La ragione per non avere paura

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Non si può vivere con la paura. Non si può educare con la paura addosso. Non si può rinunciare a vivere per paura.
Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela hanno creato la speranza per il cambiamento insieme a una strada per raggiungerlo. Hanno denunciato l’ingiustizia senza indulgere nella rabbia o nel “retributivismo”. E hanno sempre promosso il rispetto per tutti gli esseri umani con indomito coraggio.
Senza dubbio Nelson Mandela (1918-2013) è stata una delle più luminose figure dell’ultimo secolo. La sua ostinata lotta contro l’apartheid (la politica di segregazione razziale del Governo di etnia bianca del Sudafrica) e per i diritti di tutti, pagata con 26 anni di carcere, fu coronata dal Premio Nobel per la pace, conferitogli nel 1993, e dall’elezione a presidente del Sudafrica nel 1994, primo nero a ricoprire tale carica.
Sono da tener presenti la grande passione e l’enorme coraggio del leader per l’uguaglianza, la sua lotta per i diritti.

Don_Camillo_Perrone

E che dire del grande manager, ora scomparso, Sergio Marchionne che ha affermato: “Sempre nella vita serve il coraggio” e proprio in forza del coraggio il compianto Sergio ha realizzato cose grandiose e meravigliose nella sua non lunga vita per FCA, per i lavoratori e per l’Italia!
E’ necessario non rassegnarci e di non cedere alla paura, anche quando la precarietà e l’insicurezza fanno cuneo nei nostri giorni. Ci vuole fiducia e contro le eccessive diffuse patologie da pessimismo occorrono robuste dosi di positività.

Se ci soffermiamo sulle cronache quotidiane, c’è spesso da disperarsi. Il peggio si rincorre dall’Estremo Oriente all’America. E sorvoliamo sull’oceano di violenze, genocidi, stragi in nome della religione, guerre (7 anni d’Apocalisse in Siria) e poi corruzione, sfruttamento selvaggio, scandali senza fine che fanno il giro del mondo: è una foresta nera infinita dentro la quale ci si ritrova disorientati, talora con sensazione di smarrimento. Ma con la paura non si va da nessuna parte, anzi si sprofonda. Occorre reagire con oculatezza.
Papa Francesco ha recentemente affermato che gli allarmi populisti sui migranti “stanno creando una vera psicosi”, mentre l’Europa invecchia e, senza nuovi europei, “diverrà vuota”. Non pochi italiani si portano dentro la paura del futuro. Di che cosa hanno paura?
Ci sono molte risposte a questa domanda: migranti, crisi economica, terrorismo, criminalità e via dicendo. Il disagio del vivere quotidiano accresce la paura. Si vuole una soluzione immediata dei problemi, fatta di risposte forti. Ma si vuole una soluzione o un’illusione?
E’ questa la vera domanda. I problemi della società sono complessi e richiedono tempo per essere risolti. Lo si vede anche in Italia con il nuovo Governo Conte.
Tuttavia c’è un divario tra il mondo delle emozioni (e della politica gridata) o delle percezioni e la realtà. Bisogna provare a stare con i piedi per terra e cercare di agire sulle situazioni più dolorose, come la disoccupazione, specialmente quella giovanile. Ma occorre anche uscire da quel vittimismo generalizzato, che ci fa sentire preda dell’insicurezza e dell’incertezza. Un vittimismo che ci rende aggressivi.

Nelson Mandela

Veniamo da mesi che hanno messo alla prova duramente la pazienza e le prospettive degli italiani. E ancora il buio non sembra del tutto diradato. La necessità di lavoro, i timori per la difficile integrazione, la preoccupazione per il mercato mondiale, l’obbligo di diminuire gli squilibri nei continenti per costruire la pace tra i popoli, domandano fermezza e misericordia.
Dalla nostra abbiamo un patrimonio di esperienze storiche che ci serviranno per realizzare progetti di stabilizzazione, per il benessere collettivo. Che non significa solo aumento del PIL ma anche aspettativa di “star bene”: nelle relazioni familiari, nella buona qualità dei rapporti umani, nella volontà di accettare il diverso costruendo insieme la comunità civile.

