Quando facevo il medico Condotto…

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto inviatoci dal dr. Gazzaneo Giovanni da Padova:

Giovanni Gazzaneo

Quando ero medico di condotto…

Saranno state le sei, quella mattina, quando mi buttarono giù dal letto telefonando da una delle frazioni.

Era il gestore della locale osteria:

     – Venga presto, dottore, c’è una donna che sta male, mi dicono che non riescono a svegliarla!

Appuntamento all’osteria dunque, come sempre, dato che chiedere l’indirizzo non avrebbe avuto senso. Mi preparai in fretta ricordando le raccomandazioni del mio anziano predecessore:

“Quando ti chiamano d’urgenza dalla Val Recolana non aspettare un secondo: vuol dire che qualcuno rischia veramente di morire!”        

Presi la borsa, montai in macchina e mi inoltrai nella valle. Quando entrai nell’osteria vi trovai una ragazzina che avrà avuto quattordici o quindici anni, spettinata, col pigiama sotto un impermeabile di plastica.

     – Si tratta di sua madre – disse l’oste.

La ragazza mi fece cenno di seguirla.

Durante quei pochi minuti di cammino per arrivare alla casa le domandai più volte cosa fosse successo.

     – Non si sveglia – rispondeva.

     – Ma tua madre soffre di qualche malattia?

     – Non lo so.

     – C’è qualcun altro in casa?

     – Mio padre.

     Trovai la donna, ancora giovane, forse intorno ai trentacinque anni, immobile sul letto. Il marito, pugni sugli zigomi e gomiti sul tavolo, stava seduto in cucina. Mi bastò poco per capire che uno così non sarebbe stato granché di aiuto, perché l’aria della stanza era già impregnata di vino e di grappa.

    

Giovanni Gazzaneo

Gli chiesi ugualmente se sapesse cos’era capitato alla moglie, se la sera prima aveva notato in lei qualcosa di strano, se era affetta da malattie importanti. Niente: come parlare al muro.

     – Non si sveglia – continuava a dire anche lui. – Ieri stava bene…

Lasciai perdere e mi avvicinai al letto. La donna sembrava dormire, solo aveva, a tratti, il respiro più affannoso del normale. Detti un’occhiata sul comodino e sopra un altro mobile, per vedere se vi fossero medicine da qualche parte: non c’erano medicine.

     – Bisogna ricoverarla – dissi dopo averla visitata. –

Francamente non so cosa pensare, potrebbe aver preso qualcosa, come potrebbe essere diabetica senza saperlo. L’uomo rimase in cucina, la ragazzina uscì per andare a chiamare un tale che faceva il tassista con un’enorme vecchia Opel attrezzata in modo tale che abbassando gli schienali dei sedili posteriori c’era posto per una specie di lettiga che lui stesso aveva fatto adattare e che serviva egregiamente in quelle circostanze.

La donna non era in condizioni proprio disperate, se la cavò, e quando dopo una decina di giorni venne dimessa dall’ospedale ne fui avvertito solamente da una sua vicina di casa: seppi che aveva tentato di farla finita coi sonniferi.

Mi ricordai allora del momento in cui ero entrato nella stanza da letto e avevo osservato la completa assenza di farmaci in giro e sui mobili: perché? Se qualcuno vuol fare solo scena lascia di solito bene in vista le scatole dei medicinali adoperati. Evidentemente quella donna, a meno che a nascondere il tutto non fosse stato qualcun altro, aveva desiderato morire sul serio.

Mandai a chiamare il marito dicendo che desideravo parlargli.

     – Guardi – gli dissi quando entrò in ambulatorio – che sua moglie non ha fatto per scherzo, bisognerà che la teniate d’occhio da ora in poi, lei e la ragazzina. C’è qualcosa che possa giustificare quello che è successo? Lei che è il marito dovrà pur saperlo!

     Mi guardò con due occhietti piccoli ed arrossati, e mentre si avvicinava sentii nuovamente quell’odore di vino e grappa misto a sudore e tabacco, che provocava il voltastomaco.

     – Non lo so, dottore, non lo so… io non le ho fatto niente…

     – Non ho detto che lei le abbia fatto del male… ho chiesto solo se può aiutarla.

