La vita cristiana è una vocazione sociale

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La vita cristiana è una vocazione sociale. La Chiesa, non solo esalta l’uomo, predicando un umanesimo trascendentale, ma riconosce ed attesta di essere destinata al servizio degli uomini; la Chiesa è di Dio ed è per gli uomini, aperta a tutti.

don Camillo Perrone

Chiamati alla socialità: una vocazione non è vera se non reca utilità agli altri. Proprio perché tutti siamo figli di Dio non possiamo rispondere alla sua chiamata dimenticando i fratelli. Bisogna costruire una cultura della solidarietà capace di vivificare tutte le componenti della società, trovando il coraggio di una testimonianza coerente con i valori evangelici, cioè
aprire il cuore alla realtà concreta e al Vangelo per risolvere l’antinomia, tipicamente contemporanea, tra fede e vita, allo scopo di vivere il messaggio evangelico in quotidiana sintonia con il tempo presente.
La Chiesa, missionaria per natura, ha come prerogativa fondamentale il servizio della carità a tutti. La fraternità e la solidarietà universale sono connaturali alla sua vita e alla sua missione nel mondo e per il mondo. L’evangelizzazione, che deve raggiungere tutti, è chiamata tuttavia a partire dagli ultimi, dai poveri, da quelli che hanno le spalle piegate sotto il peso e la fatica della vita.


Le nostre Chiese in Basilicata debbono efficacemente impegnarsi nella cosiddetta nuova evangelizzazione. Se nella coscienza collettiva non sono presenti i motivi della comunione e della solidarietà, se si acuiscono egoismi, oppressioni, ingiustizie, sopraffazioni, è perché manca l’animazione evangelica.
Purtroppo la caduta del senso di socialità ha prodotto tendenze egoistiche, gonfiando a dismisura il catalogo dei diritti e delle pretese dei singoli, esaltando l’individualismo e lasciando totalmente in ombra i doveri, le relazioni e le responsabilità, tutti indifferenti alle proprie responsabilità, tutti complici nel fingere di non sapere.
E qui il discorso cade sul grave problema attuale riguardante il fronte anti-immigrati dell’Unione Europea. Purtroppo cresce la politica dell’intolleranza.
L’Europa degli egoismi sta crescendo alla velocità della luce, complice la divisione degli Stati membri dell’Unione sul tema dell’immigrazione. Lo si è visto all’ultimo summit di Bruxelles.

A guidare questa tendenza è certamente il cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) più propenso a innalzare muri che a condividere qualunque tipo di soluzione di accoglienza e integrazione.
Vi è poi l’oltranzismo di Austria e Danimarca che rifiutano qualsiasi ingresso e l’ipocrisia della Francia lesta a fare prediche all’indirizzo dell’Italia dei “populisti lebbrosi” che “giocano con la paura”, per poi mandare l’esercito contro i migranti alla frontiera di Ventimiglia e chiudere i porti ben prima del nostro Paese.

In mezzo una varietà di posizioni che va dall’atteggiamento responsabile della Germania e della Spagna del nuovo Governo Sanchez, agli Stati che stanno a guardare e non prendono alcuna posizione come Irlanda, Paesi Bassi, Romania, Repubbliche Baltiche e Slovenia. Per loro il Mediterraneo è lontano e non c’è alcuna ragione di preoccuparsi più di tanto.


E l’Italia? Il nostro Paese continua a porre veti agli sbarchi e a lasciare navi di salvataggio dei migranti alla deriva nel Mediterraneo.
L’Unione Europea, arroccata nei suoi egoismi, a parte qualche eccezione, continua a favorire il vento dell’intolleranza. Anche se l’Italia pare intenzionata a non fare passi indietro a costo di scatenare una vera e propria guerra diplomatica.
Dunque siamo sempre più egoisti e allora l’elaborazione di una diversa cultura dell’uomo e della convivenza sociale è il problema più serio, la più grande sfida che la società italiana deve oggi affrontare. E’ una sfida lanciata a tutte le società europee dalla caduta dei regimi oppressivi e dal riconoscimento della falsità e dell’impotenza delle ideologie moderne – compresi i populismi e gli estremismi – a sostenere lo sforzo di costruire la convivenza sociale, nel segno della dignità e della vocazione dell’uomo. Ancora una volta diciamo che l’Europa è chiamata oggi ad elaborare una diversa cultura dell’uomo e della sua città: è questo il problema sociale e politico più importante.
Occorre promuovere un cambio di cultura, di mentalità che ci faccia passare dagli egoismi alla vera solidarietà, dall’individualismo alla comunione, creando una nuova coscienza collettiva che recuperi il senso sociale dell’esistenza.
In conclusione la Chiesa si occupa dei problemi sociali (i migranti, i nuovi poveri, gli ultimi…) poiché essa ha il dovere di stare vicina alle persone in tutte le situazioni e circostanze della vita per far sì che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi” siano pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo. (cfr. Concilio Vaticano II).

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