Lo stile di un Papa che amava sorridere e stare con la gente

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E’ Papa Albino Luciani.
Sono passati 40 anni da quella mattina del 29 settembre 1978, quando la voce di Gustavo Selva interruppe bruscamente “Radio-mattino”, per annunciare: “E’ morto il Papa”.

Una notizia sconvolgente. Erano trascorsi 33 giorni dall’elezione di Giovanni Paolo I e tutti stavano prendendo le misure del nuovo Papa.
Nato nel 1912 a Canale d’Agordo, aveva trascorso la fanciullezza nella povertà, nel lavoro, nello studio, nella frequenza assidua alla Chiesa. A 22 anni e mezzo venne ordinato sacerdote. Nel 1958 Giovanni Roncalli, lo nomina vescovo di Vittorio Veneto e lo consacra in S.Pietro. Luciani è chiamato subito a vivere l’esperienza del Concilio al quale, come vescovo novellino, partecipa con l’impegno di imparare e maturare, culturalmente e pastoralmente. Salì al soglio pontificio il 26 agosto 1978 dopo un conclave piuttosto tranquillo.
Il nuovo Papa si presenta con affabilità, con un sorriso che accende grandi speranze. Ma sono brevi speranze perché, stroncato dal peso della responsabilità, del carico di lavoro, dei ritmi spossanti, il suo cuore cede di colpo.

don Camillo Perrone

Nei 40 anni dalla sua morte la figura di questo pontefice-meteora invece di sbiadire ha acquistato nitidezza. Fu molto più di un “povero parroco di campagna o di montagna”, come taluni avevano sentenziato: per la sua cultura, per la sua sensibilità ai problemi dell’uomo e dell’epoca, per l’attualità della sua visione pastorale. Fu moderno anche nel valutare l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale, in particolare della stampa.
Soprattutto ci si è resi conto che alla base della straordinaria personalità di papa Luciani, dietro quel suo ormai famoso sorriso, c’era una vita spirituale di grande profondità e intensità; una totale apertura a Dio, piena di fiducia.
Da Papa, il giorno seguente l’elezione, dalla loggia di S.Pietro, lasciò da parte il “Noi” maiestatico, e iniziò a raccontare con tono familiare (cioè senza la solennità e i curialismi del giornalismo italiano) i particolari della sua elezione:

“Ieri mattina io sono andato in Cappella Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere…”.

In quel momento s’è pienamente verificato il fenomeno della proiezione e dell’identificazione. Cioè il Papa si immedesimava nelle persone e le persone si sono sentite nei panni del Pontefice. E questo non significava perdere il rispetto per il successore di S.Pietro.
Tre gesti significativi del nuovo Pontefice. Primo: abolì la cerimonia dell’incoronazione e dell’intronizzazione. Secondo: abolì la sedia gestatoria. Terzo: abolì il plurale maiestatico.
Subito queste scelte suscitarono consensi unanimi, significativi. Ma non sono stati gli unici. Per esempio, quasi con ingenua dolcezza si intratteneva con i fedeli – bambini in particolare – nelle udienze generali, intrecciando dialoghi, interrogatori e ricordi di vita quotidiana e buona dottrina come farebbe ogni buon parroco o catechista o genitore. Tutto all’insegna della semplicità e del buon senso. “E’ bravo, è come noi” commentava la gente. “E’ come Papa Giovanni. E’ povero, figlio di contadini, di muratori. Parla bene e noi capiamo quello che dice”. Giovanni Paolo I ricercò l’ascetica della semplicità e della concretezza.
Nell’accettare il mandato apostolico in quel 26 agosto di 40 anni fa, sin dalla prima allocuzione ancora nel Conclave, con il nome che si era scelto, aveva indicato con chiarezza quale voleva fosse il senso del proprio mandato.

“Mi chiamerò Giovanni Paolo I. Io non ho né la “sapientia cordis” di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”.

Pastore supremo e catechista; con la fiducia dell’umiltà di chi al servizio della Chiesa intende spendere se stesso, ma anche nella più alta pronuncia della verità dell’amore: per la carità che redime e salva, per ricordare il destino eterno di ogni umana creatura.
Giovanni Paolo I ha vissuto questa carità che connota e dà senso ad ogni vita cristiana. Era sconcertante – uno sconcerto che faceva più attivo e profondo l’ascolto – come il suo parlare, persino dimesso e familiare, toccasse il cuore profondo della verità.
E’stato pastore vivendo la semplicità evangelica e sconvolgendo il compito dottrinale di chi ha il compito di conservare nella fede i fratelli, con parabole tratte da una lunga esperienza fra gli uomini della sua terra umile e rinnovate con freschezza d’immagini. Un parlare cioè con la saggezza che non è solo per i dotti ma per ogni anima.