Senza gridare, la Chiesa oggi sente il bisogno di “rammendare” – è parola chiave per il cardinale Bassetti, presidente della Cei – il tessuto sociale lacerato: questo mondo di individui soli, talvolta conflittuali, preda di emozioni contrastanti. Un popolo si va sfaldando nelle sue forme comunitarie tradizionali, a cominciare dalla famiglia.
La Chiesa vuole rafforzare le comunità. Intende dialogare con le paure degli italiani, che non vanno demonizzate, ma possono trovare sbocco non nella rabbia, ma in un’energia costruttiva. Questo “rammendo” è in felice sintonia con quei tanti cristiani che, in tempi di crisi, lavorano per gli altri. Siamo rimasti troppo bloccati nelle strutture assistenziali (che rischiano di divenire istituzioni). Il Papa ha chiesto di uscire. La Chiesa sta ritrovando il gusto “materno” di riunire, collegare, aiutare a guardare al futuro con più speranza, perché lo si fa assieme agli altri. E’ un inizio, si tratta però di una visione per tutti: realizzare, dentro le pieghe della società, “all’italiana”, quella che Francesco chiama la “Chiesa di popolo”.
Il grande Martin Luther King mentre stigmatizza la vuotezza spirituale della società contemporanea afferma:

Nulla nella nostra tecnologica scintillante potrà mai alzare l’uomo a nuove altezze, perché il progresso materiale è divenuto fine a se stesso, e se manca un fine morale l’uomo diventa sempre più meschino man mano che il prodotto della sua scienza diventa mastodontico”.

E allora per debellare la paura e per assaporare la vera felicità ecco ciò che va tenuto presente: la società ha bisogno di riscoprire Dio come fondamento ultimo della legge morale e della autentica dignità della persona, Cristo come unico salvatore, l’uomo come immagine di Dio e vertice di tutti i valori, di realizzare la giustizia, la solidarietà e la pace. Per tutto ciò la parola di Dio è la via obbligata e più efficace.
Per la comunità cristiana è importante aiutare a far superare la spaccatura tra fede e cultura, fede e vita personale, attraverso un più attento impegno nella catechesi degli adulti.
La situazione attuale obbliga a puntare su un “evangelizzazione e impegno politico dei cristiani”, che è una delle tre priorità del piano CEI. L’impegno richiesto alla comunità cristiana è di formare persone capaci di diventare “missionari del sociale”.
Urge una incarnazione nelle problematiche dell’oggi. La presenza da realizzare nei punti di maggior sofferenza e ove si sta costruendo la civiltà. Non bisogna star fuori, ma inserirsi nel vitale fluire della storia; urge andare incontro alle persone e soprattutto entrare nella loro vita concreta e quotidiana, comprese le case in cui abitano, i luoghi in cui lavorano, i linguaggi che adoperano, l’atmosfera culturale che respirano.
L’appello dei vescovi:

“Continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo, salvare, accogliere. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

Ecco le nuove sfide della fede: una Chiesa del popolo che guarda al futuro, il Papa e la Cei lavorano affinché le paure non sfocino in rabbia, ma diventino energia.
In conclusione, come arginare l’ondata del pessimismo montante?
Ascoltiamo le storiche parole del grande Papa Giovanni Paolo II:

“Non abbiate paura, aprite, spalancate le porte a Cristo, centro focale del cosmo e della storia. Aprite alla sua potenza salvifica le porte degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura”.

Necessita spezzare la logica di un sistema culturale univoco e perverso, di cui si subiscono tutte le contraddizioni e le perversioni, proponendo un’alternativa credibile che riaffermi i valori evangelici della fraternità, della carità, della comprensione e del dialogo.

 

Mons. Orofino Vincenzo

Afferma S.E.Mons.Vincenzo Orofino, Vescovo di Tursi-Lagonegro:

“C’è bisogno di una Chiesa più profetica, più propositiva, più presente e più capace di coinvolgersi con la vita concreta delle persone. C’è bisogno di adulti (operai, imprenditori, economisti, sindacalisti, sacerdoti, insegnanti, politici, etc…) che sappiano educare i giovani ad affrontare nel modo giusto il problema del lavoro, introducendoli alla pratica e al senso del lavoro, attraverso un’adeguata educazione alla iniziativa privata, all’impegno personale, alla fatica, al sacrificio, all’esercizio della volontà, alla giusta competizione, al valore del merito, alla collaborazione e alla condivisione delle fatiche e dei risultati, alla solidarietà”.

Sac.Camillo Perrone – Parroco Emerito di S. Severino Lucano

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