     – Se ci capisco qualcosa glielo farò sapere.

     Dubitai che con la sua palese inclinazione per gli alcolici quell’uomo potesse capire qualcosa, e lo pregai pertanto di fare almeno dei tentativi per convincere la moglie a venire in ambulatorio al più presto.

     La mia richiesta però risultò vana, dato che nelle settimane seguenti non vidi né lui, né la donna.

Finché una mattina, anche quella volta molto presto, fui nuovamente svegliato dal telefono: era il maresciallo dei carabinieri.

     – Dottore, scusi se la disturbo a quest’ora, ma c’è bisogno di lei subito qui a Saletto.

     – Cos’è successo?

     – C’è stato un omicidio in casa Piussi… Mi occorre una prima perizia necroscopica. E poi ci sono la moglie e la figlia del morto, dovrebbe dar loro un’occhiata.

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     Restai di sasso: dovevo recarmi alla casa della donna che aveva tentato il suicidio poco tempo prima… e il morto era evidentemente il marito.

     – E’ capitato qualcosa anche a loro? – chiesi.

   – No, almeno fisicamente stanno bene, mi pare… Ma faccia presto, dottore, l’aspetto in osteria.

     – Non serve, conosco la casa.

     Per terra, in cucina, mi si presentò uno spettacolo raccapricciante: l’uomo giaceva sul pavimento con la testa fracassata, e tutto intorno, sui mobili e sulle pareti, chiazze di sangue e frammenti di quella che doveva essere sostanza cerebrale. Più in là del cadavere un martello imbrattato di sangue e, seduta tra l’appuntato e il brigadiere con lo sguardo fisso nel vuoto, lei, la donna.

     Da un’altra stanza sentivo piangere e urlare; il maresciallo mi pregò di andare di là per tentare di calmare la ragazzina. Vi trovai due vicine di casa e un altro carabiniere che faticavano non poco a tenerla mentre continuava a gridare scalciando da tutte le parti.

     Riuscii a farle un’iniezione di Valium e ottenni l’effetto abbastanza presto: si calmò e finì per assopirsi. Quando tornai in cucina il maresciallo mi chiamò da parte e disse:

     – E’ stata la moglie, l’abbiamo trovata ancora col martello in mano e tutta sporca di sangue come la vede.

     – E’ sicuro? – chiesi scioccamente.

     – L’ha confessato appena siamo arrivati, poi silenzio assoluto; si è chiusa in un mutismo completo, ed ora eccola lì…

     – Mi può lasciare da solo con lei per qualche minuto? Vorrei visitarla, potrebbe anche essere ferita.

     – Come vuole… Brigadiere! Appuntato! Lasciamo il dottore con la donna, la deve visitare.

     Rimasto solo con la donna mi misi ad osservarla in silenzio senza sapere cosa dire e come cominciare. “Le chiedo come è successo? E a che serve? E poi, questo è compito di altri. E se fosse impazzita? Ecco qual’è il mio compito: cercare di stabilire…”

     Ad un tratto, sempre rimanendo immobile e con gli occhi fissi nel niente, fu lei a rompere il silenzio, mormorando:

     – Maledetto bastardo… L’ho fatta finita finalmente!

     Dapprima non capii dove volesse arrivare con quelle parole e stetti ancora a guardarla. Ma subito dopo si rivolse verso il corpo del morto e con un sorriso di scherno che mi lasciò agghiacciato proseguì:

     – Non ci andrai più in quel letto… no… non ci andrai

più… – e diresse lo sguardo verso la stanzetta in cui la figlia dormiva sotto l’effetto del Valium.

Commenti

  1. enustrini ha detto:

    Ma quante violenze si nascondono dentro il focolare domestico ? Tante, e tutte impregnate di profondo malessere e dolore, piene di rancore e risentimento per non poter neppure urlare la propria sofferenza.
    Basti pensare al dramma della pedofilia dove, nel segreto dei luoghi ritenuti sacri, si compie un duplice delitto : verso i giovani affidati alle cure spirituali e verso la famiglia, sicura della scelta fatta. Se ne percepisce la gravità ma anche un profondo senso di vergogna e di volontà a tacere e nascondere, come se fosse una segreta confessione.

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