“Il totalitarismo in politica è brutta cosa. In religione invece, un nostro totalitarismo nei confronti di Dio va benissimo” e ciò non perché si scelga fra Dio e l’uomo ma perché si ami l’uomo in Dio e “mai più di Dio e contro di Dio o alla pari di Dio”.
Per tutto questo nel suo essere pastore c’è stata la sovrabbondanza del sentirsi fratello ed amico di tutti gli uomini e sollecito alle loro tribolazioni. Così che in un mondo diviso, carico di rancori, di violenza e di odio ha esemplificato, nella maniera più immediata, e con i suoi carismi, un modo d’essere cristiani. La sua sorridente immagine non celava la fatica del compito. Ne aveva accennato nel primo messaggio:

“abbiamo ancora l’animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero al quale siamo stati scelti”. Del resto, gioia e serenità nel cristiano sono sempre innestate alla sofferenza. Ma ricordò che oltre ogni condizione e prova “la speranza è un obbligo”: e la speranza è figlia della carità.
Quante volte non ha ripetuto “io vi voglio bene, io voglio bene a tutti”: parole usuali che possono essere trite se non rispondono ai contenuti del cuore ma che nel suo colloquiare si tendevano, invece, con il loro universale significato. Forse per questo restituire alla parola ed al gesto il loro carico di verità sapeva stupendamente dialogare con i bambini.
Ed anche in questo c’è stata un’esemplificante pedagogia di sapore evangelico.
Dio solo sa per intero quello che un pontefice ha lasciato sulla terra in uno spazio del suo essere nei secoli. Ogni credente sa però quanto gli ha lasciato per essere migliore seguace di Cristo. Alla distanza di 40 anni questo dono si accresce di ricchezza e segreto splendore.
E’ stato il Papa del sorriso. Ma quale altezza spirituale dietro quella semplicità, dietro quel sorriso, quanta profondità di dottrina sacra e profana e quanta linearità di condotta sacerdotale. Nel primo messaggio in latino aveva lasciato intravedere le linee del suo governo pontificale: azione per la pace del mondo, per l’unità della Chiesa, impegno in difesa della verità alla luce del Concilio e per una sana dottrina teologica.
Sono passati 40 anni dalla elezione e il pontificato fu breve, brevissimo: di soli 33 giorni.
Disse in quei giorni di tristezza e di lutto il cardinale Wojtyla: “trentatré giorni bastano come tempo dell’amore…”. E gli fece eco l’Osservatore Romano:

“Senza Papa Luciani ci sentiamo come usciti da una nuova infanzia, in attesa che l’umile granello germogli. Nulla di questi giorni di magistero, di testimonianza di sconfinato amore può andare perduto. Non è stato un episodio ma un ricco pontificato”.

Ecco cosa apprendere da quanto su descritto: Giovanni Paolo I è una persona ricca di umanità e di amore fraterno soprattutto per i più poveri, per gli ammalati, per gli emarginati. Allora da una società delle fazioni, delle reciproche diffidenze, delle astiose discordie, delle annose lotte intestine, dobbiamo saper passare – con lucida e concreta consapevolezza – ad una umanità vivace ed operosa che lavora, soffre, forgia il suo presente e sogna, auspica, progetta un avvenire migliore per i suoi figli con una determinazione capace di vincere con la luce della conoscenza le tenebre dell’ignoranza e della corruttela con un impegno generoso, testimoniato in un’epoca nella quale è diventato difficile e spesso assai poco gratificante il servizio alla comunità civile, solidale e nell’amore per i più poveri.
E proprio questo Vangelo della carità si deve porre al centro della nuova evangelizzazione.
Su questa linea la Chiesa italiana intende percorrere con vigore tre vie per annunciare e testimoniare la carità: rilancio dell’educazione dei giovani, servizio alle nuove e vecchie povertà, presenza dei cristiani nel sociale e nel politico.
Quindi non basta attendere la gente, ma occorre andare incontro a loro e soprattutto entrare nella loro vita concreta e quotidiana, comprese le case in cui abitano, i luoghi in cui lavorano, i linguaggi che adoperano, l’atmosfera culturale che respirano.
Urge una incarnazione nelle problematiche dell’oggi. La presenza è da realizzare nei punti di maggior sofferenza e ove si sta costruendo la civiltà. Non bisogna “star fuori”, ma inserirsi nel vitale fluire della storia; infatti “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS, n.1)

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