protezione e di solidarietà al di là di ogni confine.

Dare asilo è dare umana protezione.

don Camillo Perrone

C’è bisogno di una carità non di corto respiro, ma incarnata nella storia e legata all’impegno per la giustizia e il bene comune, alla passione per la cooperazione e per lo sviluppo, alla valutazione critica e alla denuncia di ingiustizie. Il futuro della città aperta ha la sua difesa negli uomini che la abitano, come casa comune dove le diversità si integrano in dialogo anziché cementarsi nei ghetti; dove le culture accettano tutte un’identica legge civile sulla libertà e sui diritti umani; dove la rete delle relazioni sociali amiche, in luogo dell’indifferenza, assolve la funzione preziosa del controllo reciproco.
Così la scoperta della presenza reale di Gesù nella nostra vita chiede una fede intelligente, che si confronta con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi.
In quest’ottica l’impegno di carità diviene responsabilità verso la comunità.
La testimonianza della carità diventa ricerca del dialogo. Tutto questo per fedeltà al Vangelo e dando luogo a significative convergenze con tutti gli uomini e le donne che credono nel valore della vita, nella dignità di ogni persona, nell’incontro e nella solidarietà tra diversi.
Ed ecco il bianco oracolo del Vaticano, testimone da 5 anni di profonda carità e umanità:
Jorge Mario Bergoglio si fa amare perché riveste di vita quotidiana il Vangelo.
Non si è mai stancato di raccomandare ai suoi preti misericordia, coraggio e porte aperte.
Da Papa ha indetto un intero Anno Santo dedicato a questo tema. E, una volta chiuso, ha ammonito:

“La misericordia non può essere una parentesi nella vita della Chiesa”.

A Bergoglio la gente di tutto il mondo guarda con speranza, affidandone pene e sogni.
E la stessa giornata dei migranti e rifugiati ci sollecita ad approfondire, a vivere, a praticare efficacemente il messaggio di circostanza di Papa Francesco, con la riflessione dal punto di vista ecclesiale, con spunti che non possono non interpellare le comunità parrocchiali, per le quali tre percorsi sembrano urgenti sul piano culturale finalizzati a disinnescare la cultura dello scarto, del razzismo e della xenofobia, non esclusi percorsi di dialogo, di incontro e di accoglienza.
L’incontro e l’accoglienza di tutti, la solidarietà e la fraternità sono elementi che rendono la nostra civiltà veramente umana. L’integrazione e la convivenza finora così difficilmente accertate in certi Paesi, sono necessarie, senza quegli estremismi che si stanno verificando attualmente con discriminazioni razziali. Dovrà finire l’intransigenza e dovrà risuonare sempre attuale, dopo duemila anni, l’appello di Cristo alla solidarietà e all’amore.


Non più atti di indifferenza, di incomunicabilità e di egoismo, di accentramento e di superbia, di “clericalismo” indebito e pacchiano, di insincerità e di alterigia.
E’ suonata l’ora, ci sembra, nel quadrante della storia della Chiesa, marcata dall’evento conciliare – ahimè poco assimilato e tradotto in azione! – di ritornare alla Chiesa degli Atti degli apostoli, alla Chiesa della comunione piena e corresponsabile, del dialogo franco e della “parresia”.
Bisogna avere il coraggio del dialogo: ossia considerare il nostro prossimo come una ricchezza culturale, cercando in lui la scintilla di Luce che dovrà alimentare il fuoco della comunione fraterna, della fratellanza, del bene e della Verità. Per questo, è doveroso dialogare con tutti, nella convinzione che in ciascuno ci sia tanta positività da colmare il mondo. E’ necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione.
Papa Francesco ha sempre davanti i volti di uomini e donne segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. Uomini, donne e bambini calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. E sprona tutti i cristiani a riconoscere il grido che arriva da questa larga fetta dell’umanità e a dare risposte di giustizia.
Oggi poi occorre una vera conversione culturale. Occorre instaurare una nuova cultura di comunione (RC e CU 26), altra espressione per attuare quella civiltà dell’amore avviata da Paolo VI con instancabile zelo. Cultura di comunione nei pensieri, nei programmi e nell’azione. Cultura di comunione nell’educazione dei fanciulli per smontare ogni individualismo, ogni razzismo, ogni campanilismo; per opporsi finalmente in maniera efficace alla violenza, al terrorismo, alla guerra, alla minaccia di distruzione.
Occorre un rinnovato e vigoroso impegno culturale (cfr. RC e CU 18) di tutti i cristiani, specialmente laici, per portare Cristo nella cultura e la cultura a Cristo.
Qualche tempo fa S.E. Mons. Vincenzo Orofino, Vescovo di Tursi-Lagonegro, così si è espresso:

“ La Chiesa che è in Basilicata deve recuperare il protagonismo missionario dei fedeli laici nei vari ambienti di vita e nel tessuto socio-culturale, economico e amministrativo di questa diletta regione. Oggi lo deve fare soprattutto in ordine a due sfide particolarmente attuali ed urgenti: quella culturale e quella ambientale.
La prima ci chiede di ricomporre la frattura tra la vita e la fede, riproponendo quest’ultima in modo convincente e persuasivo, come ragionevole e buona per la vita, capace di orientare la scelta e dare un senso a tutto ciò che accade. E’ urgente e necessario, quindi, riproporre con maggiore convinzione la ricchezza antropologica della cultura cattolica e la forza dirompente della dottrina sociale della Chiesa attraverso tutte quelle iniziative che la creatività delle singole comunità riesce a mettere in atto per garantire una presenza vivace nell’ambito della cultura e aiutare i fedeli a discernere con sguardo evangelico i fenomeni che orientano la vita sociale”.

Lo stesso Presule Orofino fa presente che la Chiesa è popolo di Dio in cammino. Essere Chiesa ècamminare insieme”, secondo pratiche autenticamente sinodali; come pure si è costruttori di Chiesa viva, sapendo intervenire, con discernimento e potere critico, nelle singole attività dell’uomo: dalla monotonia della ferialità, alle scelte responsabili in campo socio-economico e politico.

Il giusto sarà sempre ricordato (Parola di Dio).
E’ doveroso per me ricordare con profonda stima e grande affetto il carissimo Ing.Felice Di Nubila, scomparso recentemente.
Voglio ricordarlo quale amico sincero, illustre professionista, cristiano tutto d’un pezzo, vera perla d’uomo.
Con rinnovata condoglianze ai parenti mi professo per il devotissimo Don Camillo Perrone.

 

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